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NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | LUCE DELLA CASA

Creato il 03 febbraio 2020 da Amedit Magazine @Amedit_Sicilia

NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | LUCE DELLA CASA

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NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | LUCE DELLA CASA

testimonianza di Sabine-Maria Walder

raccolta da Marie Lange

traduzione dal tedesco di Andrea Pardo

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 41 | inverno 2019-'20

SFOGLIA LA RIVISTA

Sabine-Maria Walder, 54 anni, originaria di Brema, oggi residente a Kiel (nel Land dello Schleswig-Holstein), racconta la sua esperienza di premorte.

Nove anni separano quella che ero da quella che sono diventata. L'esperienza che ho vissuto mi ha letteralmente riformulata, e non esagero se dico che niente più mi lega a quella mia versione preliminare. Quando ti è dato di sbirciare oltre, di sporgerti un tantino più in là, non puoi affacciarti più dallo stesso davanzale, l'orizzonte non lo guardi più con gli stessi occhi. Tante cose che credevi importanti, irrinunciabili, si rivelano improvvisamente insignificanti, secondarie, marginali. Le priorità diventano altre. Ci sei tu e il tuo essere al mondo. Tu, e il tempo che ti è concesso su questa terra. Vedi bellezza dove prima non vedevi che un'infinità di dettagli trascurabili. Impari ad apprezzare ciò che ti sembrava senza valore. Comprendi che tutto quello che ti è intorno non è messo lì a casaccio, che c'è un ordine nelle cose, che ciò che separa un essere umano dall'altro non sono desolati spazi vuoti. Acquisisci questa consapevolezza giorno dopo giorno, con gradualità, la incameri, la elabori. Non la chiamerei saggezza, perché quello che non sai è destinato a prevalere su quello che sai o che credi di sapere, piuttosto senti, avverti, rimani in ascolto. Da allora, da quell'esperienza, io mi percepisco come una specie di testimone privilegiata, una spettatrice che ha potuto allungare lo sguardo dietro le quinte. A essere mutata radicalmente è l'ottica dalla quale osservo, non più autoreferenziale, ben al di là dei confini ristretti all'interno dei quali mi muovevo un tempo. Ho assimilato leggerezza e una serenità tutta nuova per me. Sorrido di quelle futili preoccupazioni che prima occupavano i miei pensieri. La Sabine che sono oggi ha davvero poco da spartire con la Sabine che ero ieri, una donna che si lasciava vivere per inerzia, una donna all'oscuro di se stessa, una che se si poneva una domanda si dava subito una risposta, la prima risposta che le balenava nella mente, così, tanto per dare aria ai pensieri. Da nove anni a questa parte, invece, è tutto un soffermarsi, un riflettere, un accogliere. Gli altri hanno cessato di essere una massa indistinta. La felicità ha cessato di essere un biglietto aereo per un paese tropicale. Oggi apprezzo la vita nella sua interezza, nel suo qui e ora che altro non è se non un ponte verso... verso quel bellissimo mistero che ci attende tutti.

NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | LUCE DELLA CASA

Dunque, vediamo se riesco a ripercorrere tutto nel giusto ordine.

Era un venerdì pomeriggio. Pioveva. Stavamo chiudendo l'ufficio, ci eravamo già infilate i cappotti. Angela, una delle mie colleghe, mi chiede se ho visto il suo ombrello. Tutto quello che è accaduto dopo lo so perché me lo hanno raccontato. Ho avuto un malore. La testa si è fatta improvvisamente pesante e sono caduta a terra tra la porta e il pianerottolo. Un infarto. Fortuna che i soccorsi sono stati tempestivi. Fossi stata da sola, chissà. Nel tempo breve - per me incalcolabile - in cui sono rimasta priva di coscienza, intubata sul letto d'ospedale a lottare tra la vita e la morte, ho avuto modo di sperimentare quella che la comunità scientifica definisce una NDE experience, un'esperienza di premorte. Trentasei ore terrene, minuto più minuto meno, che per me si sono tradotte in un interminabile slabbramento temporale. Un tempo circolare, avvolto su se stesso, non cronometrabile, affrancato da un prima e da un dopo, una sorta di durante a sé stante nel quale, a mio modo, mi muovevo, procedevo. Chiunque abbia vissuto un'esperienza simile alla mia, e ce ne sono tanti (la letteratura, al riguardo, vanta ormai numeri considerevoli), ha riscontrato quanto le parole siano in linea generale inadeguate a descrivere compiutamente una NDE. Non stiamo parlando di una gita scolastica, di una luna di miele, di una spedizione in Antartide o di un pellegrinaggio sulla Francigena. Stiamo parlando del viaggio più interiore che un essere umano possa intraprendere. Ma viaggio non è il termine esatto, anzi riferirsi al concetto di viaggio è sviante.

Chi vive una NDE non viaggia, non si muove di un millimetro, è tutto il resto a spostarsi (dimensioni, prospettive, la materia stessa). L'extracorporeo non contempla azioni, luoghi e frangenti temporali. In ciò che è ulteriore agisce solo un afflato primigenio, un'empatia atavica, qualcosa che è lì prima di te, prima di ogni cognizione. Negli anni ho fatto tante ricerche, ho studiato tante testimonianze, ho vagliato ogni genere di interpretazione scientifica; in qualche modo ho sentito il bisogno di continuare ad elaborare quanto mi è accaduto, e mentirei se dicessi di capirne qualcosa di più del primo giorno, il giorno in cui mi sono risvegliata, il giorno in cui è cominciata la mia nuova vita. Quello che resta è la sensazione di aver goduto di un grande, immenso privilegio. Ti è stato dato questo: ecco, fanne tesoro. Impiega al meglio tutta l'energia che hai assimilato. Al tempo stesso, però, la didascalia recita: non ti illudere di poterne ricavare altro. Siamo animali razionali e fatichiamo ad accettare ciò che non è incasellabile. La mia laurea in fisica, lo ammetto, ha giocato inizialmente contro di me, contro la mia innata attitudine (schematica, pragmatica, squisitamente germanica) di voler sempre piegare e riporre le cose. È durata poco, però. Ho capito subito, e con gran sollievo, dove si sarebbe dovuta fermare la mia pretenziosità. Mi è bastato allargare le braccia per accogliere meglio la luce.

Ecco, ho pronunciato la parola chiave: luce. Perché di questo si è trattato. Luce. Dove mi trovavo non distinguevo altro che luce. Una luce tanto vicina quanto lontana, tanto flebile quanto intensa, una luce che non apparteneva al nostro sole e né tantomeno a una sorgente elettrica. Ricordo un certo smarrimento nei miei movimenti, un non saper bene dove dirigermi e dove sorreggermi. Ero in piedi? Camminavo? Stavo ferma? Non saprei dire, sinceramente. Ero lì, ero in quella dimensione estremamente calma, estremamente... pacifica. Non ci ero arrivata, ero lì da sempre. Avevo un corpo? Non avevo un corpo? Anche questo non mi è ben chiaro. Di certo ero io, guardavo con i miei occhi, captavo con i miei sensi. Non so dire quanto sia durato questo, chiamiamolo così, smarrimento. So solo che, a un certo punto, si è profilata dinanzi a me una sorta di strada, un sentiero appena incurvato. Io lo percorro, molto lentamente, ed è lì che sento montare in me una meravigliosa sensazione d'attesa. Ad impadronirsi di me è - vediamo se riesco a spiegarmi - la certezza, profonda, che quest'attesa sta per essere esaudita. Tutto mi è più chiaro quando comincio ad intravedere, già da una certa distanza, dove questa strada mi sta portando. Cosa mi attende. Chi mi attende. E qui occorre che apra una parentesi, altrimenti il mio racconto, risulterebbe incomprensibile.

NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | LUCE DELLA CASA

Riguarda il mio passato, le mie origini. (...) Avevo due anni quando i miei genitori biologici sono morti in un brutto incidente sul lavoro. Dopo un breve periodo in istituto venni adottata. Non mi è andata bene, purtroppo. Sono stata una bambina difficile, lo ammetto, ma di certo quello in cui sono finita non è stato il più auspicabile dei focolari domestici. Che non ero "figlia loro" me lo ribadivano tutti i santi giorni. Due persone fredde, sgradevoli, anaffettive, totalmente inadeguate nello svolgere mansioni genitoriali. Doverci convivere è stato un inferno. Non mi dilungo perché non ne vale la pena. Compiuta la maggiore età ho detto loro arrivederci e grazie e mi sono fatta la mia vita. In tutti questi anni li avrò visti due o tre volte. Se li incrociassi per strada credo che neanche li riconoscerei. Non ho memoria di quegli anni. Tutto rimosso, fortunatamente. Dei miei primi due anni con la famiglia biologica invece ho sempre conservato un ricordo, un'immagine in particolare: sono in braccio a mia madre, mio padre regge qualcosa (forse il cartone della spesa), abbiamo i cappotti, è inverno, e siamo sulla soglia di casa, stiamo rincasando. È tutto quello che ricordo. È quanto di più prezioso abbia impresso nella mia memoria. Ora la parentesi posso chiuderla.

Ecco dove mi stava conducendo quella strada... Ecco cosa mi sono trovata di fronte... La casa di luce... La mia casa... Un rientro, un ritorno, una rifusione con la dimensione originante. Non ho potuto distinguere nessuna figura, nulla all'infuori del prospetto luminoso della natia dimora, per me un tempio, la sacra architettura delle mie radici. Irradiava un calore al contempo materno e paterno, quasi ne percepivo l'odore. Cos'altro potevo desiderare se non entrare, varcare quella soglia e chiudermi la porta alle spalle? Cos'altro? Più mi avvicinavo, più la casa di luce si faceva grande, imponente, monumentale. Non mi chiamava Sabine, ma con un buffo vezzeggiativo che non saprei ripetere. Un suono così dolorosamente familiare. Il mio vero nome. Il nome che faceva di me una figlia amata. Protetta. Mi rivedo lì, sulla soglia, travolta dalla luce. Sono io a entrare o è la casa a entrare in me? Quello che provo è una struggente gratitudine, un sentimento di gioia incontenibile. Sento che sta accadendo qualcosa, che quell'attesa è a un passo dalla sorpresa, dall'acme... ed è qui che mi svegliano. Un taglio netto. Catapultata dalla casa di luce alla plafoniera sul soffitto della mia camera d'ospedale, perché è questo che vedo quando apro gli occhi, una stupida plafoniera.

Riconnettersi alla vita ordinaria non è stato facile. Così come non è stato facile condividere con le persone a me più care il racconto della mia esperienza. Ma qualcosa dentro di te dice che devi parlare, devi condividere. Ti guardano con pietà, talvolta finanche con sospetto. Pochi ti comprendono. Pochi ti credono. Più convincente di tutto, però, è il cambiamento profondo, quella nuova te che proietti sugli altri. Allora lì non dubitano più, cominciano piano piano ad ascoltarti (amici, medici, giornalisti), senza crederti necessariamente una visionaria. Esperienze così non le puoi tenere per te. Ogni volta che ne parlo, ogni volta che rievoco, sento di fare bene. E poi, sono più le domande che pongo delle risposte che sono in grado di elargire. Quello che più conta per me è la persona che sono oggi. Se sono capace di starmene a guardare il cielo per ore, di commuovermi accarezzando lo stelo di un fiore, lo devo all'esperienza che ho vissuto. Tornare a casa mi ha fatta crescere.

Sabine-Maria Walder

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