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Meglio un mafioso alla porta che un lavoratore in fabbrica

Creato il 25 febbraio 2012 da Tnepd

articolo di Valerio Valentini per Byoblu.com

criminalità

Emma Marcegaglia dice che se gli imprenditori stranieri non investono in Italia è perché non possono licenziare i fannulloni e gli assenteisti cronici. E’ vero e io posso dimostrarvelo.

Facciamo un caso concreto. L’imprenditore-tipo cui si riferisce la presidente di Confindustria si prepara a partire ma, giusto un attimo prima, realizza che forse è bene informarsi sul paese nel quale vuole aprire un’impresa. Allora legge il libro di Nunzia Penelope, Soldi Rubati, e si accorge che il nostro paese brucia ogni anno circa 450 miliardi di euro tra corruzione, evasione fiscale, lavoro in nero ed economia sommersa. Non convinto – che sia un libro fazioso? – cerca altre notizie su Google e scopre che 50 imprese all’ora (quasi uno al minuto) subiscono rapine, furti, atti vandalici. Un quinto degli imprenditori. Perlopiù si tratta di richieste di pizzo o di tangenti per le gare d’appalto. Il giro d’affari annuo legato all’usura è stimato in 20 miliardi di euro per circa 200 mila esercizi commerciali interessati. E nel 44% dei casi, per un reato del genere, la sentenza di primo grado non arriva prima di quattro anni.

Di fronte a questi numeri l’imprenditore straniero tentenna ma non desiste: si chiede allora quale sia la banca italiana con maggior liquidità cui poter chiedere più agevolmente un mutuo. Nel rapporto annuale di SOS IMPRESA, legge: “La più grande banca italiana è virtuale: si chiama mafia. Da sola, ogni anno, può contare su una liquidità di 65 miliardi, al netto delle spese per l’acquisto delle materie prime, i servizi, il personale, la latitanza e gli imprevisti che hanno una propria voce negli accantonamenti di bilancio”. La criminalità organizzata governa il mercato italiano e concorre a formare un indebitamento medio per impresa di circa 180 mila euro, cresciuto del 93% negli ultimi dieci anni.

Niente da fare: innamorato di gondole e mandolini il nostro imprenditore non demorde. In fondo – pensa -, basta fare impresa al nord e il pizzo lo si evita. Ma poi sfoglia il più importante quotidiano di economia italiano e resta basito: le zone che soffrono maggiormente sono proprio il milanese e il nord-est, dove le banche sono restie a concedere prestiti e, non avendo liquidità, chiedono il rientro immediato dei fidi, lasciando così gli imprenditori nelle mani degli ‘ndranghetisti che offrono denaro facile a condizioni apparentemente favorevoli, fino a quando non ti costringono a chiudere bottega e a cedergli la tua attività. Del resto, mafia, camorra e ‘ndrangheta sono le uniche Spa che non conoscono crisi: secondo l’ultima Commissione Parlamentare Antimafia, infatti, fatturano qualcosa come 150 miliardi l’anno.

A questo punto il nostro valoroso eroe inizia a vacillare seriamente. Il rischio di finire nelle mani dei criminali è troppo elevato. La partita poi è truccata: le mafie e la corruzione drogano il mercato, falsano la concorrenza e favoriscono la regolarizzazione degli extracomunitari, ma solo per sfruttarli come schiavi, al nord come al sud, nei campi di pomodoro di Rosarno come all’Ortomercato di Milano. Quella italiana è un’economia a capitale mafioso, fondata sull’evasione e sull’usura.

Eppure vi è ancora un barlume di speranza in lui. Possibile che in Italia non si possa proprio fare business? Magari sono gli italiani ad essere troppo severi con se stessi. Allora consulta i dati della banca mondiale e trasale: nella classifica sulla facilità di fare impresa per l’anno 2012, “Doing Business”, l’Italia arriva solo all’87° posto, subito dopo la Mongolia e appena prima di Jamaica e Sri Lanka. E il trend non lascia ben sperare: quattro posizioni più in basso rispetto al 2011 e nove rispetto al 2010. Lo stivale è 77° per la facilità di aprire una nuova impresa, 96° per la concessione di licenze edilizie, 109° per la facilità di ottenere energia, 84° per la velocità nel registrare le nuove proprietà, 98° per l’accesso al credito, 134° per la pressione fiscale e 30° per la risoluzione di insolvenza.

Ma ci sarà bene un’organizzazione degli industriali a cui rivolgersi per trovare aiuto, no? C’è, ma la sua presidente è la prima ad utilizzare procedure di ottimizzazione fiscale attraverso holding in Irlanda e Lussemburgo. E la stessa Marcegaglia Spa,nel 2008, è stata costretta a ricorrere al patteggiamento su una tangente Enipower e a pagare un risarcimento di circa 6 milioni di euro. Inoltre è attualmente in corso un’inchiesta ai danni del colosso mantovano dell’acciaio per falso in bilancio: tra il ’94 ed il 2004 sarebbe riuscito ad interporre società off shore nell’acquisto di materie prime, creando fondi neri e generando plusvalenze milionarie trasferite su conti correnti di banche svizzere intestate a società delle Bahamas, il cui beneficiario finale era Steno Marcegaglia. Salvo riuscire a far archiviare, nel maggio scorso, la parte che riguarda l’evasione fiscale, come ha scoperto Report, perché quei capitali sono stati condonati e scudati.

L’imprenditore forestiero a questo punto sbuffa dalle possenti narici, sbatte il pugno sul tavolo, si impunta e pensa che non è possibile: lui dimostrerà che fare impresa in italia, al contrario di ogni evidenza e in spregio dei luoghi comuni, è possibile. Ed è solo a questo punto che arriva l’acutissima presidente di Confindustria a svelargli l’aspetto più tremendo e sconveniente dell’Italia: i sindacati proteggono gli assenteisti cronici, i ladri e quelli che non fanno il proprio mestiere.

Eh no, questo è davvero troppo. Va bene l’evasione fiscale, la corruzione, le mafie, il pizzo, la ‘ndrangheta, il mercato drogato, i tempi per ottenere giustizia, le classifiche della banca mondiale, i fondi neri.. Va bene tutto! Ma in un paese dove i sindacati non ti permettono di licenziare proprio no, non ha nessuna intenzione di investire.
Valerio Valentini


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