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NDE, la mente sopravvive al corpo?

Da Extremamente @extremamentex

Cinque studenti di medicina, mossi da un ambizioso desiderio di capire cosa c’è nell’Aldilà, si sottopongono volontariamente ad un’esperienza di premorte dalle conseguenze, per loro, spaventose. Questa è in sintesi la trama di “Flatliners”, a novembre nei cinema italiani, sequel del film “Linea mortale” del 1990. Un thriller-horror che parte però da un presupposto reale- le esperienze di premorte esistono davvero e i medici, seppur in modo meno estremo, le studiano effettivamente per conoscere meglio cosa accade quando finisce la vita.

LA LOCANDINA DEL FILM

LA LOCANDINA DEL FILM “FLATLINERS-LINEA MORTALE”

Uno dei più impegnati nella ricerca è Sam Parnia, direttore del dipartimento di Rianimazione della scuola di medicina  del NYU Langone di New York. Uno studio, il suo, che va avanti ormai da molti anni all’interno del progetto “AWARE” che ha coinvolto più di un migliaio di pazienti, ritornati alla vita dopo essere stati dichiarati clinicamente morti, sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna. In un’intervista a Live Science, il dottor Parnia ha innanzi tutto chiarito cosa si intende, in termini medici, per morte.

“Tecnicamente parlando, tutto si basa sul momento in cui il cuore cessa di battere. Quando ciò avviene, il sangue non circola più nel cervello e pertanto quasi istantaneamente le funzioni cerebrali si interrompono. Si perdono tutti i riflessi– come il riflesso faringeo e quello delle pupille, non c’è più nulla”, spiega. Quindi, nella maggior parte dei casi il decesso coincide con l’ arresto cardiaco, da non confondersi con l’infarto durante il quale solo una parte del cuore muore in seguito all’ostruzione delle arterie, ma il battito rimane.

DURANTE L'ARRESTO CARDIACO, ANCHE LE FUNZIONI CEREBRALI SI INTERROMPONO

DURANTE L’ARRESTO CARDIACO, ANCHE LE FUNZIONI CEREBRALI SI INTERROMPONO

Quando il cuore non funziona più, smette presto di funzionare anche la corteccia cerebrale: sui monitor che registrano l’attività elettrica del cervello, nel giro di pochi secondi compare la linea piatta che indica la mancanza di onde cerebrali. Da questo momento, si innesca un processo a catena che porta alla morte delle cellule nervose, un processo tuttavia più lento di quanto si pensava fino a qualche anno fa: impiega ore, non minuti. E lo si può rallentare. Con la rianimazione cardiopolmonare, si può mandare al cervello una quantità di ossigeno che non è sufficiente per ripristinare in pieno la sua attività, ma che basta a ritardare la morte cellulare.

Uno dei risultati più sorprendenti ed interessanti confermati dalla ricerca di Sam Parnia è la scoperta che il cervello, pur essendo “spento”, sembra continuare a funzionare per svariati minuti dopo la morte. Proprio in questa fase nella quale il cuore non batte più e l’encefalogramma risulta piatto, alcuni pazienti- rianimati con successo-  dicono di aver conservato uno stato di coscienza tale da poter descrivere con grande accuratezza quello che è successo attorno a loro. I resoconti sono ormai così numerosi da essere difficilmente confutabili come semplici coincidenze.

Molti raccontano cosa hanno fatto i dottori e le infermiere; riferiscono di aver avuto consapevolezza di intere conversazioni e di oggetti che non avrebbero potuto conoscere, dice il medico di New York. Dettagli confermati– non senza un certo stupore- dallo staff che operava la rianimazione. Quindi, quanti sperimentano una NDE- una Near Death Experience, esperienza di premorte- spesso si accorgono delle manovre che l’equipe medica opera per rianimare i loro corpi; mentre le macchine indicano la mancanza di battito e di  attività cerebrale, sono pienamente consapevoli dell’assenza dei segnali di vita.


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