Medea (Euripide)

Creato il 10 maggio 2014 da Athenae Noctua @AthenaeNoctua
È senza dubbio la tragedia più nota di Euripide, oltre che la più rielaborata e la più discussa, spesso a partire da presupposti troppo moderni per poter rendere giustizia ad un testo che ha per protagonista non una donna qualsiasi, ma una creatura quasi divina. Portata in scena nel 431 a.C., Medea è, dopo Alcesti, la tragedia più antica fra quelle che possediamo di questo autore, ma la maga della Colchide era già stata protagonista di alcuni drammi precedenti, fra cui Medea di Sofocle e Peliadi dello stesso Euripide (uno dei drammi dell'esordio di cui rimangono pochi e incerti frammenti). Signora dei filtri, terribile incantatrice e artefice di prodigi incredibili, Medea è ricordata soprattutto come assassina dei figli avuti da Giasone. La vicenda del dramma euripideo, in effetti, si concentra su questa parte del mito.
L'azione si svolge a Corinto qualche anno dopo l'impresa argonautica. Nonostante Medea abbia tradito la patria e la famiglia per aiutare Giasone a conquistare il vello d'oro e abbia commesso per lui indicibili fatti di sangue e nonostante i due abbiano costruito un legame da cui sono nati due figli, l'eroe è sul punto di sposarsi con Glauce, la figlia del re Creonte: la speranza di una migliore posizione sociale e degli onori che ne deriverebbero è risultata per Giasone un'opportunità più preziosa di qualsiasi giuramento e, all'inizio del dramma, dopo che la nutrice ha rievocato gi antefatti, Medea entra in scena lamentando la sua sorte di donna tradita e costretta ad un esilio crudele dal futuro suocero di Giasone. Nel corso degli episodi che si susseguono intervallati dagli interventi di un coro di donne solidali con la protagonista, vediamo Medea maturare i suoi propositi di vendetta, interagire con l'inflessibile Creonte e poi rinfacciare a Giasone la sua falsità e il suo opportunismo; il capo degli Argonauti, per parte sua, difende la legittimità della sua scelta e riconduce ogni bene goduto grazie a Medea all'intervento provvidenziale di Afrodite. L'inatteso arrivo di Egeo a Corinto sblocca la situazione e convince Medea all'azione, per quanto essa sia dolorosa: ottenuta dal sovrano ateniese garanzia di protezione in cambio di una pronta guarigione dalla sterilità, Medea sceglie un'apparente riconciliazione con Giasone, raccomandandogli di proteggere i figli e di non costringerli all'esilio e mandando a Glauce la sua benedizione in forma di doni nuziali. Ma Medea ha deciso di togliere a Giasone tutto quello che possiede, per ridurlo alla stessa impotenza e solitudine cui lui l'ha spinta rapendola (la seduzione ingannevole viene paragonata proprio ad un atto di forza) dalla Colchide. Poco dopo, quindi, la tragedia si consuma: entra in scena un messaggero che descrive l'atroce morte della principessa di Corinto e di suo padre, consumati dai veleni di cui il peplo e la corona inviati da Medea erano intrisi. A questo punto non resta che privare Giasone dei suoi figli e, per quanto Medea soffra nella sua decisione, l'idea di esporli alla vergogna di un popolo straniero ed ostile che li tratterebbe fino alla fine come i frutti di un grembo straniero e disonorato è più forte: non resta che ucciderli e portare i loro corpi in un luogo in cui potranno essere venerati.

E. Delacorix, Medea uccide i figli (1862)

Quello di Medea è, certamente, un atto sconvolgente e contrario all'etica comune: ella non ha rispettato i vincoli del suo ruolo e che ha macchiato di sangue la propria casa. Ma questa è una lettura moderna, influenzata da una morale che non corrisponde al sistema valoriale antico e non rispetta pienamente lo spirito tragico. Il dramma di Euripide inscena senza dubbio il tormento di un'eroina combattuta fra l'accettazione di una sofferenza che la esporrebbe al pubblico ludibrio e la volontà di vendetta, nonché sempre consapevole della portata devastante dei suoi gesti e del dolore che lei stessa proverà nell'agire (come si vede, in particolare, dal monologo ai vv. 1021-1080). D'altra parte, si dimentica troppo spesso che Medea non è una donna comune, ma che ha ascendenze divine e un costante contatto con esse: sono Zeus, Dike (la giustizia che domina anche fra gli abitanti dell'Olimpo) ed Helios, il suo antenato, che Medea invoca prima di ordire le sue trame tremende (v. 764) ed è proprio di quest'ultimo il carro che la porta in cielo lontano da Corinto nell'esodo. L'atto di superbia che viene punito secondo i processi di purificazione della tragedia classica non è quello della donna della Colchide, bensì quello di Giasone, che ha osato oltraggiare una creatura divina e potente. La sofferenza che si abbatte su Medea è solo una conseguenza dell'essersi congiunta con colui che di tale tracotanza si è macchiato.
Ridurre Medea ad un semplice dramma di passioni frustrate, delusioni amorose e accecamenti di furore omicida è, dunque, erroneo e riduttivo. Alla base della tragedia c'è un conflitto fra civiltà di cui non si può non tener conto: quella patriarcale e gloriosa della Grecia e quella primordiale e arcana dell'Asia, due mondi destinati ad entrare in collisione lasciando ferite profonde.
C.M.

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