mi prendo ciò che è mio

Da Suddegenere

Nel mentre un’amica mi esorta, in modalità soliloquio, alla “partecipazione” ed io rielaboro nuovamente la mia disaffezione nei confronti di ragionamenti, parole e gesti che ormai mi paiono vecchi come il cucco, arriva con gran tempismo una email di Andrea, con la traduzione di un articolo veramente interessante a proposito di lingua come strumento di globalizzazione e oppressione – ma non solo. Sta di fatto che il  messaggio di Alex-Quan Pham risuona in me come qualcosa di familiare, mi riscuote dal torpore (e quasi quasi rispondo alla mia amica).

<<FEMMINISMI EMERGENTIMi Prendo Ciò Che È Mio, Alex-Quan Pham su thefeministwire.com, 27 Ottobre 2015, traduzione di Andrea Morgione :

La mia infanzia è trascorsa parlando tiếng Việt a casa e inglese a scuola. In quanto membro di una minoranza razziale in un paese consumato da gente bianca, la mia capacità di parlare correttamente le due lingue è nata attraverso lezioni di alternanza linguistica.

Ho imparato che, in ambienti familiari, il tiếng Việt era preferito e tenuto in più alta considerazione. Le battute erano più divertenti, e ridevamo con piacere perché l’essere bianchi non era parte dello scherzo. Tra amiche vietnamite, il nostro linguaggio era un segreto collettivo – qualcosa che le amiche bianche non potevano letteralmente comprendere. Ma all’interno di circoli composti prevalentemente da gente bianca, utilizzavo il tiếng Việt come una sfaccettatura dell’esotismo proiettato su di me. Ho imparato come esercitare esotismo quando volevo guadagnare l’approvazione dei bianchi. Tutto questo era in funzione di uno sforzo di essere capace di assimilare pur mantenendo una qualche sembianza della mia eredità.

Col tempo, mentre crescevo in un corpo che l’America non avrebbe amato, rigettai gradualmente il vietnamita dalla mia gola. Cominciai a utilizzare l’inglese come un’arma contro i miei genitori, sapendo che loro non avrebbero capito i suoi suoni stranieri. Fabbricavo insulti con parole lunghe e sentivo un falso senso di potere su di loro allineandomi con l’America bianca.

L’inglese era la mia finestra sulla rispettabilità, sulla civiltà, e, cosa più importante, sulla normalità. Mentre il tiếng Việt era inizialmente la spina dorsale della mia identità culturale, quella lingua intralciava il mio desiderio di conciliare il mio corpo dalla pelle marroncina con il desolato sfondo bianco che mi circondava.

Il college era una prospettiva che sapevo mi avrebbe avvicinata a un ideale bianco. Perciò mi spostai di 3000 miglia dalla California a New York, piazzando un intero continente tra i miei genitori e me. Mossi il mio corpo attraverso migliaia di miglia come se la distanza fisica dalla mia famiglia – che mi ricordavano la mia eredità e la mia alienazione – mi potesse avvicinare all’essere bianca. E anche se ero veramente circondata da più gente bianca, ero anche circondata da più supremazia bianca.

Lo scorso Maggio ho finito il mio secondo anno di college. Negli ultimi due anni, sono stata costretta a confrontarmi con la violenza della natura bianca, una cosa che avevo imparato a valorizzare. Tutto quello che mi era stato insegnato sulla bellezza, sulla rispettabilità e sulla generosità dell’essere bianchi si è dimostrato falso.

Uno dei momenti cardine più importanti della mia esperienza avvenne in un incontro con un professore bianco – uno dei rappresentanti dominanti della violenza accademica. Stavamo discutendo un saggio che avevo scritto, e mi stavo scusando con lui per essere “incapace di articolare”. Lui mi fermò e disse che io ero indubbiamente in grado di articolare; il problema era che stavo lasciando che fosse il pubblico a determinare le mie parole. Ero così concentrata sull’essere accademicamente impressionante, così concentrata sull’aderire alle norme della classe media bianca che avevo dimenticato di contestualizzare la mia voce.

A chi stavo parlando? E per chi stavo parlando?

*

Educazione è un alias che permette alla violenza di nascondersi sotto l’illusione del servizio pubblico e dello sviluppo personale. Storicamente, l’educazione è parte dell’iniziativa imperialista. L’effetto dell’educazione attraverso la colonizzazione non solo risulta solo nel saccheggio dei beni materiali e nella distruzione dei corpi colonizzati; è nel migliore interesse dei colonizzatori distruggere anche il linguaggio attraverso il quale arriviamo a capire noi stessi. La colonizzazione ci lascia senza gli strumenti per immaginare noi stessi con complessità e possibilità.

In Vietnam, i francesi imposero* un sistema educativo che dichiarava il francese la lingua dominante. Nell’emisfero opposto, i collegi statunitensi costruiti per i Nativi Americani erano luoghi dove i colonizzatori-educatori bianchi erano predatori sessuali. E nelle scuole pubbliche di oggi, i giovani neri e latini sono soggetti a politiche disciplinari che li considerano scartabili, e li rendono vulnerabili alla linea diretta scuola-prigione.

Le istituzioni di “educazione superiore” non sono spazi sicuri. Gli studenti emarginati lungo linee di razza, identità di genere e sessualità subiscono violenza verbale e materiale.

E mentre certi studenti potrebbero essere incoraggiati a immergersi nella letteratura radicale, l’istituzione che fornisce tale contenuto rimane oppressiva. Che paradosso leggere letteratura nativa americana e studiare il genocidio degli indigeni mentre la tua università è costruita su terra dei Nativi e finanzia il genocidio dei palestinesi all’estero. Ci sono collegi in tutto il mondo costruiti su terre appartenenti agli indigeni, che pure si presentano come progressisti ospitando ricerche sulla natura dell’essere indigeni – e molti, se non tutti, gli accademici “critici” credono in questo falso progresso.

Anche mentre una studentess sta imparando la storia dei movimenti di resistenza, la pedagogia di queste istituzioni previene la resistenza. Il curriculum vitæ di una studentessa è più importante della sua salute. La mancanza di sonno, energia e tempo è affascinante. L’autostima è misurata dai “livelli produttivi”. L’impegno delle studentesse col femminismo è limitato ai soli scritti che producono durante notti insonni; sono rese incapaci di presenziare ad eventi, stabilire connessioni interpersonali, o praticare il femminismo giorno dopo giorno.

Alle studentesse sono propinate idee mainstream di giustizia che suggeriscono che le studentesse universitarie dovrebbero passare un’estate in Ruanda a studiare i diritti umani, rinforzando l’egemonia americana e saziando un complesso del salvatore, piuttosto che donando il loro privilegio alle organizzazioni del Ruanda locali.

Le produzioni estetiche dei campus dei college e le stravaganti dimostrazioni di benessere sono un altro elemento dell’oppressione accademica. Molti campus sono situati in quartieri che soffrono di povertà generazionale. Alcune università contribuiscono alla gentrificazione** aggiungendo l’Eurocentrico “abbellimento” dei quartieri. La professionalità è incoraggiata senza la minima analisi su come essa privi dei diritti civili*** gli studenti che provengono da comunità di colore povere e scoraggi la diversità di genere.

Nonostante tale marginalizzazione, i corpi non bianchi sono interamente necessari perché l’istituzione predominantemente bianca si sostenti. La soggiogazione dei corpi razzializzati è necessaria affinché la natura bianca mantenga il suo potere sull’accademia. I corpi razzializzati sono pensati per mantenere la facciata dell’inclusione, per riempire una quota di diversità, per essere un oggetto di studio. La violenza del mondo accademico bianco conta sui corpi di colore, ed è sempre a nostre spese.

Quando si considerano i costi di essere nel mondo accademico, la cura di sé diviene rivoluzionaria. Quando sei lesbica, di colore e non ti adegui alle convenzioni di genere tutto al tempo stesso; quando sei un’enciclopedia culturale per i colleghi e i professori bianchi e la sola rappresentante di ogni voce ai margini; quando ti viene chiesto di essere complice della generazione delle entrate in cambio di vite umane, specialmente vite di gente nera****;  in questi casi la cura di sé è rivoluzionaria e la resistenza necessaria.

Cosa se ne fa una persona di una voce quando essa è ignorata, deliberatamente fraintesa, simbolizzata e cooptata senza consenso da quelli con più potere nel complesso industriale accademico?

Siamo abbandonati a trovare il linguaggio della/per la resistenza mentre facciamo i conti con il ruolo del linguaggio nei secoli di colonialismo, schiavitù e genocidio.

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I vincoli dell’inglese entrano in scena strutturalmente quanto individualmente. Come fanno le persone omosessuali e transessuali di colore a descriversi attraverso norme di genere create da e per corpi bianchi?

Siamo le più colpite da questa logica bianca e coloniale ogni giorno. Siamo alla ricerca di generi e sessualità attraverso un linguaggio che non è il nostro. Stiamo continuamente guadando  un vuoto in cui siamo state scagliate senza il nostro consenso, alla ricerca di ciò che è stato rubato, di ciò che è stato strappato alla radice, senza sapere cosa stiamo cercando, senza sapere se mai lo troveremo.

L’inglese è un linguaggio creato per ferirmi. Nessuna quantità di istruzione accademica cambierà questo.

Ma io parlo tiếng Việt ogni giorno, con l’aiuto dei miei genitori, che tollerano traduzioni eccessive. Quando parlo tiếng Việt, invoco i miei antenati, in particolare le donne guerriere***** nella storia del Vietnam, che combatterono contro le colonizzazioni cinesi e francesi e il tentativo fallito di neocolonialismo dell’America. Quando parlo tiếng Việt, io resisto all’accademia, che mi dice che solo i linguaggi allineati ai valori Euro-Americani possono imporre rispetto. Quando parlo tiếng Việt, mi do il permesso di rifiutare la natura bianca.

Parlo tiếng Việt come modo di aggrapparmi all’eredità che ho cercato di cancellare anni fa. È il mio modo di cantilenare nell’esistenza un futuro autonomo per me e per altre persone omosessuali e transessuali di colore nella diaspora.

Il mio linguaggio mi ricorda che sono implicata nello sforzo secolare di indipendenza del Vietnam e nell’impresa della diaspora vietnamita per il mondo oggi.

Per molti di quelli che si sono visti la propria voce strappata dalla gola, per molti di quelli che urlano ma sono ridotti al silenzio, il passato e il futuro collassano nel presente. I traumi della storia sono gettati nel presente e il futuro è un’immagine permanentemente tetra.

Perciò ecco il mio modo di reclamare tempo, di reclamare spazio.

Parlo tiếng Việt per me stessa. Per il mio io dell’infanzia che voleva così disperatamente essere più bianco, più mascolino. Per il mio io presente che sta audacemente reclamando soggettività nel mio linguaggio. E per la persona che vedo da qui a dieci anni, che sarà sopraffatta dalla vanità.

Pronuncerò tutte le parole che mi sono state rubate.

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* http://www.studentpulse.com/articles/634/examing-the-social-impacts-of-french-education-reforms-in-tonkin-indochina-1906-1938?utm_expid=22625156-1.KO25nUpqRmaZtrqPOtUHSA.0&utm_referrer=https%3A%2F%2Fwww.google.com%2F 

** http://america.aljazeera.com/articles/2014/12/31/philadelphia-universitiesexpansiondrovewidergentrificationtensio.html

*** http://everydayfeminism.com/2015/02/professionalism-and-oppression/

**** http://www.theguardian.com/world/2011/jun/08/us-universities-africa-land-grab

***** http://worldhistoryconnected.press.illinois.edu/4.3/gilbert.html