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MISS STEPHEN | Radclyffe Hall ovvero il diritto all’esistenza

Creato il 11 ottobre 2019 da Amedit Magazine @Amedit_Sicilia

MISS STEPHEN | Radclyffe Hall ovvero il diritto all’esistenza

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MISS STEPHEN | Radclyffe Hall ovvero il diritto all’esistenza

di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 40 | autunno 2019

SFOGLIA LA RIVISTA

Sono trascorsi più di novant'anni dalla prima pubblicazione di The well of loneliness (1928, editore Jonathan Cape), un romanzo dichiaratamente lesbico che costò alla sua autrice, la scrittrice inglese Radclyffe Hall, un umiliante processo per oscenità. In sua difesa si mobilitarono, tra gli altri, E. M. Forster, Virginia Woolf, G. Bernard Shaw e Vita Sackville-West. Dopo la condanna il libro venne messo al bando ma, a dispetto delle reiterate censure, conobbe una vastissima diffusione: tradotto in undici lingue, vendette un milione di copie nel solo arco del quindicennio 1928-1943.

Una fiera natura maschile imprigionata in un corpo femminile: questo fu innanzitutto Marguerite Radclyffe Hall, nata a Bournemounth (Hampshire) nel 1886 e morta a Londra nel 1943. Figura inquieta, ma coraggiosa e determinata, Radclyffe Hall ha saputo ritagliarsi un ruolo di tutto rispetto nella letteratura inglese del primo Novecento, sfidando le convenzioni di quella stessa società che pochi anni addietro aveva gettato nel fango Oscar Wilde, una società timorata e timorosa che continuava a perseguitare con le parole e con le azioni tutte quelle esistenze non allineate. A soli ventun anni "John", questo uno dei suoi pseudonimi, entra in possesso di una cospicua eredità, comincia a viaggiare per il mondo (bardata perlopiù in eleganti abiti maschili) e pubblica a sue spese le prime raccolte di poesie. Nel 1907 si lega sentimentalmente alla cantante Mabel Veronica Label, ma il grande amore della sua vita sarà la scultrice Una Vincenzo (o Lady Troubridge, nota anche per aver tradotto in inglese l'opera di Colette). La coppia soggiornò a più riprese in Italia, nel 1937 si stabilì a Firenze, ma poco prima dell'inizio della guerra fece rientro in Inghilterra; una relazione alla luce del sole, vissuta coraggiosamente, modello d'ispirazione per tante altre coppie clandestine.

MISS STEPHEN | Radclyffe Hall ovvero il diritto all’esistenza

Il nome di Radclyffe Hall è legato soprattutto al romanzo Il pozzo della solitudine, da molti salutato come il primo romanzo dichiaratamente lesbico della storia. La narrazione, di compiaciuta impronta tardo-ottocentesca, intreccia sapientemente la tradizione del romanzo di formazione a quella del romanzo introspettivo e sentimentale; la sua novità è però più contenutistica che formale, e risiede soprattutto nella sofferta e ragionata rivendicazione del diritto all'esistenza per la cosiddetta categoria degli "invertiti" o "anormali". All'origine della stesura di The well of loneliness c'è innanzitutto un duplice atto di coraggio: quello di esporsi pubblicamente (oggi diremmo "coming out") e quello, forse ancor più eroico, di esporsi intimamente, senza filtri, lasciando prevalere ora il furore dell'orgoglio ora la trista e vittimistica commiserazione. È necessario sforzarsi di comprendere quale percezione avessero di sé le persone omosessuali di quegli anni. Solo riflettendo su tali premesse possiamo accostarci alla complessa personalità di Stephen Gordon, la protagonista del romanzo (nonché alter ego della Hall).

Il pozzo della solitudine è il non-luogo che la società naturalmente e biblicamente ordinata riserva al diverso (entità incollocabile e inassimilabile), è l'imbuto infernale, il baratro, una tomba scavata nel ventre vivo della terra. In questo abisso l'invertito misura la distanza che lo separa dal mondo, dalle piccole e grandi felicità che per diritto naturale spettano ai normali. Nel pozzo si galleggia ma, prima o poi, si affonda. Dal pozzo, talvolta, si può anche riemergere. È da questa prospettiva - affondata, galleggiante, riemergente - che scrive Radclyffe Hall. Il pozzo ( the well) è inoltre un chiaro rimando al ghetto oscuro e clandestino dei "simili con simili", il mondo parallelo dei locali gay parigini che, tra anni Venti e Trenta, Stephen si ritroverà a frequentare illudendosi di poterne trarre un qualche conforto. Il pozzo è uno specchio dove il più miserabile tra i reietti, il più escluso tra gli esclusi, il paria del genere umano è costretto a rimirare la sua icona infeconda. Ma non c'è superficie, ci avverte la Hall, per quanto torbida e tremante, dove non possa riflettersi la luna: la mano salvatrice dell'amore prova che le leggi della natura sono superiori a quelle degli uomini e che tutti, anche gli invertiti - rinnegati dai familiari, ingiuriati dagli estranei, apostrofati come "degenerati" dalla medicina ufficiale, respinti finanche dal dio della chiesa - anche loro hanno diritto alla felicità. Per designare la natura congenita della sua protagonista Radclyffe Hall non usa mai il termine lesbian ma quello (più medico e meno letterario) di invertit. La scelta non è casuale perché cristallizza il malcelato disagio di Stephen Gordon, costretta suo malgrado a convivere con una femminilità indesiderata.

Nel saggio Sull'inversione dell'istinto sessuale (1878) il medico lombardo Arrigo Tamassìa coniò il termine "invertito" per tradurre il termine tedesco "conträrsexuale"; il termine venne in seguito ripreso da altre lingue ( inverti nel francese, invert nell'inglese). L'invertito è il capovolto, colui (o colei) che reca in sé caratteristiche e pulsioni dell'altro sesso. La definizione, oggi dispregiativa e omofoba, è utilizzata dalla Hall in termini meramente connotativi. Stephen, infatti, non si relaziona da donna a donna, ma ama e desidera la donna come farebbe un uomo eterosessuale. Oggi Stephen Gordon sarebbe un transessuale o un transgender. Per sottolinearne la condizione congenita (e, al contempo, una sorta di misteriosa predestinazione) Radclyffe Hall affida alla sua protagonista un nome maschile fin dalla nascita. Figlia di Sir Philip Gordon e dell'irlandese Lady Anna Molloy, Stephen viene alla luce nella dimora di Morton Hall, una villa in mattoni rossi in stile georgiano circondata da boschi e laghi. La grande tenuta dei Gordon sorgeva tra Upton-upon-Severn e le colline di Malvern, nel cuore agreste della contea del Worcestershire. La coppia, legata da inesaurita passione, deve attendere però per ben dieci anni prima di poter contemplare "il perfetto compimento di tutte le loro aspirazioni": un figlio maschio. Sir Philip, agito da una convinzione profonda, escludeva infatti a priori "che sua moglie gli potesse dare una bambina; non la vedeva che madre di un maschio e nessun presentimento di lei poteva turbare la sua fede. Per il nascituro aveva già perfino scelto il nome di Stefano, perché ammirava il coraggio di questo santo." Così Anna, adagiata col pancione sotto il vecchio cedro, aspetta fiduciosa l'agognato primogenito osservando i dolci pendii di Malvern che "gonfi di gemme sembravano assumere un nuovo significato; erano come donne gravide, dal gran ventre pregno, forti e coraggiose, madri di splendidi figli, e cinte di verde." Tutto ciò che Anna desidera è non deludere le aspettative del suo consorte e, da brava timorata irlandese, donnina tanto graziosa quanto incolta, concentra ogni sforzo e ogni preghiera per non fallire la sua missione: sgravare un Gordon maschio, degno erede della dimora di Morton.

MISS STEPHEN | Radclyffe Hall ovvero il diritto all’esistenza

La venuta al mondo di Stephen infrange questo Eden. "Ma l'uomo propone e Dio dispone. E così avvenne che, la vigilia di Natale, Anna Gordon si sgravò di una bambina: un rospetto dalle anche strette e dalle spallucce larghe, che strillò per ore e ore, senza requie, quasi fosse offesa di essere stata gettata nel mondo." Con grande efficacia Radclyffe Hall sintetizza già nelle prime tre pagine il risvolto della fiaba. Stephen nasce già come elemento indesiderato. La sua femminilità anagrafica, sebbene per ragioni altre, la marchia fin dalla lallazione. Per decisione di Sir Philip, come a voler rimediare in un qualche modo al danno, la bambina viene comunque battezzata col nome maschile dell'impavido protomartire. Questo pregresso (la malcelata delusione del padre, il senso di colpa della madre) segnerà dolorosamente l'infanzia di Stephen che, dal canto suo, rivela fin da subito tratti e attitudini smaccatamente maschili. All'età di sette anni Stephen è già il ritratto di suo padre: i folti capelli ramati, gli arditi occhi castani, le spalle larghe, le anche strette..., una rassomiglianza vissuta da Anna come un oltraggio. La donna, a suo modo affettuosa e protettiva com'è convenevole e naturale che si comporti una madre, non tarda a provare ostilità e disgusto verso questo figlio mancato, incarnazione del suo fallimento. "Ma gli occhi della madre avevano uno sguardo freddo, benché la voce fosse dolce, e la sua mano, nel carezzarla, involontariamente esitava. Quella mano faceva uno sforzo per accarezzare, e Stephen lo intuiva."

Anna percepisce la natura di sua figlia ma non sa dare un nome a quella anomalia. Pur apprezzandone l'indubbia bellezza ne prova repulsione. Ad irritarla è soprattutto l'assenza in Stephen d'ogni barlume di femminilità. Senza ricevere alcuna pressione educativa Stephen era venuta su da sola come un maschio; nel modo di vestire, di camminare, di parlare, negli interessi, nei giochi, nel temperamento in generale e finanche nella sua stessa struttura fisica Stephen contraddiceva lo stereotipo della bambina bambola e donnina. "Sì, odiava quelle vestine morbide, e le sciarpe, e i nastrini, e le collane di piccoli coralli e le calzette traforate. Le sue gambe si sentivano invece perfettamente a posto nei calzoni, le piacevano tanto le tasche dei vestiti maschili..." Radclyffe Hall apre due distinte porte per giustificare l' inversione di Stephen: da un lato le aspettative genitoriali durante la gravidanza ( inversione indotta), dall'altro la naturale inclinazione manifestata dal soggetto fin dalla più tenera infanzia ( inversione non indotta ma predisposta dalla natura).

Il tutto, utile ribadirlo, deve necessariamente essere ricondotto alle convinzioni e alle idee che, sul finire degli anni Venti, gravitavano intorno all' enigma dell'inversione sessuale. Sir Philip, uomo colto e riflessivo, cerca risposte al suo presentimento. Radclyffe Hall ce lo mostra mentre, nello spazio privato del suo studio, legge un volumetto dello scrittore e giurista tedesco Karl Heinrich Ulrichs (1825-1895), pioniere del movimento omosessuale (probabilmente uno dei dodici libri dell' Amore sessuale tra uomini come enigma della natura). "... i suoi occhi esprimevano una evidente preoccupazione e con un lapis segnava brevi note sui margini bianchi del libro." Sir Philip amava Stephen, ne andava fiero, ma di un amore intriso di pietà, "quasi come se avesse indovinato per istinto che questa sua figliola era segretamente defraudata di qualche cosa e condannata a portare il peso di qualche colpa immeritata." Nella grande tenuta di Morton, un eden di sconfinata bellezza, Stephen libera la sua personalità vigorosa, temeraria e selvaggia. Anna la osserva a debita distanza, sempre più a disagio, incapace di una sana interazione. La preoccupazione del padre e la ritrosia della madre generano un campo elettrico che Stephen finisce per avvertire sempre più distintamente. Così, pur se ancora piccina, sente montare un insopprimibile "bisogno d'amore", e sarà Collins, la giovane cameriera, il suo primo innamoramento. La sua natura si rivela nell'attaccamento morboso e geloso verso la bella Collins, un sentimento presto degenerato in sofferenza.

MISS STEPHEN | Radclyffe Hall ovvero il diritto all’esistenza

All'età di dodici anni Stephen ha già maturato un'indole "dolorosamente ipersensibile". I suoi "tratti pesanti e duri" le conferivano uno straniante aspetto mascolino: "la forte linea delle mascelle, la fronte quadra e massiccia, le sopracciglia troppo fitte e troppo larghe. E tuttavia vi era in lei un che di splendido, e al tempo stesso di grottesco, come una cosa primitiva concepita in un secolo di transizione." Nell'osservare lo sviluppo straordinario di questa bizzarra creatura Sir Philip trova conferma dei suoi presentimenti, ma non ne fa parola con la moglie. Questa, sempre più destabilizzata, trova il coraggio di confessargli i suoi timori: "... Non saprei dirti il perché, tutto mi pare sbagliato, tutto mi pare strano in quella figliola." Sir Philip, evasivo, la rassicura. In cuor suo sa che Anna non potrà mai accettare né comprendere. Tutt'uno con gli spazi aperti di Morton la dodicenne Stephen mette a tacere i suoi dissidi interiori attraverso "l'educazione del corpo": tonica ginnasta e abile schermitrice, tocca l'apice della felicità quando galoppa sul suo amato cavallo Raftery. La modificazione del corpo, temprato dall'esercizio sportivo, si traduce anche in una riformulazione del vestiario, "essendo i vestiti una manifestazione del proprio io".

Dai quattordici ai diciassette anni, bardata perlopiù in severi tailleur di stoffa ruvida (fortemente criticati tanto dalla madre quanto dai vicini), Stephen studia sotto la guida dell'istitutrice Miss Puddleton (Puddle). Geometria, algebra, latino, greco, botanica... il nutrimento dell'anima fa il paio con il nutrimento del corpo. Precedentemente aveva imparato a destreggiarsi nel francese sotto la guida di Mademoiselle Duphot (una competenza che si rivelerà utile negli anni parigini). Grazie anche a molte letture condivise con il padre, Stephen "aveva conquistato un nuovo dominio e a diciassette anni era ben formata non solo nello sport, ma anche nel lavoro intellettuale." È in questo frangente, nell'età critica di transizione tra l'adolescenza e la prima giovinezza, che Stephen comincia a scrivere. "Scrivere! Che balsamo divino! Era come lo scorrere di un'acqua profonda; come se un grosso peso le si fosse levato dalla mente, dandole uno squisito senso di riposo e di sollievo." Stephen ha del talento, promette bene, e sia Puddle che suo padre confidano che un domani si affermerà come scrittrice. Solo Anna, la madre fredda, la donna non istruita con "le mani bianche abbandonate e inattive" resta indifferente alla precocità di quel talento.

Ora che è cresciuta e formata nel corpo e nella mente, Stephen è in grado di avvertire più nitidamente "quel senso di strana ingiustizia" che la opprime da sempre. Comincia a riflettere su come gli altri (i normali, gli allineati) la percepiscono dall'esterno. Soppesa gli sguardi, i commenti, certe piccole ironie. È fuori posto, lo è sempre stata, ma ora che non è più una ragazzina la sua incollocabilità è più che mai lampante. Nei pranzi dai vicini o nei ricevimenti in società cui era costretta da sua madre a partecipare provava un doloroso disagio; in quelle occasioni doveva vestirsi da femmina, conciarsi con merletti e belletti, cosa che odiava e che la faceva apparire goffa, maldestra, impacciata. Regnava una "scrupolosa distinzione tra i sessi" in quei contesti dove interagivano, tra mille convenevoli, le famiglie rispettabili della contea del Worcestershire. Facile che, una come lei, suscitasse ilarità e soggezione. Bella era bella, ma di una bellezza rude, maschia, senza quei tratti pudici e indifesi tanto in voga nelle donne dell'epoca. "Gli uomini amano le donne arrendevoli: essi sono la forte quercia ed amano attrarre l'edera femminile, che può anche avvinghiarsi a loro così tenacemente da soffocarli (cosa che succede assai spesso); ma essi preferiscono così, ed ecco la ragione per la quale non sopportavano Stephen. Ella non era l'edera; al contrario sentivano in lei qualche cosa della quercia." In queste prime uscite in società, lontana dagli amati spazi selvaggi di Morton, Stephen misura la distanza che la separa dal resto del mondo. È qui, "nella desolata terra di nessuno che si stende fra i due sessi", che Stephen vede cingersi il cerchio della sua solitudine, l'orlo del pozzo che la sta fagocitando.

MISS STEPHEN | Radclyffe Hall ovvero il diritto all’esistenza

La consapevolezza della sua diversità cresce in lei sempre più prepotentemente, e con questa il desiderio di un irrinunciabile appagamento. Dotata di "acutezza di sguardo" - "l'acutezza di sguardo di quelli che si trovano tra i due sessi è così spietata, così pungente, così acuta e mortale, da diventare un vero dolore" - avverte ora tutto il malessere dei suoi genitori, e farebbe l'impossibile pur di "scacciare quell'ombra dal sacrario del loro amore". Nel momento di maggior sconforto Stephen trova un amico, Martin Hallam. "Aveva tanto desiderato il cameratismo, l'amicizia, la comprensione, la simpatia di un uomo." L'amicizia con Martin, senza altre implicazioni, la fa sentire libera e felice. Finalmente "un uomo l'aveva presa così come era (...) senza trovare nulla di eccentrico in lei". Ma, in un secondo momento, quando l'amico pretese da lei quel che lei non poteva dargli (né a lui né ad altri uomini) quel legame sincero s'infranse definitivamente.

Ripiombata nello sconforto, di nuovo sola, Stephen si ritrova faccia a faccia col suo dramma. La morte improvvisa del padre, schiacciato dal ramo di un cedro (lo stesso cedro sotto il quale andava a distendersi la madre in attesa di partorire), dà a Stephen il colpo di grazia. A nulla le vale cercar quiete nella bellezza ristoratrice di Morton: "Mai potrò diventare una sola cosa con questa immensa quiete e dovrò sempre rimanere fuori dalla pace del mondo." La morte di Sir Philip scuce ancor più il debole legame tra madre e figlia. Pur vivendo sotto lo stesso tetto conducono due vite cordialmente separate. Compiuti i ventun anni Miss Stephen è una donna ricca e indipendente che veste in tailleur e guida l'automobile. È proprio durante una passeggiata in automobile che si imbatte in Angela Crossby, un'attricetta americana da poco trasferitasi con il marito nella villa adiacente a Morton. Stephen se ne innamora perdutamente "secondo la legge della sua natura" e Angela, più come diversivo alla noia della sua vita coniugale che per altro, la contraccambia. Le due intrecciano una relazione, finendo per attirare ogni sorta di sospetto. La Crossby è una donna incolta e opportunista, non certo quello che ci si aspetterebbe idealmente al fianco di una come Stephen, "eppure questo sentimento trascendeva il suo io ed ella vedeva molto in alto il suo amore, perché gli occhi della gioventù cercano le stelle e l'anima della gioventù non è inchiodata alla terra." Stephen, in altre parole, lascia prevalere il suo bisogno d'innamorarsi. Ricopre la Crossby di costosi gioielli, di attenzioni, di premure, di abbracci ardenti. Quando l'attricetta si stufa e si trova un altro amante (questa volta maschio) Stephen reagisce in modo inconsulto. "I nervi degli invertiti, che sono sempre all'erta, s'impadronivano di Stephen. Correvano come corde vive attraverso il suo corpo, causandole un tormento continuo e crudele...". Più di tutto, più del tradimento, a ferirla erano state le seguenti parole: "Mi potresti sposare, Stephen?" Certo che no, certo che non avrebbe legalmente potuto sposarla, né garantirle una vita rispettabile. "No, non poteva dare né protezione, né difesa, né onore a quella che amava; (...) doveva andare verso l'amore con le mani vuote, come un mendicante. Poteva solo avvilire ciò che voleva esaltare, e insozzare quello che desiderava si conservasse puro e senza macchia."

La motivazione sottesa alla fine della relazione, ovvero il fatto che Stephen non è un uomo, si palesa in tutta la sua crudezza. Ecco schiudersi il pozzo in tutta la sua abissale profondità. Stephen cade, sprofonda e non ha appigli. "Perché sono come sono; e che cosa sono? (...) sentiva di odiare quel suo largo corpo dalle spalle larghe, dai seni piccoli e duri, dalle anche sottili di atleta. Avrebbe dovuto, per tutta la vita, trascinarsi dietro quel corpo come una catena imposta alla sua anima; quel corpo così ardente eppure sterile, che doveva saper amare e mai essere amato dalla creatura che adorava." Non può fare a meno di chiedersi perché mai Dio abbia creato degli "esseri miserevoli che dovevano rimanere per sempre fuori dalla sua grazia". Cosa ne sarebbe stato ora di tutto l'amore che provava per Angela? L'unica a comprendere, in gran segreto, il tormento di Stephen è l'istitutrice Puddle, una "piccola donnetta grigia". La Hall lascia intendere chiaramente che Puddle sia omosessuale: "Nessuno meglio di lei conosceva i nervi terribili degli invertiti, nervi sempre in attesa, la cui inesprimibile eccitabilità non è eguagliata che dalla tensione che suscita l'eccitabilità stessa. Puddle conosceva benissimo tutto ciò ed ecco perché si preoccupava tanto di Stephen." Temendo azioni sconsiderate dell'amante respinta la Crossby compie un gesto vile e confessa la sua relazione anormale al marito, ottenendone il perdono. Questi, disgustato, scrive ad Anna, informandola di tutto e allegandole una lettera d'amore scritta da Stephen. La reazione di Anna Gordon è da manuale e, per Stephen, si fa immediata prefigurazione del mondo gretto e disumano che l'aspettava là fuori, al di là delle siepi edeniche di Morton. "Mi fai ribrezzo!" è la frase più gentile che la madre le rivolge. Stephen, già oltraggiata come amante si ritrova ad essere oltraggiata come figlia. "...Per tutta la mia vita ho provato per te (...) una specie di repulsione fisica, un desiderio di non toccarti e di non essere toccata da te. Sentimento terribile per una madre (...) ma ora so che il mio istinto era retto. Tu sei contro natura, non io (...) quello che tu sei è un peccato contro la Creazione (...) Osi rassomigliare a tuo padre ed il tuo volto è una vivente ingiuria alla sua memoria (...) preferirei vederti morta ai miei piedi, piuttosto che qui, davanti a me, con su di te questa cosa (...) mi sembri una punizione di Dio. Mi domando che mai ho fatto per essere trascinata così nel fango da mia figlia." Poi, alludendo alla lettera d'amore scritta da Stephen ad Angela Crossby: "... e tu hai osato servirti della parola amore per queste lussurie del tuo corpo, per questi non naturali desideri della tua mente squilibrata e del tuo corpo sfrenato. Tu, ti sei servita di quella parola! Io ho amato tuo padre ed egli mi amava. Quello era amore."

Stephen cerca invano di controbattere, ma quando realizza che da quella donna gretta e incolta non potrà mai avere un briciolo di comprensione si congeda con le seguenti parole: "... quello che non ti perdonerò mai, è che tu abbia osato tentare di farmi vergognare del mio amore. Non ne ho vergogna, affatto." Invitata a lasciare definitivamente la dimora di Morton, Stephen riceve un'ulteriore pugnalata. La madre le estirpa una promessa: per salvare le apparenze, per non fare chiacchierare la gente, Stephen si farà vedere saltuariamente a Morton, quanto meno per le feste comandate. Questo contava per Anna Gordon: salvare le apparenze, il buon nome della famiglia, la rispettabilità. Per quella figlia non provava nulla all'infuori del ribrezzo. Con questo bagaglio sulle spalle, Stephen è costretta a separarsi dal suo piccolo paradiso. "Tutta la solitudine di prima era un nulla in confronto a questa nuova solitudine della sua anima. Una immensa desolazione si era abbattuta su di lei, un immenso bisogno di gridare e di esigere d'essere compresa, un immenso bisogno di trovare la risposta all'enigma del suo essere non desiderato. Tutto intorno a lei era una rovina grigia e pericolante, sotto cui giaceva il suo amore, sanguinante, vergognosamente ferito da Angela Crossby, vergognosamente insozzato e infangato da sua madre, povera cosa miserevole e senza difesa." Con la devota Puddle al suo fianco Stephen si trasferisce a Londra. Il dolore che deve smaltire è troppo grande, e altrettanto grande è la tentazione di cedere. "Dio è crudele! Ci ha segnati col marchio dell'infamia fin dalla nascita!" Ma Puddle è lì per rassicurarla e per darle forza. La invita a convertire tutto quel dolore in letteratura. La sprona a scrivere il suo primo romanzo. "... Puoi fare un interessante studio di duplice psicologia e descrivere tanto gli uomini che le donne, per esperienza personale. Nulla è completamente spostato e sciupato in natura, ne sono certa. E tutti facciamo parte della natura. Un giorno o l'altro il mondo riconoscerà anche questo, ma intanto c'è molto lavoro che ti aspetta. Per la causa di tutti gli altri che sono come te ma meno forti e meno intelligenti, tocca a te avere il coraggio di fare del bene."

Pochi mesi dopo Stephen Gordon darà alle stampe Il solco, e sarà un grande successo di critica e di pubblico. La letteratura si fa salvazione. "Poiché così soltanto si scrivono i libri belli: essi devono partecipare al miracolo del sangue, allo strano e terribile mistero del sangue, datore di vita, che opera infine la grande espiazione." Chiusa nel suo isolamento si concentra sul secondo romanzo ma ricade presto preda dei suoi fantasmi. "... Non sarò mai una grande scrittrice, per questo mio corpo mutilo e intollerabile." Incapace di "sopportare la terribile eredità degli invertiti" vive in uno stato di tensione, incompleta e inappagata. La seconda prova narrativa non brilla come la precedente e riceve un'accoglienza piuttosto tiepida. Decisa a non darsi per vinta Stephen segue il consiglio datole dal commediografo Jonathan Brockett (personaggio cinico, vizioso e femmineo), ovvero: "mettere il mare tra lei e l'Inghilterra".

A ventisette anni, sempre con Puddle al seguito, Stephen acquista una casa a Parigi. Qui, per il tramite di Brockett, entra in contatto con Valérie Seymour, "una libertina nel giardino dell'amore, (...) una pagana incatenata ad un secolo cristiano". Attraverso queste due nuove amicizie Stephen esce dal suo isolamento ed entra in contatto col gay ambient (oggi diremmo così) parigino. Siamo nella tarda Belle époche, a un soffio dallo scoppio della Prima Guerra mondiale. Parigi, come Berlino, contava numerosissimi ritrovi per le persone omosessuali, locali clandestini ma al contempo tollerati dalle autorità. La scoperta di questo mondo parallelo per Stephen è una rivelazione: "Simili con simili!", ma anche in questi luoghi si sente a disagio. La guerra le fornirà l'occasione di far valere la sua virilità. Decisa a dare il suo contributo compilò tutte le pratiche per avvicinarsi al fronte, ma in quanto donna venne destinata a prestar servizio in un rifugio del Corpo Sanitario dell'esercito francese. Avrebbe guidato le ambulanze per soccorrere i feriti. "Al vero fronte non c'era lavoro per le donne." Stephen si adopera come meglio può, guadagnandosi anche una scheggia di granata sul viso e una vistosa cicatrice. Nel rifugio stringe amicizia con Mary Llewellyn, di dieci anni più giovane, un'amicizia che, giorno dopo giorno, si tramuta in amore. Stephen cerca di dominarsi ma Mary, finita la guerra, non esprime altro desiderio che quello di vivere al suo fianco. Stephen avrebbe voluto dirle: "Sono una di quelle che Dio ha segnato sulla fronte; come Caino, porto un segno ed una macchia. Se vieni con me, Mary, il mondo ti abominerà, ti perseguiterà, ti chiamerà impura. Il nostro amore potrà essere fedele fino alla morte ed oltre, ma il mondo lo considererà impuro. Non faremo del male ad anima viva col nostro amore, ma tutto ciò non ti salverà dal biasimo del mondo..."

La convivenza a Parigi di Stephen e Mary coincide con la definitiva separazione da Puddle, che ritorna nella dimora di Morton. Nella Ville Lumière, con l'esperienza della guerra ormai alle spalle, Stephen assapora per la prima volta l'oziosa felicità: "Era un'amante che, come molti altri prima di lei, si trovava sotto l'incanto dell'amata." L'ozio, alimentato dal desiderio di normalità, la allontana per lunghi intervalli dalla sua missione letteraria. Puddle, da Morton, la redarguisce a più riprese: "Non lavori, eppure il lavoro è la tua unica arma." Stephen si ritrova presto a un bivio: isolarsi per scrivere - perché la scrittura richiede il sacrificio della solitudine - oppure deporre la penna e dedicarsi a Mary. La sua amata è una ragazza di dieci anni più giovane, bisognosa di divertimenti e di relazioni sociali. Avrebbe forse dovuto condannarla a un'esistenza ritirata? Sarebbe stato egoistico da parte sua ridurla al ruolo di devota custode di una scrittrice. Mary doveva vivere la sua vita, vivere Parigi, interagire con il mondo. Forte di questa responsabilità Stephen conduce Mary nel salotto mondano di Valérie Seymour, "una stranissima compagnia di gente", "simili con simili", invertiti di tutte le "gradazioni", riconoscibili e non riconoscibili, ciascuno con le sue particolari "stigmate". Queste si erano fatte molto pronunciate in Stephen: i capelli corti, i tratti duri dall'incarnato grave (sfregiato dalla cicatrice di guerra), il timbro vocale robusto, le fogge mascoline del vestiario, la postura sobria, l'andatura aitante (e, in generale, tutto l' allure della sua maschia figura). Mary, tanto graziosa quanto indifesa, incarnava il suo perfetto contraltare. Nella società dei normali Stephen spiccava in tutta la sua straniante bizzarria, suscitando ora l'ilarità ora il disprezzo. "E il più vile di loro poteva segnarla a dito e schernirla ed essere pienamente approvato da tutti!" La cerchia di Valérie Seymour - così come i tanti bar come "Le Narcisse", "Idéal" o "Alec" - perlomeno tracciavano i confini di una zona franca, uno spazio protetto dai giudizi del mondo. Ma quello non era il mondo.

MISS STEPHEN | Radclyffe Hall ovvero il diritto all’esistenza

Agli inizi degli anni Venti Stephen Gordon partorisce un nuovo romanzo. È il suo capolavoro, record di vendite in Inghilterra e negli Stati Uniti. Miss Stephen può godersi la celebrità. La letteratura e la vita, però - come Radclyffe Hall ha dovuto sperimentare sulla sua stessa pelle - viaggiano su due binari diversi. Gli allori del successo non lavano Stephen della sua colpa. Il mondo con il quale deve interagire resta immutato, un mondo diviso esattamente in due: quello dei normali - cui tutto è consentito - e quello degli anormali. Quell' insana unione che la legava a Mary, quando malauguratamente trapelava, destava puntualmente scandalo: per la loro specie non c'era posto nella buona società. "Chi era lei per tener testa al mondo intero, a milioni di spietati, intenti a distruggere lei e quelli della sua specie? (...) Il suo coraggio vacillava come una fiamma al vento, e quasi, si spegneva; si sentiva meno tenace, meno in grado di continuare quella lotta incessante per la conquista del diritto dell'esistenza." Brockett è categorico: "... noi non dovremmo attaccarci che a quelli della nostra specie." Così, nella "rumorosa e tragica vita notturna di Parigi" Stephen e Mary si mischiano alla "miserabile legione", illudendosi di poterne trarre un qualche giovamento. La prima preoccupazione di Stephen è Mary, sente di doverle garantire tanto la felicità quanto la protezione, ed è disposta a tutto pur di "provvederle un'esistenza più normale e completa."

La descrizione che Radclyffe Hall fa del bar "Alec" - "covo spietato" di "guasti rimasugli dell'umanità" - rimanda al grottesco immaginario pittorico di George Grosz e Otto Dix. Una "miserabile armata" di invertiti obnubilata dall'alcol e dalle droghe, "creature vestite male ma con sfarzo, timide ma sprezzanti (...), di ogni età e di ogni grado di smarrimento." Le risa stridule, le intonazioni affettate, gli sguardi spiritati, le gestualità stucchevoli... un presepio tragicomico di esistenze caricaturali e derelitte. "Privati di ogni dignità morale, di ogni legge creata per la retta via degli uomini, di ogni comunanza che per diritto divino dovrebbe appartenere ad ogni essere che vive e respira; aborriti, sputacchiati sin dai loro più giovani anni, in preda a un'incessante persecuzione, erano ancor più abbietti di quanto credessero i loro nemici, e più disperati della più disperata feccia della creazione." Erano quelli che, caduti in the well, non erano più riemersi, ma definitivamente "discesi a quello stesso livello al quale il mondo poneva le loro emozioni." Pur comprendendo la profonda afflizione di questi suoi simili, Stephen indietreggia. Non era in posti come quelli che lei e Mary avrebbero trovato la salvezza, sebbene solo lì, in quei raduni, "potevano ballare insieme senza apparire come mostri".

Più volte Radclyffe Hall chiama in causa Dio, "la Sua collera" come rimedio divino a "una così vasta ingiustizia". Nel finale, deliberatamente melodrammatico, la Hall fa compiere alla sua protagonista un supremo atto d'amore. Stephen rinuncerà a Mary per poterle garantire un avvenire felice, un avvenire al fianco di un uomo. Quest'uomo è Martin Hallam, l'amato mancato di Stephen, ora pazzamente innamorato di Mary e da questa ricambiato. La giovane è agita da due forze contrarie, ma Stephen farà in modo (fingendo di amare Valérie) che a prevalere sia la coppia rispettabile, approvata dalla società e benedetta dalla chiesa. Un atto d'amore, la suprema rinuncia, il sacrificio della propria felicità - spinta giù nel pozzo della solitudine - pur di salvaguardare il benessere dell'amata. Svuotata d'ogni sensazione, "per sé stessa non sentiva nulla, né pietà, né rimpianto..." A salvare Stephen, in tanta desolazione, è la letteratura. È in questa dolorosa congiuntura che comincia a lavorare al suo quarto romanzo, fiduciosa che "il momento della rivincita sarebbe venuto (...) perché il numero degli invertiti cresce sempre di più e verrà il giorno in cui essi saranno abbastanza per valere qualcosa malgrado gli sciocchi che persistono a ignorare la natura. Dovevano aspettare il loro tempo (...) e fare di tutto per sviluppare il loro orgoglio." Anche Radclyffe Hall - come la sua alter ego Miss Stephen - scelse di percorrere la strada dell'orgoglio e della visibilità sociale. Il pozzo della solitudine si chiude con un'invocazione, una richiesta d'aiuto: "...Tu non ci hai rinnegati. Ed allora lèvati a difenderci, riconoscici, o Dio! Davanti a tutto il mondo, concedi anche a noi il diritto all'esistenza."

Al di là del pregio letterario, queste pagine brillano - forse uniche in quello scorcio di Novecento - per il temerario impegno civile e per tutta quell'umanità che vi è sottesa. Ritraggono un'epoca sorda e muta verso le differenze, purtroppo non tanto dissimile dalla nostra.

Massimiliano Sardina

MISS STEPHEN | Radclyffe Hall ovvero il diritto all’esistenza
Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 40 | autunno 2019
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