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Mostra di Venezia 2015. Recensione: il turco ABLUKA è la vera rivelazione

Creato il 09 settembre 2015 da Luigilocatelli

20554-Frenzy_4_-_Berkay_AtesAbluka (Frenzy) di Emin Alper. Con Mehmet Özgür, Berkay Ateş, Tulin Özen. Concorso.
20528-Frenzy_3_-_Mehmet_Ozgur__Berkay_Ates20552-Frenzy_1_-_Berkay_AtesKadir esce di galera e ritrova Ahmet, il fratello minore che non vede da vent’anni. Ma non tutto funziona tra i due, anzi. Ahmet ha comportamenti strani, cerca di tenere lontano il fratello maggiore. Perché? Intanto, in una Istanbul degradata e irriconoscibile, si moltiplicano esplosioni, attentati, e lesercito occupa le strade. La realtà trascolora nel delirio. Ma delirio di chi? Fim potente e allarmante, anche se con parecchie zone oscure. Da premio. Voto 7 e mezzo
21418-Frenzy_6_-_Mehmet_OzgurCi si aspettava il peggio, l’ennesima delusione delle – diciamo così – voci nuove di questo concorso Venezia 72 dopo quelle di Drake Doremus (Equals), Piero Messina (L’attesa), Oliver Hermanus (The Endless River). Nomi che avrebbero dovuto rinfrescare il più antico cinefestival del mondo, e invece. Però il turco Emin Alper, al suo secondo lungo dpo Beyond the Hill lanciato alla Berlinale 2012, ha lasciato il segno, dimostrandosi all’altezza delle aspettative e attestandosi come la vera rivelazione a oggi della competizione. Ci è riuscito con un film potente e enigmatico, visionario e insieme denso di echi e sapori e odori e miasmi di realtà, quella della Turchia degli ultimi, dei quartieri degradati e dimenticati delle grandi agglomerazioni urbane. Siamo in una qualche periferia di Istanbul, ma di una delle città-meraviglia del mondo non vediamo niente, non riconosciamo niente. Non il Bosforo, non il Corno d’oro, non le moschee grandiose, nessuno insomma dei landmark della ex Costantinopoli.Vediamo solo case polverose e corrose, e baracche, colline di rifiuti, cani rabbiosi, e sopra un cielo di piombo che sembra schiacciare tutto, speranze comprese. Facciamo la conoscenza di Kadir, un quarantenne e qualcosa che vien rilasciato dopo vent’anni di detenzione – nessuno ci dirà mai il perché di tanta galera: motivi politici? di criminalità comune? – a uan condizione, che diventi là fuori nel mondo libero informatore di polizia. Verrà arruolata nel servizio raccolta riufiti con il compito di individuare attraverso oggetti sospetti trovati nella spazzatura eventuali terroristi. La paranoia del nemico dello stato è dappertutto, anche se non è chiaro da che parte potrebbe venire il pericolo, del resto ci troviamo in un paese che nelle ultime decadi è stato funestato da attacchi di ogni tipo: dei separatisti curdi, degli uktranazionalisti, degli jhadisti (e mi fermo qui). Nel corso di questa sua libertà assai vigiliata e condizionate Kadir ritrova il fratello minore Ahmet. Lo aveva lasciato a sette anni, lo ritrova grande, sposato con due figli, con un lavoro di sterminatore di cani randagi per conto del comune. Ma non sembra entusiasta, Ahmet, di rivederlo. Perché? Cos’è che non va nella sua vita? Cosa nasconde? Balzerà fuori che la moglie lo ha mollato per un altro portandosi via i due figli, ma Kadir è convinto che non basti quello a spiegare il suo anomalo comportamento. Lo insospettisce che quando bussa alla porta di Ahmet lui trovi ogni possibile scusa per non aprire, per non farlo entrare nella sua vita. I misteri in questa irriconoscibile Istanbul infelix si infittiscono. Chi sono davvero i due amici, una coppia apparentemente qualsiasi, che hanno affittato un appartamento a Kadir? E perché lei va così spesso a trovare Ahmet? E come mai dalla casa sempre chiusa di Ahmet provengono strani suoni, lamenti, guaiti, o forse sono rantoli di piacere? Intanto, là fuori, si susseguono gli attentai, esplodono bombe, cala sul quartiere una secie di stato d’assedio, con camionette di militari nelle strade (e sembra di rivedere Il silenzio di Ingmar Bergman). Kadir, e con lui il film, finisce in una spirale in cui realtà e delirio (ma di chi? di Kadir o di Ahmet? o di tutti e due? o di altri?) di mescolano, si rispecchiano, si intensificano. Alper è abilissimo nel costruire questo crescendo di tensione, questa escalation di alterazione della mente, questo disfacimento del reale, questo passaggio verso il visionario. Inutilmente si cerca di rintracciare nel plot il punto di svolta tra le due dimensionie, che è anche il punto di esplosione di una follia. Da racconto delle miserie, del degrado urbano, di vite derelitte e deteriorate, Abluka impercettibilmente si fa incubo, un incubo grandioso che coinvolge persone, cose, cani, un’intera città, un intero paese. Fino a una conclusione che ricorda assai, chissà quanto volutamente, quella del Processo di Kafka, ma è tutto il film che da un certo momento in avanti si configura come une deriva nel fantastico più cattivo e allarmante, quello alla Orwell. Non tutti i conti tornano, anzi parecchio rimane insoluto e inesplicato. Ma, al netto delle troppe tortuosità, Abluka è un gran film, altroché. Certo, si insisterà nel vederlo come metafora politica di una pese sempre percorso da tentazioni autoritarie di vaio tipo e segno, ma è tentazione troppo facile, ed è una lettura pigra, meglio vedere Abluka semplicemente èer come si presenta, un racconto allucinato. Speriamo gli diano un premio (ricordo en passant che in giuria c’è un altro regista turco, il grandissimo Nuri Bilge Ceylan).


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