“Meglio andare lontano”, di Antonio Steffenoni

Creato il 19 giugno 2010 da Fabry2010

Recensione di Giovanni Agnoloni

Antonio Steffenoni, Meglio andare lontano (ed. Carte Scoperte, 2010), € 18,50

A volte si pensa che il tempo sia qualcosa che s’incrosta, una melassa semifluida che progressivamente si solidifica e diventa immutabile.
È vero ed è falso. Dipende.
Meglio andare lontano, di Antonio Steffenoni, scrittore italiano di origini ispano-cubane già pubblicato da Rizzoli, Einaudi e Tropea, con questo romanzo edito da Carte Scoperte (oggi Excelsior 1881) scende nel cuore del concetto di contemporaneità. Tutto è contemporaneo a tutto, infatti, nella vita del suo protagonista, il commissario Ernesto Campos, ricercato dopo trent’anni dal suo amico Fabrizio, che era fuggito a Cuba dopo una “notte di tregenda” inabissata nei baratri della memoria, con sei parole (Me ne devo andare. In fretta), che avevano reciso bruscamente un’amicizia rimasta viva e forte dentro l’animo di Ernesto.
La telefonata di Fabrizio prelude a un viaggio del poliziotto, ex-avvocato, fino L’Avana, città dove i colori delle facciate di tante case, stinti dal sole battente e scrostati come una vernice che nasconde verità sottostanti, preludono a una sua ripresa di contatto con tanta parte della sua vita: non solo quella vissuta con Fabrizio a Milano da studenti, quando facevano sempre coppia per cercare le donne e si divertivano alla grande, ma la sua, quella vissuta in quei trent’anni d’intervallo, con un matrimonio naufragato, una tragedia affettiva immane e la sensazione di anestesia ai sentimenti subentrata e sedimentata nel corso degli anni.
Il pretesto, per Fabrizio: recuperare delle proprietà del padre cubano di Ernesto, requisite dal regime castrista dopo la Rivoluzione e che adesso forse possono tornare a lui (e contestualmente, farsi aiutare a risolvere dei suoi guai). Per Ernesto, l’occasione per fare indagini su un faccendiere, Sandrini, indagato per traffici tra l’Italia e la Svizzera, che risulta trovarsi proprio a Cuba.
Il vero motivo, per entrambi: arrivare a un chiarimento sui motivi segreti di quella notte di trent’anni prima, quando Fabrizio mandò Ernesto ad avvisare qualcuno di un’aggressione che stava per subire, ma con un’indicazione sbagliata. I ricordi degli anni di piombo, così, si sovrappongono a un presente cubano – e, per estensione, sembra, anche italiano – in cui si respira la fine di un’epoca, la prossimità di una débâcle politico-sociale che aleggia nell’aria.
Ci sono dei morti, in questo romanzo. Quattro, per la precisione, intrecciati con i maneggi di Fabrizio, che compare e scompare dagli scenari quasi teatrali di questa storia con l’intermittenza di un’anima purgante. E poi ci sono quelli del passato, che – già che siamo a parlare di anime – popolano questo palco naturale e umano con la naturalezza di un mondo in cui, come si diceva, tutto è contemporaneo. E non parlo solo dei cari di Ernesto, ma della storia del padre di Maryani, una splendida ragazza cubana che per Fabrizio è stata come una figlia, morto banalmente in occasione di un disordine in città. E di Virginia, la ex-fidanzata di Fabrizio, rimasta in contatto con Ernesto dopo le tragiche conseguenze di quei tempi burrascosi di tre decenni prima, ma ridotta in condizioni fisiche drammatiche e prossima a lasciare questo mondo carica di rabbia e rimpianti.
Ci sono tanti motivi per cui merita leggere questo libro: la trama, certo, è uno. Ma sono soprattutto i tanti viaggi, le tante psicologie intrecciate, i profili umani in fondo indipendenti l’uno dall’altro, ma capaci di seguire ciascuno una linea sua che sa anche amalgamarsi alle altre, se e quando le va. Come se fossero persone reali. Come se ce ne dovessimo guadagnare la simpatia e l’attenzione.
Questo è un libro vero, né più né meno, perché, pur non potendosi classificare come ‘romanzo realista’, è imbevuto – intriso, direi quasi – di realtà. E di amore, voluto, perso e ritrovato, con quel sottile senso di colpa che le occasioni capitate per pura fortuna, quando sembrava persino troppo tardi, a volte lasciano in bocca. Come se in fondo non ce le meritassimo.



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