NAPALM DEATH : Apex Predator – Easy Meat (Century Media)

Creato il 09 febbraio 2015 da Cicciorusso

Testi di Manolo Manco & Il Messicano

Il postulato è che i Napalm Death siano leggende del metal estremo e non abbiano mai sbagliato nulla. La recensione potrebbe chiudersi qui, con l’implicito invito ad acquistare questo nuovo lavoro, intitolato Apex Predator- Easy Meat, già dal titolo in linea con l’orientamento politico che la band ha avuto fin dagli esordi. Ma anche solo il concept merita qualche riga in più di approfondimento, non fosse altro perché ruota intorno alle storture del sistema economico contemporaneo e diventa urgente in un periodo di “giunte economico-militari di stalinisti dell’economia” (e non di economisti stalinisti, sia chiaro), per citare il filosofo. Concept politico, dicevo. Ma non noiosi slogan come in un album dei RATM. No, si tratta di una dissezione chirurgica dell’abominio prodotto dai rapporti di produzione a livello mondiale. Ricordate la copertina di Scum, raffigurante un manipolo di uomini benvestiti sulla via della trasformazione in zombie, con alle spalle un angelo della morte, su un terreno di teschi con nomi di multinazionali sparsi qua e là? L’immagine mentale che mi ha sempre creato la musica dei Napalm Death è quella di una grossa voragine che si apre in quell’ossario, inghiottendo i potenti. Il nuovo album non fa eccezione.

L’Apex Predator è il predatore nella parte più alta della catena alimentare, che non viene a sua volta predato. L’allegoria è semplice: i potenti e intoccabili del mondo cannibalizzano tutto ciò di cui hanno bisogno per avere la pancia piena. Poco importa se questo significa far morire più di mille persone in Bangladesh nel crollo del Rana Plaza, edificio commerciale di otto piani ospitante fabbriche di vestiti, banche e altri esercizi commerciali, perché il proprietario, pur non esistendo i requisiti minimi di sicurezza, in quanto un edificio ospitante negozi e banche non può sopportare le vibrazioni dei macchinari pesanti delle fabbriche, aveva costretto i lavoratori a ritornare a lavorare, nonostante le evidenti crepe che avevano causato l’evacuazione il giorno prima, pena la trattenuta di un mese di stipendio (episodio che ha ispirato il concept di questo disco, a detta del sempre eccelso Barney Greenway). E qua entrano in scena i Napalm Death.

No, i dischi non cambiano la realtà. Ma l’arte scuote la singola coscienza quando dipinge in maniera lacerante e brutale ciò che ci circonda. Dear Slum Landlord, Stunt your Growth o Metaphorically screw you, già dal titolo, non lasciano spazio a interpretazioni. Assalti alla diligenza di geometrica potenza all’interno dell’apparente caos grind (in verità i pezzi sono tutti molto ben strutturati e riconoscibili), filtrato da una certa classe distanziante i Napalm Death dai numerosi epigoni che affrontano gli stessi temi, senza però analoga capacità di rappresentare liricamente le pieghe sottili della critica (anche raffinata, nella misura in cui si concentra anche sulle conseguenze psicologiche a livello individuale delle ingiustizie prodotte dal capitalismo assoluto) e senza soprattutto la padronanza di uno suono che è Napalm Death al 100%, miscela solidissima di grindcore, death metal, hardcore punk e momenti oscuri di influenza Swans, trademark che la band ha affinato da quel lontano 1987. Nonostante tutte le sperimentazioni e le progressioni del caso, la loro musica è sempre riconoscibile: loro insegnano e dominano, i cloni arrancano centinaia di metri dietro. La voce del 45enne Greenway è prodigiosa, il lavoro di batteria risulta impeccabile nell’alternanza di blastbeat, tupatupa e momenti cadenzati, il riffing segue strutture proprie dell’hardcore , anche quando suona death metal. La produzione di Russ Russel consente di distinguere ogni sottigliezza delle partiture, senza scadere nell’iperproduzione. La “carne facile”, contenuta nella vaschetta rappresentata in copertina, realizzata dal danese Frode Sylthe (già al lavoro con At The Gates e The Haunted), è pronta per essere servita cruda agli squali della Troika. (Manolo Manco)

Premessa: ho sempre avuto rispetto per i Napalm Death. Letta così sembra la solita frase fatta del cazzo, ma non lo è. Sono pochissimi i gruppi per cui ho rispetto e tra questi loro di sicuro sono nella top 3. E’ gente in giro da trent’anni, con almeno una quarantina di uscite pubblicate, tra album, ep, split e demo e che, nonostante tutto, non ha mai tirato fuori merdate estreme, cosa fisiologica praticamente per tutti o quasi dopo una carriera così lunga. L’album precedente, Utilitarian, mi aveva però fatto girare i coglioni come una centrifuga. Non che fosse particolarmente brutto, alla fine, ma era strapieno di parti inutili. Probabilmente loro erano convinti che inserire minchiate tipo voci pulite e trombe a cazzo qua e là per quasi tutto l’album fosse una soluzione molto sperimentale e “avanti”. Invece no, carissimi Napalm Death: era semplicemente una stronzata. In primo luogo perché il tutto era amalgamato alla stracazzo di cane. Tu ascoltavi e sentivi il solito frullatore dei Nostri: truntruntrun, con Greenway che gridava tipo “AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHH” ad oltranza, poi ad un certo punto, all’improvviso, partiva una voce pulita o una tromba (o che cazzo era) tipo “laaaaalaaaaalaaa” e “tirutintintiruuuuuu” e cose del genere. Era tipo una scopata interrotta improvvisamente, e più volte, da un calcio nelle palle. Niente di bello, insomma. Che poi cazzo me ne fotte di ‘ste puttanate? Io, se metto su i Napalm Death, voglio sentire i Napalm Death, appunto, non altre cazzate, altrimenti metto su un disco di trombette e vaffanculo, no? Poi alcuni filtri usati per la voce su Utilitarian erano piacevoli come un tumore al colon in metastasi, come se già tutto il resto non bastasse. Insomma: quel disco mi aveva fatto innervosire. Giuro. Ogni volta che lo ascoltavo mi innervosivo come un caimano che è lì lì per acchiappare uno gnu che sta bevendo ma che gli scappa all’ultimo secondo. Era un album spompato, moscio e a tratti veramente stupido, lontanissimo dai loro standard, che sarebbe potuto andare bene per qualche gruppetto all’esordio con la voglia di “stupire”, ma non per i Napalm Death. Fu una cosa strana, quella, perché negli ultimi anni avevano fatto quasi sempre dischi come si deve. È l’album più brutto della loro carriera.

Tutto questo per dire che con questo Apex Predator – Easy meat si riprendono. Non ci voleva molto, ok, ma è un disco almeno decente. Comunque mi fa un po’ incazzare pure questo, fondamentalmente perché nel recente passato hanno fatto album con i controcoglioni, mentre questo è soltanto appena sufficiente. Pure qui ci dobbiamo sorbire le parti melodiche, in almeno tre o quattro pezzi, del radical chic Greenway, che più passa il tempo e più prende le sembianze fisiche dello scemo del paese (non so perché). Ou, ma lo volete capire che da voi voglio solo calci e pugni e che del resto non mi fotte una minchia? Chi spacca il culo come me ascolterà questo album una decina di volte e poi mai più, agli altri forse piacerà tantissimo. Non c’è altro da dire sul serio. Non so se si nota, ma sto cercando di allungare il brodo, dato che mando poca roba per Metal Skunk. Vi potrei raccontare di quando, secoli fa, li andammo a vedere in un postaccio occupato lercio pieno di gente con la scabbia e un mio amico si ruppe la testa contro il palco. Ecco, l’ho raccontato. ‘Sta recensione fa un po’ cacare, ma penso sia proporzionata all’album, più o meno. Sapete che ho fatto le analisi post-sospensione patente e ora, dopo oltre un mese, posso tornare a bere? Ecco, non ve ne fotte un cazzo, ma a me sì: infatti ora mi vado a spaccare a merda. Un saluto agli amici carcerati. (Il Messicano)



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