Magazine Società

Messico: il Giorno dei 200mila Morti

Creato il 31 ottobre 2017 da Vfabris @FabrizioLorusso

Messico: il Giorno dei 200mila Morti

La Catrina

Two Catrina figurines, approximately 38 cm (15 in) tall in the City Museum of León, Guanajuato, Mexico. Popularized by José Guadalupe Posada, the Catrina is the skeleton of an upper class woman and one of the most popular figures of the Day of the Dead celebrations, which occur across two days, on November 1–2, corresponding with the Catholic holy days of All Saints’ Day and All Souls’ Day. It has its origins in an Aztec festival dedicated to the goddess Mictecacihuatl, which is represented by the Catrina.

" data-orig-size="1067,1600" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" data-image-title="Catrina2" data-orig-file="https://fabriziolorusso.files.wordpress.com/2011/01/catrina2.jpg?w=280&h;=420" data-image-meta="{"aperture":"11","credit":"","camera":"Canon EOS 20D","caption":"La Catrina\r\n\r\nTwo Catrina figurines, approximately 38 cm (15 in) tall in the City Museum of Le\u00f3n, Guanajuato, Mexico. Popularized by Jos\u00e9 Guadalupe Posada, the Catrina is the skeleton of an upper class woman and one of the most popular figures of the Day of the Dead celebrations, which occur across two days, on November 1\u00962, corresponding with the Catholic holy days of All Saints' Day and All Souls' Day. It has its origins in an Aztec festival dedicated to the goddess Mictecacihuatl, which is represented by the Catrina.","created_timestamp":"1193577168","copyright":"","focal_length":"135","iso":"100","shutter_speed":"1.5","title":""}" width="280" data-medium-file="https://fabriziolorusso.files.wordpress.com/2011/01/catrina2.jpg?w=280&h;=420?w=200" data-permalink="https://lamericalatina.net/la-santa-muerte/catrina2/" alt="Catrina2" height="420" srcset="https://fabriziolorusso.files.wordpress.com/2011/01/catrina2.jpg?w=280&h;=420 280w, https://fabriziolorusso.files.wordpress.com/2011/01/catrina2.jpg?w=560&h;=840 560w, https://fabriziolorusso.files.wordpress.com/2011/01/catrina2.jpg?w=100&h;=150 100w, https://fabriziolorusso.files.wordpress.com/2011/01/catrina2.jpg?w=200&h;=300 200w" class=" wp-image-4899 alignright" data-large-file="https://fabriziolorusso.files.wordpress.com/2011/01/catrina2.jpg?w=280&h;=420?w=500" />[Di Fabrizio Lorusso da L’Espresso-Blog Rio Bravo] 66 morti ammazzati al giorno. Omicidi dolosi, l’incubo del Messico. Almeno il 70% di questi – ma sono solo stime – sono dovuti alla cosiddetta narcoguerra, un conflitto armato interno che dura da 11 anni. Nata come una strategia di lotta militarizzata ai cartelli della droga nel dicembre 2006, primo mese di governo dell’ex presidente Felipe Calderón, questa “politica pubblica” basata sulla mano dura è diventata strutturale, così come la violenza estrema nel Paese. Ad oggi sono quasi 200.000 i morti per omicidio, 33.000 i desaparecidos e 310.000 i rifugiati interni.

Che poi, a dire il vero, chi stia lottando esattamente contro chi resta in molti casi un mistero, nel senso che più della metà delle forze dell’ordine locali sono infiltrate dalla delinquenza organizzata, settori significativi del mondo politico sono finanziati dal narcotraffico, o cedono all’imposizione di candidati che sopravvivono grazie a patti d’impunità mafioso-giudiziari. Infine anche le forze armate e la polizia federale, largamente impiegate in questa guerra, sono in certi territori i gestori o supervisori dei traffici illeciti e hanno funzionato da contenimento per gli oltre 250 conflitti sociali aperti nel paese. 

L’organizzazione civile Semaforo Delictivo (Semaforo Criminale), usando dati ufficiali, ha calcolato 18.505 assassinii da gennaio a settembre 2017 (+23% rispetto al 2016) e stima che la cifra superi i 24.000 per fine anno. I numeri sono pesanti e s’avvicinano al picco di violenza raggiunto nel 2011, anno più sanguinoso della narcoguerra di Calderón, con 27.199 omicidi e un tasso di circa 24 ogni 100.000 abitanti.

Messico: il Giorno dei 200mila Morti

Flickr image
(http://www.flickr.com/photos/11043589@N00/433876071 )

Direttamente da Washington, è arrivata a rompere l’amenità delle vacanze pasquali la denuncia di Human Right Watch (HRW) per gli scarsi risultati ottenuti dalla procura speciale creata nel 2002 dall’ex-presidente messicano Vicente Fox (2000 – 2006) con lo scopo di investigare i casi di tortura, sparizione, esecuzioni sommarie e altre gravi e sistematiche violazioni commesse durante la cosiddetta “guerra sucia” (guerra sporca) degli anni 60, 70 e 80. Come segnala l’organizzazione umanitaria, il primo sforzo serio del Messico per ottenere giustizia è risultato un palese insuccesso visto che non s’è avuta nessuna condanna e i responsabili non sono stati nemmeno identificati. Lo smantellamento della Procura Speciale per i Movimenti Sociali e Politici del Passato, come si chiamava l’organo preposto all’indagine della guerra di bassa intensità condotta dal governo messicano contro numerosi gruppi che rappresentavano forse l’unica forma reale d’opposizione e dissidenza politica, è stato concluso formalmente poco prima della Pasqua, dopo la destituzione, già avvenuta il 30 novembre scorso, del procuratore generale Daniel Cabeza de Vaca.

Forse l’unico riconoscimento che è doveroso attribuire all’agenzia creata da Fox è l’elaborazione del rapporto su 18 anni di guerra sporca in Messico che si può scaricare alla pagina http://www.gwu.edu/~nsarchiv/NSAEBB/NSAEBB180/index.htm e che descrive minuziosamente uno dei capitoli più oscuri e drammatici, oltre che poco conosciuti all’estero, della storia della falsa democrazia messicana durante la fase discendente del regime a partito unico (il PRI, Partido Revolucionario Institucional). In effetti non esiste una pagina web dell’organismo governativo da poco cancellato e non si trova traccia del suo rapporto finale in siti ufficiali messicani e questi sono elementi che testimoniano la scarsa volontà di diffusione delle informazioni al di là degli annunci altisonanti in favore dei diritti umani che si sono succeduti negli anni del governo Fox. Ad ogni modo, se da una parte è stato fatto un primo sforzo di chiarezza e sistematizzazione di tipo storico, dall’altra non s’è proceduto né alla necessaria riparazione del danno né all’ammissione pubblica dei delitti commessi da parte dello Stato e dei suoi rappresentanti attuali e passati. Rimane, quindi, l’amaro sapore dell’impunità e dell’impotenza, reso ancora più pungente dalla conoscenza e l’apprendimento sofferto dei crimini, che alla fine saranno imputati a fantasmi fuggiti tra documenti bruciati e archivi sotterrati dai terremoti della non giustizia messicana.

[

Flickr image
]

(http://www.flickr.com/photos/u-photo/127712611 )

Nell’altro estremo della regione latino americana, nell’Argentina post – crisi del presidente peronista Nestor Kirchner, è in corso, invece, un profondo revisionismo e stanno tornando a galla le colpe legate ai crimini efferati commessi durante l’ultima dittatura militare (1976 – 1983). La cancellazione delle Leyes de Amnistia, una serie di provvedimenti legali approvati all’inizio della nuova tappa democratica per proteggere militari e criminali di Stato, è stata formalizzata, infatti, da una decisione della Corte Suprema argentina nel giugno del 2005. Il provvedimento è stato accolto con giubilo dalla società civile e dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani ed ha favorito la riapertura di importanti processi nei confronti dei principali responsabili di un regime che ha scandalizzato il mondo intero con oltre 15.000 (ma si arriva a parlare anche di 30.000) oppositori desaparecidos. L’attitudine bellicosa e nazionalista dei militari, elevatisi a estremi difensori di un atollo di patria perduta oltre 100 anni prima, si autodistrusse in seguito alla Guerra delle Isole Malvine o Falklands, che tra l’aprile ed il giugno del 1982 causò oltre 600 vittime tra i militari argentini sconfitti dalle truppe del Regno Unito. Anche in Uruguay, paese insanguinato da una crudele dittatura militare tra il 1973 e il 1985, si sta muovendo qualcosa e il governo del Frente Amplio guidato da Tabaré Vazquez sta mettendo in discussione la Ley de Caducidad che impedisce qualunque processo dei crimini perpetrati in quegli anni.

[

Flickr image
](http://www.flickr.com/photos/40993787@N00/87640311 )

Il caso argentino e quello uruguaiano, purtroppo, rappresentano una rara eccezione se osserviamo globalmente la situazione dell’America Latina che, dopo il ritorno della democrazia formale o elettorale negli anni 80, ha mantenuto gli apparati giudiziari relativamente deboli costruiti durante le dittature. D’altronde lo stesso ex dittatore cileno (1973 – 1990) Augusto Pinochet, è morto senza essere stato condannato e si procede ora contro alcuni membri della sua famiglia e del suo clan per cercare almeno di recuperare gli avanzi del patrimonio defraudato alla società cilena. La cultura dell’illegalità ereditata dai regimi di fine secolo scorso ha creato a sua volta una dannosa cultura dell’impunità: in America Latina il 95% dei delitti comuni non viene punito mentre in Messico e in Guatemala la media è del 98%. In quest’ultimo paese, il conflitto armato ha prodotto oltre 200.000 vittime dal 1962 al 1996 ma sembra che non ci sia possibilità alcuna per i magistrati spagnoli che si occupano del caso, primo fra tutti il giudice Santiago Pedraz, di ottenere l’estradizione, tra gli altri, dell’ex-Presidente de facto Efrain Rios Montt (1982 – 1983) che aspira invece all’immunità dato che s’è candidato a un seggio come deputato nel prossimo parlamento. Sempre in Guatemala, nel febbraio scorso sono stati assassinati a colpi di pistola tre deputati salvadoregni appartenenti al Parlamento Centroamericano e, poco dopo, i tre poliziotti accusati del delitto sono stati freddati in carcere senza che fossero accertate responsabilità. La speranza di risolvere questi casi così eclatanti sta lasciando lentamente spazio all’oblio da parte della stampa e degli stessi governi coinvolti.

[

Flickr image
](http://www.flickr.com/photos/35034361412@N01/1862816227 )

Per quanto riguarda El Salvador, paese che insieme alla Colombia guida la triste classifica del numero di morti violente per capita nella regione, si può affermare che, dopo la fine della guerra civile nel 1992, è sprofondato in un’ininterrotta scalata di violenza dovuta alla povertà estrema e all’esclusione sociale. Questo ha portato a una progressiva militarizzazione degli apparati statali e ad un incremento delle forze di polizia. Proprio i corpi speciali, l’esercito e la polizia sono i principali responsabili dell’incremento nelle violazioni dei diritti umani. Bisogna sottolineare che la Colombia e El Salvador sono tra i pochi paesi latinoamericani che continuano a inviare massicciamente i loro ufficiali e soldati a “istruirsi” nella celebre Escuela de las Americas di Fort Benning, in Georgia, Stati Uniti. Nato negli anni 40, questo sinistro centro di addestramento militare ha incrementato la sua influenza anche grazie alla costruzione di una sede nella selva di Panamà ed ha visto passare nei suoi campi oltre 70.000 soldati latinoamericani. Almeno 11 dittatori sono usciti dalla scuola, tra di loro gli argentini Leopoldo Galtieri (1981-82) e Roberto Viola (1981), i boliviani Hugo Bánzer Suárez (1971-78) e Luis García Meza (1980-81), il guatemalteco Efraín Ríos Montt (1982-83) e il cileno Augusto Pinochet (1973-90). Un altro allievo eccellente della Scuola è stato il maggiore dell’esercito salvadoregno Roberto D’Aubuisson, creatore degli squadroni della morte in El Salvador e autore morale dell’assassinio dell’arcivescovo Oscar Romero nel 1980. Altri personaggi in posizione di secondo piano imposero la tortura e l’assassinio come una routine militare: Vladimiro Montesinos, numero due di Fujimori in Perù (1990-2000), era un allievo eccellente della Scuola, così come Manuel Contreras, capo dei servizi segreti della dittatura cilena e responsabile degli assassinii del cancelliere Orlando Letelier nel 1976 e dell’ex capo dell’Esercito Carlos Prats nel 1974.

[

Flickr image
](http://www.flickr.com/photos/mundokino/293600055 )

Tornando di nuovo sul fronte messicano, il direttore per le Americhe di Human Right Watch ha condannato l’immobilismo istituzionale dichiarando perentoriamente che “l’ufficio del procuratore speciale può anche essere smantellato, ma la necessità di risanare l’eredità di abusi passati rimane” e, quindi, “il Messico deve ancora trovare una strada per adempiere al suo obbligo di ricercare e giudicare questi casi”. Senza dubbio il 2006 è stato un anno da dimenticare per le fragili istituzioni messicane che, incapaci di canalizzare il malcontento dei quasi 50 milioni di poveri che vivono di migrazione e precarietà, hanno dovuto ricorrere a metodi repressivi in ripetute occasioni ad Atenco, a Città del Messico, nello Stato del Michoacan ed infine nella splendida città di Oaxaca dove, dal maggio scorso, imperversa un grave conflitto sociale che è costato oltre 20 morti. Alla fine di marzo è stato reiterato lo stato di allerta e di pericolosità riguardante Oaxaca da parte dell’ambasciata statunitense in Messico che cerca tiepidamente di fare pressione affinché le ricerche giudiziarie sull’omicidio del giornalista indipendente Brad Will, ucciso durante gli scontri che alcuni infiltrati del PRI hanno provocato contro integranti della APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca) il 27 ottobre 2006, possano condurre ai colpevoli. D’altro canto, il governo messicano ha mostrato la sua cattiva disposizione nei confronti di un’analisi trasparente dei fatti e, anche grazie alla connivenza di mass – media antidemocratici, ha sempre privilegiato la colpevolizzazione dei membri della APPO piuttosto che ricercare i responsabili nelle file del corrotto governo dello Stato presieduto dal governatore Ulises Ruiz. La verità sul caso Brad Will potrebbe risultare decisamente scomoda per il governo del PAN e del suo alleato PRI visto che un’eventuale accertamento delle responsabilità porterebbe alla luce le strategie repressive, basate anche sulla contrattazione di sgherri e pistoleros per rompere marce e assemblee, che sono state usate dal governo di Oaxaca non solo in questo conflitto ma in oltre trent’anni di lotte.

[

Flickr image
](http://www.flickr.com/photos/xzaragoza/331964858 )

Nella sua prima visita a Oaxaca il 29 marzo 2007, il Presidente messicano, Felipe Calderon, del Partido Accion Nacional (PAN, formazione politica di netto stampo conservatore), ha incontrato il governatore Ulises Ruiz che lo ha salutato come “presidente legittimo” sottolineando l’alleanza politica che il PRI e il PAN mantengono a livello locale e nazionale contro i partiti di opposizione che formano il Frente Amplio Progresista (Partido Revolucion Democratica, Convergencia e Partido Trabajadores). Le parole del governatore, orientate a riconfermare il dogma della legittimità presidenziale, assumono evidentemente delle tinte grottesche e inquietanti dato che tanto il signor Ulises Ruiz come il presidente Calderon sono stati eletti con un margine strettissimo di voti e hanno scatenato le proteste delle opposizioni a causa di accertate irregolarità elettorali, in un paese che possiede una lunga tradizione fatta di frodi e brogli di ogni tipo. Il presidente Calderon ha ribadito la necessità di superare i problemi di corruzione, abuso, impunità e violenza nella zona per cercare di cicatrizzare le ferite di una lotta senza vincitori, ma non ha specificato di fronte a Ruiz quali sarebbero le modalità precise per uscire dal baratro in cui questo s’è rinchiuso dopo lo scoppio del conflitto. Calderon ha propugnato in tutto il paese una politica di militarizzazione per lottare contro il narcotraffico ma la sua iniziativa non ha brillato per efficacia nonostante la campagna propagandistica che pretende di dimostrare il contrario a colpi di cifre sugli arresti e sui chili di cocaina sequestrati. In oltre quattro mesi di governo le iniziative del tandem PAN – PRI non si sono pronunciate a favore delle necessarie riforme del sistema fiscale, per renderlo più progressivo, e delle istituzioni sempre più prive di legittimità.

In questo contesto, Iñaki García, portavoce della “Comisión Civil Internacional de Observación de los Derechos Humanos” (CCIODH), ha affermato che è “un’ingenuità pensare che il conflitto sia risolto” e ha avvertito che “ritardare le misure di giustizia può far esplodere di nuovo la violenza”. Sulla stessa linea è intervenuta la sezione 22 del sindacato dei docenti di Oaxaca che ha chiesto il rispetto degli accordi che, in pieno conflitto, erano stati comunque sottoscritti dalla precedente amministrazione ma che oggi sembrano essere ancora lettera morta e rischiano di riattivare gli scontri. Nel documento che la Commissione ha consegnato al Ministero degli Interni messicani si raccolgono le drammatiche testimonianze di tutte la parti coinvolte nel conflitto e si analizzano le innumerevoli violazioni dei diritti umani dei cittadini di Oaxaca.

[

Flickr image
](http://www.flickr.com/photos/aleksu/1039708766 )

Il resoconto presenta una situazione riprovevole e decisamente preoccupante che gli abitanti di questa regione, tra le più povere del Messico insieme al Chiapas, Guerrero e Veracruz, sopportano da decenni e alla quale non s’è voluto porre rimedio alcuno. La logica istituzionale basata sull’autoritarismo applicata in pieno ventunesimo secolo ha prodotto l’inevitabile radicalizzazione dei movimenti sociali a cui è stata sbarrata ogni via ragionevole di dialogo mentre le autorità competenti si dimostravano incapaci di trovare soluzioni accettabili. Le radio gestite dal governo di Oaxaca, come la ormai tristemente nota Radio Ciudadana 99.1 FM e i siti internet (si veda l’allarmante pagina web http://www.oaxacaenpaz.org.mx/ ) costruiti ad hoc per stroncare il movimento oppositore ricorrono a subdoli proclami che incitano “i cittadini lavoratori onesti” alla violenza e al ristabilimento “dell’ordine” ad ogni costo.

Morti, sparizioni, manipolazione dei mezzi informativi, sequestri lampo, maltrattamenti, violenze sessuali e psicologiche, violazione delle garanzie individuali, giudiziarie e della libertà d’espressione, repressione fisica e tortura sono solo alcune delle accuse rivolte alle autorità locali e centrali tanto dalla CCIODH quanto dalla commissione governativa ufficiale, la controversa Comision Nacional de los Derechos Humanos (CNDH), che s’è espressa ufficialmente sui fatti di Oaxaca solo nel mese di marzo. In realtà, come segnala lo stesso rapporto della commissione internazionale, queste pratiche, nello Stato di Oaxaca e nel resto del Messico, vengono da molto lontano e sono state denunciate durante almeno tre decenni da una parte minoritaria della società civile e dal movimento dei docenti che è nato più di 25 anni fa. E’ a partire dalla sterile inflessibilità dell’ultimo governatore, eletto senza l’adeguata legittimazione democratica, e dall’inasprimento delle pratiche repressive contro l’opposizione e i giornali liberi, come il quotidiano Noticias de Oaxaca, che i docenti e poi il resto della società oaxaquegna hanno intrapreso una lotta che ha cominciato a sensibilizzare l’opinione pubblica nazionale e internazionale aprendo un cammino nuovo per la riforma dello stato e il riconoscimento delle pratiche democratiche e condivise che già si realizzano nelle comunità locali.

Leggilo anche su…

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=5058

" data-orig-size="" data-image-title="Diritti umani e cultura dell’impunità in America Latina: dalla “guerra sucia” al conflitto di Oaxaca " data-orig-file="" data-image-meta="[]" width="239" data-medium-file="" data-permalink="https://lamericalatina.net/2007/05/12/diritti-umani-e-impunita-america-latina/" alt="Muertos GTO newsweek" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-50" data-large-file="" />“La cosa grave non sono solo i numeri. Mi preoccupa molto di più che il Messico si trovi immobile dinanzi al fallimento rotondo della strategia di sicurezza”, ha detto Santiago Roel, direttore di Semaforo Delictivo. E in effetti, da quando il presidente Peña Nieto, a fine 2012, è subentrato a Calderón, la situazione non è cambiata, anzi. Dopo un paio d’anni di diminuzione relativa del tasso di omicidi, è scoppiato il caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, fatti sparire, e tuttora desaparecidos, dalla polizia di Iguala la notte del 26 settembre del 2014 con la partecipazione della polizia statale, della federale, dell’esercito e di narcotrafficanti. Era solo la punta di un iceberg: i desaparecidos in Messico sono raddoppiati negli anni di Peña e sono oltre 33.000.

Dal 2015 gli omicidi hanno ripreso a salire e hanno sforato quota 23.000 nel 2016, dato che nessuna delle condizioni strutturali che li provocavano è stata rimossa o almeno messa sotto controllo: le disuguaglianze sono ai massimi storici, i poveri sono 53 milioni e mezzo e gli uomini della Marina e dell’Esercito continuano a svolgere funzioni di polizia senza essere preparati, il che ha portato alla moltiplicazione dei casi di violazioni gravi ai diritti umani come le esecuzioni extragiudiziarie e la tortura.

Inoltre il traffico di droga nel Messico e dal Messico agli USA non è affatto rallentato, s’è piuttosto spostato dalla marijuana e la coca alle metanfentamine e l’eroina bianca.

E non sono state eliminate le principali organizzazioni criminali storiche come il cartello di Sinaloa, gli Zetas, i cartelli di Juárez, di Tijuana e del Golfo. Piuttosto c’è stata la frammentazione di tante strutture, bracci armati dei cartelli o loro operatori resisi autonomi, che si sono riorganizzate in cellule criminali in lotta costante per la sopravvivenza, per la plaza, il mercato locale, o gli snodi di frontiera. Ed è cresciuto anche il traffico di combustibile: la vacca da mungere è Pemex, la compagnia petrolifera statale che, smantellata pezzo per pezzo dagli ultimi governi, vive una delle peggiori crisi della sua storia e fornisce a gruppi criminali locali la linfa vitale per diversificare le attività e comprare armi di alto calibro in arrivo dagli Stati Uniti.

La violenza resta tremenda, fissa, in certe zone, come il meridionale Guerrero, mentre in altre va e viene, come un pendolo della morte.

Lo stato in cui abito, il turistico Guanajuato, culla dell’indipendenza messicana, ha meritato questa settimana la copertina di Newsweek in spagnolo: “I morti di Guanajuato, lo stato più violento del paese”. Qui il relativo equilibrio raggiunto tra le mafie dei Caballeros Templarios e gli Zetasper molti anni è stato sostituito da una guerra aperta tra l’emergente organizzazione nazionale e internazionale del Cartello Jalisco Nueva Generación, vari gruppi locali come il famigerato cartello di Santa Rosa, irrobustito dal business del furto di combustibile, e quel che resta degli Zetas.

violencia-mexico-900x500

Pochi giorni fa quelli del Santa Rosa hanno rivendicato con un video la difesa dei loro territoridagli invasori foranei, cioè da quelli del vicino stato del Jalisco che arrivano nel Guanajuato. Lo stesso cartello Jalisco Nueva Generación nel 2011 aveva fatto irruzione sulla scena pubblica lasciando 35 cadaveri su una strada di una zona altolocata di Veracruz e con un narco-messaggio su Youtube in cui dichiaravano di essere “gli ammazza-Zetas” e di voler riportare l’ordine nella zona. E’ un canovaccio tipico dei gruppi criminali che, così, mandano messaggi all’opinione pubblica ma soprattutto alle autorità e alle polizie locali, affinché decidano da che parte stare.

In questi giorni il Messico si distrae con gli altari colorati, le figure della catrina, le parate per le strade (come quella di Spectre che prima non esisteva ma dopo l’uscita del film viene riprodotta ogni anno quasi uguale a Città del Messico), i teschi di zucchero e le feste nei cimiteri per la celebrazione tradizionale del Día de Muertos che l’Unesco ha incoronato Patrimonio Immateriale dell’Umanità, ma il campanello d’allarme lanciato da Newsweek e Semaforo Delictivo irrompe rumoroso nella festa e prova a spezzare il silenzio e l’inerzia ufficiali sul problema della violenza.


Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :