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Miccoli annuncia il ritiro dopo una carriera fra luci e ombre

Creato il 16 dicembre 2015 da Univeryo7p
Chissà se oggi, giorno in cui a 36 anni ha annunciato il proprio ritiro dalla maltese Birkirkara, la sua ultima squadra, e dal calcio, Fabrizio Miccoli abbia più rimpianti, rimorsi o recriminazioni. Certo si potrebbe dire che per lui il treno del successo è passato due volte - cosa di per sé già abbastanza rara - e che in entrambe le occasioni lui, dopo esserci salito, ne sia sceso troppo in fretta. La prima volta per scelta propria, la seconda costretto, dice lui, da altri.  
Miccoli annuncia il ritiro dopo una carriera fra luci e ombre
A 12 anni, dopo 2 stagioni nel vivaio del Milan, decise di tornare nella sua Lecce, vinto dalla nostalgia di casa. Molto dopo, nel 2004, venticinquenne in rampa di lancio nel grande calcio, si scontrò invece con la rigidità di un intero ambiente. Quello della Juve. Che non gli perdonò nulla, a cominciare dal look: “La prima cosa che mi dissero”, raccontò anni dopo, “fu di togliermi gli orecchini. Peccato che la cosa venne ordinata solo al sottoscritto”. Erano altri tempi rispetto a oggi, certo, tempi nei quali la scelta, e il successo, di un calciatore erano legati non soltanto a una valutazione tecnica, ma a una di tipo professionale in senso più ampio. Soprattutto quando si arrivava in una società aristocratica non soltanto dal punto di vista dei risultati sportivi, gestita da un trio austero e severo come quello composto all’epoca da Moggi, Giraudo e Bettega.  
IL PROCURATORE? ME LO SCELGO IO — Ma i problemi in bianconero furono legati, raccontò Miccoli anni dopo al processo Gea, al “no” che disse a Lucianone quando questi gli propose di affidare la sua procura al figlio Alessandro. “Da quel momento fui emarginato. La mia avventura alla Juve era di fatto finita. Provarono in tutti i modi a vendermi, finché ci riuscirono”. Miccoli era transitato alla Juve nel 2002, dopo essersi rivelato nella Ternana, e ci era tornato appunto 2 anni dopo, reduce dalla splendida stagione al Perugia, in cui aveva segnato 9 gol in campionato e 5 in coppa Italia, diventando il capocannoniere del torneo. Il suo allenatore era Serse Cosmi, “il migliore che abbia mai avuto”. Dopo la Juve, arrivano la Fiorentina (12 gol in campionato, capocannoniere della squadra), Benfica e Palermo, dove vive probabilmente il momento migliore della carriera. Sette anni, dal 2007 al 2013, in cui segnò 81 gol in 179 partite ufficiali, diventando il miglior marcatore di tutti i tempi della squadra rosanero e avendo per compagni gente come Amauri (che di lui disse: “È il più forte col quale abbia mai giocato”) e Cavani. 
LE OFFESE A FALCONE — Due anni fa firma col Lecce, dove spera di chiudere la carriera. Per tante difficoltà le cose non vanno come sperato: i problemi non sono soltanto tecnici e legati al rendimento della squadra, ma anche personali, e non solo fisici. Miccoli infatti passa molto tempo in infermeria a causa di ripetuti infortuni, ma è anche poco sereno a causa delle inchieste giudiziarie in cui viene coinvolto per i suoi presunti rapporti con un boss mafioso siciliano. In questa vicenda, la macchia più grossa restano le ingiurie telefoniche a Giovanni Falcone, intercettate dagli investigatori durante una conversazione telefonica con lo stesso boss, per le quali Miccoli versò lacrime pubbliche e di cui si dichiarò pentito in una lettera aperta indirizzata idealmente allo stesso magistrato ucciso nella strage di Capaci. A giugno accetta l’offerta del Birkirkara: “Dopo 20 anni di calcio volevo chiudere col sorriso. Stavo per smettere non nel modo in cui avrei voluto”. Lo ha fatto oggi, dopo 18 presenze e 10 gol nella sua nuova squadra. E chissà se, voltandosi indietro, sulla bilancia peserà di più ciò che è stato o ciò che sarebbe potuto essere. 

Fonte: Gazzetta.it

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