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Milano Rovente: intervista a Alessandro Bastasi

Creato il 09 gennaio 2020 da Fedetronconi

Milano racconta con le tinte noir dallo scrittore Alessandro Bastasi: ed ecco nelle librerie Milano Rovente per Fratelli Frilli Editore.

Ritornano il commissario Ferrazza e l’ispettore Ceolin detto ‘Ndemo tosi, qui coinvolti in un caso torbido, dai confini ambigui, al limite delle loro competenze ufficiali. Un imprenditore dal passato avventuroso, Enea Bentivoglio, titolare di una ditta di riciclo di rifiuti, viene trovato cadavere in un noto ritrovo di tossicodipendenti. Del delitto è accusato Vittorio Gugliaro, un agente della Polizia giudiziaria in forza al commissariato dello stesso Ferrazza, e la delega per le indagini viene assegnata al capitano dei carabinieri Francesco Calabrese. Temendo una vendetta da parte dell’Arma, a causa di una precedente inchiesta di Ferrazza che aveva portato all’incriminazione di elementi dell’Arma stessa nel caso denominato “Notturno metropolitano”, il commissario si attiva in un’indagine parallela coadiuvato dall’ispettore Ceolin e dal detective, ex carabiniere, Romano Montanari.

Milano Rovente: intervista a Alessandro Bastasi

Milano rovente è un romanzo noir di denuncia, un’indagine a tutto tondo sugli aspetti neri del mondo nel quale viviamo. Un romanzo che fa male, perché spiazza il lettore, costringendolo a porsi delle domande alle quali è difficile dare risposte.

Come è nata la coppia Ferrazza e Ceolin?

La coppia Ferrazza e Ceolin è nata nel romanzo “Morte a San Siro”, poi è cresciuta in “Notturno metropolitano” e nell’ultimo mio “Milano rovente”. L’idea di base è stata di porre a fianco di Ferrazza un personaggio con il quale lui potesse dialogare, che in qualche modo lo facesse riflettere, gli suscitasse delle considerazioni non solo sulla sua professione ma anche sul mondo nel quale si trova a vivere e a operare. Ferrazza non è il classico commissario della narrativa noir, dalla vita complicata, oppresso da un passato difficile, e blablabla, no, lui è un uomo normale, come tanti, che non si pone grossi problemi esistenziali, insicuro nei rapporti personali che richiedono spessore, profondità (e lo si vede soprattutto nei rapporti con la sua compagna, la giornalista Laura Barbieri). Ceolin è il suo contraltare, colto, interessato alla politica, attento agli aspetti umani e sociali del suo lavoro di ispettore di polizia (abbiamo imparato a conoscerlo bene soprattutto in “Notturno metropolitano”). Il suo ruolo, nei miei romanzi, è quindi quello di far acquisire delle consapevolezze al suo, per certi aspetti frivolo, superiore. E ciò induce il nostro commissario a trattarlo sempre di più come un confidente, un amico. Un amico prezioso.

Dove trai ispirazione per i tuoi romanzi?

Di norma l’ispirazione (chiamiamola così) nasce da fatti di cronaca che mi colpiscono particolarmente e che per me diventano argomenti di riflessione. È stato così in “Notturno metropolitano”, che si rifà per certi aspetti ai casi Cucchi, Uva, Aldrovandi, è stato così in “Milano rovente”, dove sono presenti il tema della diffusione della droga tra i giovani e quello del trattamento illecito, spesso criminale, dei rifiuti. Poi, certo, c’è il mio retroterra umano, culturale, politico, che mi suggerisce la visuale a me più consona.

Noir e denuncia sociale: un connubio importante? Un’opportunità?

Per me il noir è denuncia sociale, o non è, a differenza del giallo classico. Lo schema canonico del giallo classico è noto: la tranquillità di un certo ambiente viene violata da un delitto, una mente superiore si incarica di interpretare indizi di vario genere, e alla fine il colpevole viene scoperto e l’ordine ristabilito. Nel noir così come lo intendo io – e ovviamente non solo io – non c’è alcun ordine da restaurare, semplicemente perché non esiste l’ordine, l’investigatore è un uomo come noi che si muove tra le pieghe di una società marcia di suo nella quale la differenza tra colpevoli e innocenti è labilissima. Compito dell’autore noir è esattamente quello di scoperchiare questo marcio, metterlo in evidenza su un piatto, ben sezionato, in modo che il lettore ne divenga consapevole e ne tragga le conseguenze. Mostrando, non dando soluzioni, però. L’autore noir a questo si deve limitare, altrimenti diventa stucchevole propaganda.

Milano Rovente: intervista a Alessandro Bastasi

Uno dei protagonisti del romanzo è Milano: che rapporto ha con la metropoli?

Milano nei miei romanzi è un laboratorio. In questo senso cerco di costruire una copia letteraria della Milano che sia congeniale al racconto, con le atmosfere e i conflitti che mi interessa raccontare, una copia attenta comunque alla toponomastica, precisa nell’individuazione dei luoghi, affinché il lettore (milanese), pur spiazzato in una sorta di straniamento rispetto alla realtà che vive tutti i giorni, riesca a riconoscerli. Hai presente il film di Lars von Trier, “Dogville”? La storia si svolge in un piccolo paese di montagna dove vive una comunità, con i suoi conflitti, le sue contraddizioni, ma cosa ha fatto il regista?  Ha fatto una copia di quel paese disegnandolo letteralmente sul pavimento di un enorme spazio chiuso, ciascun ambiente designato da un’etichetta, facendone, appunto, un laboratorio sui generis. Similmente – al di là della struttura e dei contenuti – è la mia Milano in sedicesimo: un laboratorio, dicevo, a cielo aperto, disegnato in funzione della storia che voglio raccontare, nel quale faccio accadere delle cose per analizzarne le conseguenze e, come nella canzone di Jannacci, vedere l’effetto che fa.

La stagione in cui è ambientato il romanzo è l’estate, che si inserisce perfettamente nella trama: Milano è vittima (a sua volta) di un caldo torrido potente, che intontisce, opprime, distoglie dall’attenzione, appesantisce i corpi. E’ voluta la scelta?

Sì, è voluta. Nella realtà Milano non è, nemmeno d’estate, così calda come appare nel romanzo. E qui torno alla risposta precedente: ho disegnato una copia che ricorda più una città tropicale, con l’umidità soffocante e i tifoni che la devastano, che una metropoli occidentale. L’afa qui ha esattamente la funzione che dicevi: intontire, opprimere, spingere alla violenza. Ed è una metafora del clima sociale che – a mio modo di vedere – oggi opprime il paese, dell’intontimento che certe idee rasoterra provocano nei cittadini (c’è un passo nel romanzo che vi accenna esplicitamente).

Stai già lavorando ad un nuovo progetto?

Sì, ho terminato la fase di documentazione (fondamentale in questo tipo di romanzi) sul tema che voglio affrontare e quella di costruzione – a grandi linee – della storia e dei personaggi. Ora sto iniziando a scrivere: vediamo cosa ne uscirà

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