Magazine Diario personale

Misthòs

Creato il 18 febbraio 2018 da Povna @povna

“Sappiamo tutti che la vera sfida, per un ordinamento democratico, consiste nel saper «rimuovere gli ostacoli» – come si esprime la Costituzione italiana all’articolo 3 – che si oppongono all’effettiva uguaglianza dei cittadini. I democratici chiedono che quegli ostacoli siano rimossi, i liberali dicono che basta, come nelle gare di cavalli, garantire (ma non s’è mai capito come) equi «punti di partenza» un po’ a tutti. La questione è tutta lì. Ad Atene fu man mano instaurata e diffusa la pratica dello stipendio statale (uno stipendio minimo!) per le funzioni pubbliche: il misthòs appunto. Cominciò con i soldati (da 3 a 6 oboli al giorno), seguitò con i giudici, che erano cittadini scelti a sorte”. (Luciano Canfora, Il presente come storia. Perché il passato ci chiarisce le idee)

Per la seconda sola volta, la ‘povna (che continua a pensare che le campagne elettorali, più che scriversi, si facciano) torna a parlare di politica. E, ancora una volta, a sollecitarla (in un periodo sufficientemente pieno da rendere il tempo per cianare pochissimo) è un post di Iomemestessa, a proposito del recente caso 5 stelle.
Come è noto, si tratta di questo: alcuni parlamentari del Movimento (per ora una schietta minoranza) hanno tradito nei fatti la promessa – auto-esibita, non richiesta e volontaria – fatta da quel partito all’inizio della legislatura dai loro eletti, vale a dire quella di rinunciare a una parte (fissa) del proprio stipendio, versandola in un fondo di microcredito gestito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.
La vicenda ha avuta molta eco sui giornali, perché siamo in campagna elettorale, prima di tutto; e perché si tratta di un enorme tradimento simbolico (attenzione: le parole sono importanti) all’immagine di diversità sulla base della quale i 5 stelle hanno costruito buona parte del loro successo. Se la politica italiana è marcia – questo, in estrema e semplificata sintesi, il messaggio di Grillo – ed è marcia anche perché i parlamentari sono pagati troppo, e prendono un ingiustificato stipendio, allora arriveranno loro in Parlamento, i coerenti, gli incorruttibili, che dimostreranno a tutti come va gestita la cosa pubblica in Italia.
Non stupisce dunque che il botto, una volta scoperta la magagna della finta restituzione dei rimborsi, abbia avuto un simmetrico e altrettanto forte impatto: non tanto – vuole ricordare la ‘povna – per il fatto in sé (che, sia bene ricordarlo, legalmente non sussiste) ma perché appunto se ci si presenta (con un afflato nel migliore dei casi ingenuo quanto falso, che ricorda la professione di purezza degli adolescenti) come migliori e diversi, sostenendo tutto ciò con arroganza, quando poi si arriva al dunque, e si scopre che il mondo fa male, che la politica sporca, e la coerenza non è un valore nella vita (perché è l’esistenza stessa a cambiare sotto i nostri occhi), se non si ha il coraggio di crescere, e di ammettere di essersi sbagliati alla grande, prima o poi qualcosa arriverà a chiedere pegno – nel caso specifico, a dimostrare, bonifici fatti e revocati alla mano, che le cose stanno un po’ per tutti più sfumate.
Non è questo, tuttavia, il punto di riflessione che interessa alla ‘povna discutere sulla vicenda, per la quale lei non si adonta e nemmeno troppo si stupisce. Quello che a lei sembra terribilmente interessante riguarda invece due punti su cui la demagogia dei 5 stelle ha sempre avuto agio di mietere consensi, e che ora inizia a mostrare finalmente i primi segni di usura di ragionamento: la questione dei rimborsi elettorali per gli eletti, e quella del vincolo di mandato. Si tratta infatti di due punti sui quali i 5 stelle insistono da sempre, e sempre in nome di una presunta ‘purezza’. Eppure (come ben spiega Luciano Canfora – la ‘povna per questa campagna elettorale invita a ripassare la storia e a leggere bei testi, che conoscere è principio di libertà e autonomia reali, sempre), che il rimborso elettorale sia vincolo e soglia di democrazia, lo aveva capito Pericle, nel V secolo avanti Cristo, perché permette l’accesso alla politica anche alle classi meno abbienti (in Italia questo principio fu introdotto nell’Italia liberale da Giolitti, nel 1912). Ben lungi dall’essere strumento di privilegio, dunque, è strumento di garanzia e tutela di una vera agibilità democratica. In termini di filosofia della storia, dunque, la ‘povna pensa che, se alcuni 5 stelle sono finalmente pervenuti alla consapevolezza di alcuni principi basilari della pratica politica, ci sia solo da rallegrarsi (“welcome to adulthood”, verrebbe da aggiungere) ed è un peccato che, ancora una volta, un dibattito politico che in Italia passa solo attraverso urla, indignazione, o tempora o mores, benaltrismo abbia liquidato la questione nei soliti termini di chi è più cattivo o buono.
Si collega a questo, poi, la questione del vincolo di mandato, la cui assenza è garantita dall’art. 67 della Costituzione (il suo contrario, il mandato imperativo, fu introdotto in maniera sperimentale dalla Comune di Parigi, nel 1871, per chi volesse comparare le due esperienze politiche) e che è, con ogni evidenza, un principio basilare a tutela di una democrazia rappresentativa come quella italiana. In un sistema di democrazia indiretta, infatti, io cittadino non eleggo qualcuno al Parlamento perché sia me, una sorta di copia clonata del mio agire politico, ma perché mi rappresenti. Ed è proprio in quel termine, “rappresentanza” che – nel rispetto, ovvio, dei principi ideali fondanti della parte politica per cui si è eletti – ciascun eletto esercita, deve esercitare liberamente, il proprio mandato parlamentare. Vincolare la militanza parlamentare dei propri eletti, come hanno fatto i 5 stelle, al mantenimento di una promessa così poco ideale, così poco di rappresentanza, così personale e apolitica, come quella di scegliere a chi, dove, come, quante volte e quando riconsegnare una parte del proprio legittimo stipendio tradisce dunque il senso di quella stessa rappresentanza nel profondo. Perché – se la responsabilità di ciascuno delle proprie azioni e scelte è personale, e ci mancherebbe – questo obbligo ha finito per orientare pesantemente le decisioni di quei parlamentari che, una volta resisi conto di quanto fosse sciocca, per una serie di legittimi e personalissimi motivi, l’obbligatorietà di restituzione mensile dello stipendio, si sono trovati nella conclamata impossibilità di aprire su questo un dibattito, pena l’immediata squalifica, nel proprio gruppo parlamentare.
Sarebbe bene, dunque, che invece di indignarsi e giocare a chi fa peggio, la vicenda portasse a riflettere un po’ tutti sul significato di parole come politica, professionalità, carriera progressiva (i romani dicevano “cursus honorum” e ai tempi d’oro della Repubblica senza una indispensabile gavetta, passando dalle magistrature minori, non si diventava consoli). Perché gestire la cosa pubblica è cosa alta, difficile, pericolosa e complessa. Non ci si improvvisa a farlo, è necessario, per essere bravi, essere liberi di agire con la propria testa. Ed essere ben pagati.


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