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Musica povera italiana o dell'importanza di non togliere il saluto.

Creato il 20 ottobre 2009 da Fededragogna
Si dice che andare sul set di un film porno sia un'esperienza
particolarmente deludente.
Che ti tolga anche la più primitiva voglia di vederli. O che ti spinga a cominciare una carriera nel porno (che forse include l'altra opzione).
Per motivi analoghi, la musica leggera (nel senso più ampio e volubile del termine) funziona solo se fatichi a immaginarti quello sul palco a letto con l'influenza, la boule dell'acqua calda e il pigiamone di spugna.
Ma non è solo quella la realtà che viene nascosta.
Poco più in là c'è l'intervallo di un grande liceo, un intervallo in cui nessuno torna in classe - senza che perciò la conversazione abbandoni l'inconsistenza di quella di un comune breve intervallo.
E' il mondo degli addetti ai lavori, infelice locuzione forse di stampo marxista che lascia immaginare taccuini nella tasca alta, berretti d'ordinanza e un gergo incomprensibile ai profani.
Come la maggior parte dei mondi che conosco, quello degli addetti ai lavori della musica leggera sta franando con la velocità di un profitterol sul vostro golf nuovo.
Tanto vale cominciare a togliergli quell'alone di panna con il quale credeva di poter funzionare per sempre.
L'occasione - che lascia strada a mille più fertili discussioni in ambienti più seri del nostro - me la dà la recensione del nuovo disco degli Amari firmata da Michele Wad Caporosso e pubblicata ieri su Rockit (http://www.rockit.it/album/11551/amari-poweri).
Come nei gialli che si compravano all'edicola davanti alla spiaggia, vanno velocemente presentati i personaggi per anche solo cominciare a capirci qualcosa.
Dunque, Rockit è un portale (con relativo cartaceo) che da anni si occupa di musica italiana filtrata. Ovvero, come un colino, non lascia passare le robe grosse e preferisce occuparsi delle briciole.
Con la più o meno precisa volontà di trovare le migliori e farle diventare troppo grosse per il colino. Oltre a ciò, organizza il MIAMI, uno dei più ambiti e riusciti festival indipendenti (da cosa non si è capito, ma tanto vale) della penisola. Anni fa la redazione era nota per stroncature feroci e severità da collegio di danza austriaco.
Poi, man mano che il mondo della musica povera italiana ha cominciato a stringerlesi addosso, è diventata più morbida, accomodante e costruttiva.
Rendendo possibili tante cose belle, tanti concerti, tanti baci - come direbbero loro - e perdendo il quid giornalistico, perché dire sempre la verità mal si accorda con la concordia e col costruir le cose.
Gli Amari sono una band friulana diasporata sul suolo italico che da anni ormai produce e suona pop elettronico, declinabile in altre ottocento definizioni più à la page di questa.
Non si può dire che siano miei amici nel senso di poterli chiamare se hai problemi col pusher o se hai voglia di piangere, ma diamine si è riso e scherzato assieme spesso e nulla mi vieta di dire cose buone di loro se dovessi testimoniare in tribunale. Oltre che a concerti comuni capita di incontrarli nei locali di Milano, dove il nostro mondicciolo si riunisce senza volerlo (perlomeno i più ingenui non lo vorrebbero) per parlare di perchè quella sera non si è in concerto da qualche altra parte. Tipo quei locali alla Scarface dove i mafiosi della zona ci sono sempre tutti, solo che qui di soldi ne girano meno che pochi e pure di quelle altre due cose che fanno girare il mondo.
Michele Wad Caporosso è un redattore di Rockit. Veste come un mio compagno delle medie che nel periodo in cui l'NBA in Italia se la cagava qualcuno si conciava come una comparsa di un video di Nelly, ma una di quelle che non avevano i vestiti della taglia giusta. Wad è così, e giuro che all'inizio non capivo bene da che punto cominciare a prenderlo sul serio. L'ho incontrato mille volte, scambiato saluti, a volte parole intere e concatenate, interviste, pareri, pacche su spalle. Poi, all'ultimo Miami, mi intercettano (o incastrano) per un reading in area respiro di Giorni Migliori, il libro che raccoglie sa Dio quante newsletter di Rockit - quelle che riesci a trovare sinceramente belle solo sei innamorato perso, c'è il sole e hai trovato dei soldi per terra. Sono l'unico pollo caduto nella trappola, ma ho bevuto abbastanza per stare al gioco. Davanti a quindici persone che probabilmente non ascolteranno mai (o mai più) i Ministri in vita loro, comincio a leggere e alla terza frase mi blocco per commentarla.
Dicendo qualcosa tipo, ecco queste sono le cose che non sopporto di Rockit, io vorrei davvero sapere chi cazzo ha scritto una frase del genere. Quindi finisco il (come odio questa parola) reading.
Wad mi ringrazia di aver letto e messo una (pessima) pezza alla loro (pessima) idea di fare un reading. Poi aggiunge: io, l'ho scritta io quella frase. Tranquillo, pacato, come se volesse semplicemente rispondere alla domanda da me rivolta al cielo. Scoprirò poi che è vero e non è vero, che quelle newsletter le scrivono tutti assieme o nessuno o forse coprono una penna nascosta o forse le scrive Faletti per arrotondare.
Ma quella frase mi sa proprio che l'aveva scritta lui, o è come se.
Non ricordo come ho replicato, ma se avessi una Delorean volante forse tornerei indietro a stringergli la mano.
Fosse capitato a me, avrei forse detto io a mia volta - ma più col tono di chi mette in conto di poter cominciare una rissa.
Perché buona educazione vuole che le gaffe non siano smascherate (e gaffe è un sinonimo di verità, in fondo).
Ed eccoci al punto. C'è il nuovo disco degli Amari da recensire. Il che vuol dire, dato il quadro appena tratteggiato, che se è bello converrebbe dire che è molto bello, se è nella norma che è bello e che conferma le buone cose già dette, se fa cagare che è un disco difficile e arriva dopo un po' (presumibilmente ben dopo la recensione e forse mai, ma non lo si dice).
Così sono funzionati gli ultimi due anni di Rockit. Con buona pace delle band, che potevano disporre di una recensione autorevole, amica e comprensiva - spesso con bulimie di aggettivi dettate dalla voglia di nuovi collaboratori di entrare nel giro del volemose bene. Il risultato è stato, in teoria, duecentocinquanta tra dischi e demo da avere assolutamente, in pratica, cinque proposte in due anni capaci di tirare almeno la testa fuori dalla palude degli emergenti.
Tutti contenti? Tutti contenti. Specie chi suona: per qualche fastidioso motivo, anche la più indomabile delle band legge le proprie recensioni come si leggeva la pagella in atrio, analizza frasi sospette come un filologo di professione e soffre, bestemmia e insulta (chi ad alta voce, chi reprimendo) al primo piccolo vento contrario.
Il problema è che qui si è tutta gente che si conosce, che prima o poi sai di incrociare di nuovo sul cammino fatto di pavimenti di circoli arci e asfalto di parcheggio da festa della birra.
E allora, se scrivi su Rockit e non vuoi doverti inventare una faccia per uno a cui hai stroncato il disco, eviti di stroncarlo.
Visto da questa parte, da quella di chi suona, è esattamente quello che vorresti. Non lo vuoi neanche pensare per onestà con te stesso, ma vorresti dire fatelo recensire a qualcuno a cui piace.
Il che è evidentemente l'inizio di un modo di pensare brutto.
Eppure, cazzo, tu su quel disco hai lavorato otto mesi, ci scommetti parte della tua credibilità con chi ti ascolta e con la mamma e il papà che vorrebbero vederti laureato con la toga lunga, e insomma ti chiedi perché cazzo mai deve arrivare qualcuno a romperti le uova nel già misero paniere, per un'impressione avuta dopo - ne sono certo - un ascolto fugace preparandosi a uscire e a cercare di rimorchiare dicendo di fare il giornalista musicale.
Il che è evidentemente l'inizio di un modo di pensare brutto.
Tanto quanto lo è smettere di dire le cose che si pensano per non rendere problematici i saluti da ascensore.
Su questo genere di silenzio si basa molto del peggio che infetta questo paese. Tipo le riunioni di condominio o la mafia, per dirne un paio di quelle grosse.
Io non ho ascoltato il disco degli Amari, non so se è meglio per loro che si sciolgano e mi sento di augurargli ogni bene come me lo auguro per il novanta per cento delle persone che ho conosciuto.
Ugualmente, non vorrei mai leggere simili parole su qualcosa fatto da me.
(Cazzo - consenso del pubblico o meno - certe cose possono insinuarti dubbi grandi almeno come la speranza di aver fatto le scelte giuste).
Ma non si sta parlando di questo, e forse non ne parla neanche quella recensione. Non si parla di quanti la leggeranno, di quanto peserà sulla carriera degli Amari, né di quanti altri dischi si meritavano recensioni anche peggiori. Qui si parla di una persona che ha scelto di distruggere il lavoro di una band che con ogni probabilità incontrerà nei prossimi sei mesi al bancone di un bar.
Lo ha distrutto a gratis (o quasi, considerando quanto son pagati) e si è giocato pacche sulle spalle, sorrisi e una buona parte di tranquillità.
Si sta parlando di un mondo piccolo, di un mondo che si morde la coda anche quando non vorrebbe, eppure non è più piccolo di quello di qualsiasi ufficio, famiglia, scuola, ospedale, tribunale, consiglio comunale, comunità di registi gay-lesbo, ritrovi di teatranti e sette segrete di nerd di ogni razza e colore.
Se il Wad ciascuno di questi mondi - sperando che non siano tutti vestiti come lui - domani dicesse quello che crede di dover dire, l'Italia cambierebbe in un mese più di quanto non sia cambiata in quarant'anni.
Ogni piccolo universo tende all'armonia solo per la sopravvivenza, col risultato che la verità va a farsi fottere - solo che si dice che lo faccia per una buona causa.
E' arrivato il momento di distruggersi con onestà, di non andare più d'accordo, di dire che il re è nudo - quando è nudo come un verme.
E avere l'onestà di continuare a salutarsi.
A quel punto sì che varrà qualcosa salutarsi.

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