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Me and Mike Cooper – Riflessioni a margine di “Raft” (Room40)

Creato il 20 luglio 2017 da The New Noise @TheNewNoiseIt

Si parte per un viaggio

Me and Mike Cooper – Riflessioni a margine di “Raft” (Room40)

Raft di Mike Cooper è un sogno ad occhi aperti. Di nuovo e come sempre. Un caso sensazionale se pensiamo al fatto che stiamo parlando più o meno del suo sessantesimo album (tra lavori solisti o insieme ad altri musicisti). E non importa se questa volta ha messo in scena delle composizioni folk, della sperimentazione pura o una serie di ammalianti melodie strumentali, Cooper non ha fatto altro che tornare ad esprimersi attraverso la sua arte.

È notte fonda quando mi immergo nel solitario suono che la sua chitarra sta incastonando in quel meraviglioso brano d’apertura che è “Guayaquil To Tully”, vibrazioni che inevitabilmente si fanno classiche nell’universo “cooperiano”, fatto di grandi oceani, spiagge assolate, schiamazzi estivi, ma anche di foreste, precipitazioni pluviali e semplice vita di tutti i giorni.

Può apparire elusivo a chi non presta la giusta attenzione; è questo un primo piccolo pensiero che si insinua come un serpente. Quanta meraviglia puoi perdere se non dedichi del tempo ai suoi dischi?

Un album di Mike Cooper non è cosa semplice da raccontare, appare quasi inutile scriverne, e Raft, pubblicato dalla Room40 di Lawrence English, non è che l’ennesima conferma di questo assunto. È una storia scritta con i suoni, con i suoi suoni, e come tutte le storie ricche di contenuto va fatta propria, assimilata e resa parte di se stessi.

Affondi critici in punta di navigazione

Un battito d’ali, il pensiero si astrae dalla musica e mi ritrovo a pensare a quanto singolare e deprimente sia non poter godere più spesso delle sue performance live, sue come di molti altri musicisti, penso a quei nomi sempre assenti e di contro a quelli onnipresenti, nelle “scalette” dei festival, nei discorsi più generali legati alla musica, nei canali informativi più generalisti, ma soprattutto in quelli più di nicchia. Penso a quanto avrebbero da dire questi artisti senza avere quasi mai la possibilità di farlo, a quanto ci stiamo perdendo… mentre una vibrazione mi fa cadere l’occhio su un numero bianco inciso in un cerchio rosso che mi segnala eventi “imperdibili” con una frequenza che dovrebbe far sorridere, mentre di fatto certifica inesorabilmente lo stato attuale delle cose. Eventi che propongono ciclicamente cavalli sicuri, che generano numeri sicuri, foto sicure e felicità, anch’essa assicurata.

Si sa, tira più un Apparat con band che della musica nuova.

Esistono poi le eccezioni, quelle positive, ma in quanto tali non sono parte di questo ragionamento, le eccezioni vanno supportate, promulgate e prese come esempio, sempre.

Verrebbe facile pensare a una frecciatina a promoter, organizzatori o agenzie di booking. Se sì, siete fuori binario. C’è qualcosa che mi ricollega a quel sublime ascolto che ho in cuffia, qualcosa che inizialmente non avevo ancora afferrato, una critica rivolta al pubblico, a chi ascolta, a tutti noi.

Proviamo un attimo a scomporre la regola: è deprimente, noioso e codardo attribuire le uniche responsabilità al “sistema”, alla macchina da soldi, a chi “inquina” l’arte con subdole manovre fondate sul fare business. Non che il problema non esista, è reale e va combattuto, ma se l’arma principale per combatterlo andasse cercata in primis dentro ognuno di noi?

Ogni individuo ha una grande responsabilità verso se stesso, quella di analizzare e sviluppare un proprio iter evolutivo che dev’essere necessariamente esigente. Esigente verso le proprie esigenze e severo quando queste cedono il passo, quando accennano a una resa. L’evoluzione è un complicato gioco di equilibri e di esperienze creati dosando il ludico e l’impegnato, dove è necessaria una predisposizione ad assorbire, a sondare ad ampio raggio input diversi che possano infine determinare delle scelte. La scelta è lo scalpello con il quale plasmiamo la nostra vita, lo strumento principale con il quale siamo in grado di veicolare tutto l’ecosistema che regola la nostra esistenza.

L’esigenza viene troppo spesso considerata un prodotto finito, un optional installato nel nostro cervello, distribuito per gradi senza una logica specifica. Abbiamo invece il dovere, verso noi stessi e verso la comunità, di pensarla diversamente, l’esigenza è una spugna mutevole, che ha bisogno di esser nutrita e coltivata assorbendo il più possibile per poi esser reimpiegata come principale vettore per veicolare le nostre scelte. Scelte che ad ampio raggio andranno poi a modificare quella catena che oggi sembra esser la regola.

Non possiamo permetterci oltre di lasciare ad altri il potere di condizionare le nostre scelte. Dobbiamo lavorare per far in modo che queste contribuiscano a creare un sistema inverso, più evoluto, che non abbia la possibilità di chiuderci in una gabbia, ma che al contrario lavori su una superficie senza alcun perimetro.

Riprendendo il concetto iniziale e cercando di semplificarlo, avendo un’esperienza di ascolti più ampia e profonda, vado ad aggiungere ogni giorno un mattone che eleva le mie esigenze e rafforza il mio desiderio di conoscenza. Ed è solo rendendo quotidiana questa mia necessità che posso diventare completamente padrone delle mie scelte, sono disposto a investire su queste e ad esigere una proposta che si attenga alla mia aspettativa ampia e diversificata. Se ci pensate bene, tutto questo porterebbe ossigeno all’arte, soprattutto in quegli anfratti dove molta di questa viene relegata e soffocata fino a far spegnere la miccia, lasciandoci, come spesso accade, con una folata di fumo grigio che si dissolve rapidamente.

Immaginate questo concetto esteso su larga scala, una grande utopia alla quale è lecito pensare soltanto partendo da un profondo lavoro su se stessi. Nulla che non esista già, inteso, ma ribadirlo può esser un buon modo per indurre, chi magari non ha del tutto chiaro il peso della propria responsabilità, a porsi degli interrogativi.

L’approdo

Intanto Mike Cooper lascia scivolare gli ultimi accordi della sua storia attraverso il brano di chiusura, “Guayaquil To Ballina”, come un vecchio marinaio che finisce di rassettare la sua nave dopo un lungo viaggio, prima di scendere, ubriacarsi e raccontare la sua storia.

Potreste cominciare ascoltando un disco, potreste cominciare da qui.

Articoli, Dischi 2017, mike cooper, room40

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