Nel gorgo del peccato

Creato il 08 settembre 2011 da Robydick
1954, Vittorio Cottafavi.
Robydick: faccio una brevissima introduzione. Napoleone comincia oggi con questa recensione una rassegna del cinema italiano degli anni '50, quello più noto ma anche e soprattutto quello da riscoprire, onorando i personaggi protagonisti di quell'epoca con dovizia anche biografica. Ci saranno molti articoli, parti di libri riportati, ed anche pagine wiki che in buona parte lo stesso Napoleone ha scritto e/o completato sulla nota enciclopedia online. Sarà quindi una sorta di "wiki allargato" dalle sue più personali opinioni, molto più appassionato. Io per ora lo ringrazio tantissimo, è un lavoro enorme che porterà avanti e che darà l'ennesimo salto di qualità a questo blog.
Gli passo la parola.

“Nel gorgo del peccato” (1955) fu praticamente l'unico film diretto da Vittorio Cottafavi rientrabile interamente nel filone cinematografico del “melodramma popolare alla Raffaello Matarazzo” (dal nome del suo regista più rappresentativo e di grande notorietà), allora di enorme successo presso le platee nazionali. E soprattutto presso il pubblico femminile.
Cottafavi (Modena, 30/1/1914 – Roma, 14/12/1998), è stato un insigne, ottimo, regista e sceneggiatore, del cinema e della televisione italiana nell'epoca d'oro degli sceneggiati, oggi colpevolmente piuttosto dimenticato.
Il cinema e le sue misteriose coordinate, ottiene in rare circostanze la grandezza dei più grandi: Losey, Lang, Preminger e Cottafavi, autore dal raro dono di saper guardare al di là di ogni distanza cosciente e di saper creare uno stato quasi ipnotico con la solo riproduzione dei gesti degli attori, il loro aspetto, le espressioni dei visi e i movimenti del corpo, le intonazioni vocali, intorno ad un universo luccicante ma compromesso, nel quale i favorevoli propositi in oggetto sono quelli in cui guardare prima che essi siano persi e cercando in essi stessi una maggiore maturità, con una chiarezza e pace di mente. […] Solo Losey, Preminger, Cottafavi, Don Weis, Lang, Fuller, Ludwig e Mizoguchi sanno, a differenti gradi, il segreto della presa sugli attori e sul décor, che Murnau e Griffith erano incapaci di portare all'estremo e che Hawks, Hitchcock, Renoir e Rossellini hanno intravisto, ma mai controllato.
Michel Mourlet, "Cahiers du Cinéma", n. 98, Agosto 1959, pp. 23-37.
Cottafavi è anche stato citato nell'articolo riportato sopra, un regista molto riverito e studiato in Francia a partire dagli anni '50 grazie a Truffaut e Rivette dei Cahìers du Cinéma, proprio per questo melò in particolare, “Nel gorgo del peccato”, e solo successivamente con i cosìddetti film dei “Sandaloni” o “Peplùm” di cui sarebbe divenuto uno dei registi più personali, dotati e rappresentativi. Il gruppo dei Cahiers du Cinéma considerò Cottafavi uno dei più grandi autori italiani di quel periodo, al pari di molti ben più famosi di lui, presso il pubblico. Cottafavi però, incominciò negli anni '60 ha lavorare quasi esclusivamente per la TV, nella quale si specializzò come negli anni '70, ragione per cui fu presto dimenticato. La sua riscoperta è se vogliamo, anche storia recente: nel 2009 la Rassegna della Cineteca di Bologna, “il Cinema ritrovato”, mostrò alcuni dei suoi film migliori. Proprio in quell'anno, la Cineteca co-editò e pubblicò anche un libro monografico di 400 pagine. Recentemente, anche la benemerita Ripley's Home Video ha riscoperto Cottafavi, e ha in programma di proporre cinque DVD dei titoli di Cottafavi già inseriti nella rassegna, mentre altri due dischi sono già stati pubblicati.
Si tratta di, “I Nostri sogni” (1943) scritto da Vittorio De Sica, che ne è anche il protagonista, e si tratta di una commedia metafilmica, portata a compimento da Cottafavi, ma ereditata da Mario Camerini.
Anche “Una Donna ha ucciso” (1952), è un altro gran bel film che Cottafavi diresse proprio due anni prima di “Nel gorgo del peccato”, appartenente in pieno anche questo ad un genere, non il melò ma il giallo hitchcockiano, sapientemente intessuto di citazioni letterarie, neoromantiche e neorealiste, da De Sica a Puccini e Tolstoj. Anche qui come “Nel gorgo [...]” Cottafavi costruisce veramente molto bene il personaggio della donna protagonista, la quale cerca di costruirsi una sua strada in una società come quella italiana dell'epoca, già rappresentata come spietata seppur non apertamente capitalistica, ma anzi mostrata nei suoi aspetti più arcaici, e sapientemente cesellata in scene sempre dallo stile ricercato, anch'esso cercato sempre da Cottafavi. Quello stile ben presente anche in “Nel gorgo del peccato”, quasi cerimonioso, a cancellare il tempo di questi film, come storie sempre attuali, ma piazzate come storie tipiche del melodramma quasi con uno stile da film religioso dell'epoca, sembrando aspirare per le storie di film come “Nel gorgo del peccato”, ad un tocco di eternità e contemporaneamente, dietro al fiammeggiare di queste storie così intessute di roventi passioni e brucianti drammi, è proprio come se appunto, vi bruciasse una fiamma che continua ad ardere. Tant'è che proprio Scorsese e la sua inseparabile famosissima montatrice, Thelma Schoonmaker, hanno sempre studiato i film di Cottafavi.
Proprio per questo e per completezza onde non risultare pedissequi in inutili ripetizioni, è doveroso riportare una buona pagina Wiki:
Biografia
Cottafavi frequentò per un certo periodo i corsi di giurisprudenza, filosofia e letteratura presso l'Università di Roma ma, in seguito ad alcune sue esperienze in campo cinematografico, si iscrisse al Centro Sperimentale di Cinematografia dove, nel 1938, prese il diploma in regia. Fu infatti nel 1936 assistente volontario di Jean Epstein per Cuor di vagabondo e iniziò il suo intenso tirocinio di assistente alla regia con Mario Bonnard in Jeanne Doré del 1938, con Camillo Mastrocinque in Inventiamo l'amore del 1938, con Goffredo Alessandrini in Abuna Messias del 1939 e Nozze di sangue del 1941, con Carlo Campogalliani ne Il cavaliere di Kruja del 1940, con Gianni Franciolini in Giorni felici del 1942, con Aldo Vergano in Quelli della montagna del 1942, con Vittorio De Sica nei I bambini ci guardano del 1943.
Carriera di regista
Il suo primo esordio come regista avvenne nel 1943 con il film I nostri sogni, tratto da una commedia omonima di Ugo Betti. Il film, che fu accolto favorevolmente da critica e pubblico, apparve subito opera di un serio professionista grazie all'ottima composizione dell'inquadratura e alla scioltezza della narrazione.
Nel dopoguerra diresse alcuni film di successo e sul finire degli anni cinquanta approdò al genere storico-mitologico, noto anche come film peplum all'italiana (Messalina, Venere imperatrice, del 1959, La vendetta di Ercole del 1960, ecc.).
Dopo l'insuccesso de I cento cavalieri (1964), il regista abbandonò definitivamente il cinema per occuparsi di spettacoli televisivi e teatrali. Protagonista insieme ad Anton Giulio Majano, Mario Landi, Sandro Bolchi e Daniele D'Anza della stagione degli sceneggiati televisivi RAI, iniziò a dirigere questo genere di prosa nel 1958, con Umiliati e offesi, proseguendo per oltre 15 anni nella regia di romanzi a puntate per la RAI.
Nel 1966 realizzò per la televisione l'operetta musicale La Fantarca, da un soggetto di Giuseppe Berto. Nel 1970 diresse per la televisione lo sceneggiato in sei puntate I racconti di padre Brown, tratto dall'opera omonima di Gilbert Keith Chesterton, che raggiunse i 21 milioni di spettatori a puntata.”

Tornando proprio a “Nel gorgo del peccato” questo melò di Cottafavi si distingue in particolare per due elementi, la regia non è convenzionale proprio perchè alla cabina di regia c'è Vittorio Cottafavi, e anche in un ambito strettamente manieristico, viene pur sempre fuori il suo grande mestiere e l'abilità artigianale, espletata in tutti i generi, tant'è che negli anni seguenti diverrà anche uno dei registi più rappresentativi e di successo del peplum.
L'altro elemento sono gli interpreti, a cominciare dalla protagonista Elisa Cegani [o Elisa Sandri, come da pseudonimo](Torino, 10/6/'11 -Roma, 23/2/'96), che è stata una delle nostre attrici più rappresentative del cinema anni '30 e '40 da “Aldebaran” ('35) di Alessandro Blasetti, del quale divenne la moglie, oltre che sul finire della carriera, interprete di sceneggiati televisivi di enorme successo come “Luisa Sanfelice” ('66) di Leonardo Cortese, o il “David Copperfield” celeberrimo diretto nel 1965 da Anton Giulio Majano, e l'“Anna Karenina” del 1974 di Sandro Bolchi. Più molti altri, e tante opere di prosa. Ovviamente, anche in “Nel gorgo del peccato” parla con la sua voce inconfondibile e riesce ad andare ben oltre il personaggio troppo abusato della madre che sacrificherebbe tutto per il bene e la salvezza di un figlio sfortunato e fondamentalmente molto buono e onesto.
Il figlio è interpretato da Fausto Tozzi (Roma, 29/10/'21 -Roma, 10/12/'78). Tozzi è stato un personaggio importante nel cinema della romanità, attore molto attivo e noto degli anni '50, poi sceneggiatore e anche regista, completamente autodidatta, fu anche consulente per i dialoghi in romanesco di Pier Paolo Pasolini, a partire dalla collaborazione congiunta per “Una Vita violenta” ('60) di Brunello Rondi e Paolo Heusch. Ha diretto uno dei miei massimi cult personali della romanità cinematografica: “Trastevere”('71) con Nino Manfredi, Vittorio Caprioli, Vittorio de Sica, Enzo Cannavale, e moltissimi altri.
Ma qui, ci possono venire in soccorso ancora meglio che i Cataloghi Bolaffi del Cinema Italiano, o Il più recente Dizionario degli attori del cinema italiano Gremese, 2002, buone pagine di Wiki:
Fausto Tozzi - Biografia
Attivo dal dopoguerra come sceneggiatore (Mio figlio professore, 1946 e Sotto il sole di Roma, 1948, entrambi di Renato Castellani, anche soggetto) e dal 1950 come attore (Il caimano del Piave di Giorgio Bianchi), ottiene i suoi maggiori successi negli anni cinquanta, soprattutto come interprete di film (La città si difende, 1951 e Il brigante di Tacca del Lupo, 1952, entrambi di Pietro Germi; Musoduro, 1957, di Guido Malatesta; Un uomo facile, 1959, di Paolo Heusch, anche coregia) di impianto realistico o avventuroso, che mettono in risalto la sua recitazione asciutta e corposa.
Dopo un periodo di eclissi, in cui nel 1962 interpreta in Rugantino la parte di Gnecco, ottenendo un discreto risultato, continua la sua multiforme attività apparendo più volte in televisione come autore di sceneggiati televisivi (L'Odissea, 1968) e si impone come ottimo caratterista (Il tormento e l'estasi, 1965 di Carol Reed; Per grazia ricevuta, 1971, di Nino Manfredi). Firma anche un film come regista: Trastevere (1971)”
E' presente nel ruolo per lui congeniale di personaggio negativo e traditore il sempre bravo Franco Fabrizi, ma almeno lui non dovrebbe necessitare di presentazioni; anche qui può essere di grande aiuto la pagina di Wiki, a cui largamente aver partecipato, per ricordare degnamente e più dettagliatamente, uno dei migliori e di più successo attori del nostro cinema degli anni'50, a partire dagli anni'70 in concomitanza con la crisi spaventosa della cinematografia italiana, purtroppo defilatosi sempre più. Inoltre, per Fabrizi che è stato uno dei miei attori preferiti e incarnati alla perfezione, di un cinema come quello italiano degli anni '50 che amo molto, voglio qui riportare perchè penso che Fabrizi se lo meriti proprio e si cita “Nel gorgo del peccato”, anche l'incontestabilmente bello e ben scritto articolo, che scrisse Maurizio Porro su "Il Corriere della Sera" in occasione della sua morte, il 19/10/95:
Addio a Franco Fabrizi, bidonista e vitellone.
E' stato interprete dei grandi film di Fellini, simbolo dei playboy di provincia. Il marchio del farfallone egoista lo accompagno' per tutta la carriera Amava spider, donne e dolce vita. Un amore infelice per la Pampanini e aveva il vezzo di calarsi l'eta'.
Stroncato da un tumore a 79 anni. Dalle sfilate come modello al cinema d' autore. Recito' anche per Antonioni, Germi e Visconti
PIACENZA . L' attore Franco Fabrizi, interprete de "I vitelloni" e "Il bidone", e' morto nel tardo pomeriggio di ieri nella nativa Cortemaggiore (Piacenza), per un tumore all' intestino. Era malato dal ' 93. Aveva 79 anni. Sembra una scena di "Amarcord": il padre di Franco Fabrizi faceva il barbiere e la madre era la cassiera del cinema. Non c' e' da stupirsi che Franco Fabrizi, con quella sua aria di gaga' , di seduttore a tempo pieno, di playboy sorridente che salutava da auto sportive al fianco di ragazze vistose (ma confesso' la frequentazione anche di fior di principesse), fosse piaciuto a Fellini, che lo scelse per "I vitelloni" dopo un lungo provino in cui gli chiese di fumare e sbuffare con l' aria da bullo. Fabrizi, giovane di provincia, gioca di baldanza e coraggio: e' tra i primi a fare il modello per la moda; tenta la carta del teatro serio, scritturato da Visconti; fa qualche passerella con Walter Chiari. Ma e' il grande Federico che gli da' il via nel ' 53 scritturandolo per 800.000 lire come uno dei "Vitelloni" che bighellonano nell' amata e odiata provincia: Fabrizi e' Fausto, bel seduttore, infantile nell' animo, che mettera' la testa a posto prima della fine. Eterno scapolo, Fabrizi adduce la forza dell' abitudine con correzione melodrammatica: aveva dichiarato eterno amore alla sua partner Pampanini, che pero' non lo volle. Coraggioso Fabrizi: sopravvisse al crollo della fama, ai guai col fisco, a un gravissimo scontro d' auto, ai raggiri di amici bidonisti. Ma non riusci' mai a liberarsi di quel ruolo di superficiale un po' carogna che lo marchio' come un vilain, un fanfarone di cui non fidarsi, un egoista rubacuori di lettura kierkegaardiana. Dagli anni 50 ai 60, dalla "Cronaca di un amore" di Antonioni (fu anche nelle "Amiche", nel ruolo del frivolo amante della Forneaux) al "Satyricon" di Polidoro, questo giovanotto di studiata spontaneita' sperimento' una serie di variazioni sul tema, senza ritrovare la felicita' dell' inizio, quando sempre Fellini lo impiego' al meglio nel "Bidone" (' 55). Fabrizi si toglieva gli anni, coltivava i vezzi del divo molto professionale, quel simpatico pavoneggiarsi di chi era stato molto ammirato, passando dai "Racconti romani" ai drammi appassionati, stringendo al seno le maggiorate d' epoca ("Vortice", "Torna", "Nel gorgo del peccato"), ma anche permettendosi kitsch d' epoca come "La spigolatrice di Sapri" o "Il sacco di Roma". Gli venivano meglio i ruoli contemporanei: nella "Romana" di Zampa, come il seduttore Gino, o in "Camilla" di Emmer, storia di una "colf". Allora dimostrava un notevole cipiglio drammatico mediato da una sorta di strafottenza naturale, una dote molto ben compresa da Germi in "Un maledetto imbroglio", dove il regista, come commissario Ingravallo, lo schiaffeggiava violentemente. Fu proprio la faccia da schiaffi che, superati gli anni Cinquanta e i 50 anni, lo relega in ruoli comico grotteschi, come nel dittico sensual coniugale di Comencini "Mariti in citta' " e "Mogli pericolose", con epicentro piccolo borghese. Il secondo tempo della sua carriera non e' dei piu' felici, pur con partecipazioni d' autore. Partecipa alle commedie da spiaggia ("Costa Azzurra" con Sordi), arriva ai "Genitori in blue jeans", alle "Svedesi". Nel ' 62 Dino Risi lo recupera come il piccolo arrampicatore che, al contrario di Sordi, si arrende al potere nel bellissimo "Una vita difficile": e' ancora un antipatico nato, un ipocrita per tutte le stagioni. Dopo molti, troppi "B movies", nel ' 65 eccolo in "Io la conoscevo bene", sottostimato film di Pietrangeli: fa la parte di uno degli "assassini" morali della Sandrelli. Dopo "Una questione d' onore" e "Sissignore" al fianco di Tognazzi, arriva alla grande "Signore e signori" di Germi: ancora dolce vita, ma di Treviso. L' ultima sua grande espressione fu quella del barbiere di Bogarde in "Morte a Venezia" di Visconti: un' occhiata che lascia il segno. Ma Fabrizi, che compare anche nel "Piccolo diavolo" con Benigni, da ultimo viaggiava soprattutto sulla memoria dei bei tempi di Fellini (il quale, da amico, lo scelse per un' apparizione nei volgari studios di "Ginger e Fred"), via Veneto, i flash, i night, le donne, il cinema delle copertine patinate e delle passioni infelici. Poco o molto, dipende. Si era scritto da solo l' epitaffio: "Uno che in 150 film . disse . ha rappresentato la degenerazione del vitellone, cioe' il farfallone".
Maurizio Porro
da wiki: “Franco Fabrizi (Cortemaggiore, 15 febbraio 1916 – Cortemaggiore, 18 ottobre 1995) è stato un attore cinematografico italiano.
Biografia
Attore cinematografico, teatrale e televisivo, impersonò con efficacia il personaggio del rubacuori di provincia, cinico ma affascinante, inaffidabile ma seduttivo, in molti film firmati da registi come Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Pietro Germi e Luigi Zampa, trovando un equilibrio, sul filo dell'ironia tra accenti comici e drammatici.
Figlio di un barbiere e di una cassiera di cinema, esordì come attore di prosa e di rivista, e a poco più di trent'anni interpretò un capo indiano nel fotoromanzo Arizona Kid, sul periodico Avventuroso Film. A trentaquattro anni, dopo qualche esperienza cinematografica minore, ottenne la sua prima parte di un certo rilievo in Cronaca di un amore (1950), il primo lungometraggio di Michelangelo Antonioni. Ma si mise in luce soprattutto interpretando il personaggio di Fausto, il giovane che insidia la moglie dell'antiquario Michele, suo datore di lavoro, ne I vitelloni (1953) di Federico Fellini.
Fabrizi era un attore di bella presenza, una sorta di Cary Grant all'italiana, ma sul grande schermo non ebbe mai l'occasione di interpretare ruoli da primattore salvatore di eroine o smascheratore di intrighi internazionali, perché anche nei film successivi, nei quali pure ricoprì ruoli principali e di co-protagonista, rimase sempre legato al cliché dello sbruffone un po' vigliacco: il seduttore Gino ne La romana (1954) di Luigi Zampa, l'amico facilone e confusionario in Camilla (1954) di Luciano Emmer, il truffatore Roberto ne Il bidone (1955) di Federico Fellini, l'architetto Cesare ne Le amiche (1955) di Michelangelo Antonioni.
Tra le sue interpretazioni più significative, negli anni sessanta, quella in Una vita difficile (1961) di Dino Risi, ottima spalla di uno strepitoso Alberto Sordi, Io la conoscevo bene (1965) di Antonio Pietrangeli, e Signore & signori (1966) di Pietro Germi.
Dopo un periodo più defilato, nel quale la sua carriera ebbe una pausa e la sua fama conobbe un appannamento, si ricorda la sua ottima interpretazione nel film Ginger e Fred (1986) di Federico Fellini, nei panni di un conduttore televisivo, disinvolto quanto cinico, che tra uno spot e l'altro macina gli ospiti più disparati mentre sullo sfondo due vecchi ballerini di avanspettacolo (Giulietta Masina e Marcello Mastroianni), distanti dalla volgarità della TV commerciale, rivivono con nostalgia l'epopea di un tempo perduto. Muore nel 1995 stroncato da un tumore.
Napoleone Wilson
Robydick: né frame né video, film introvabile, chi ne avesse tracce è pregato di segnalarlo grazie.
Incredibilmente, il solo film di Cottafavi presente già nel blog, un capolavoro a mio parere, è tra i pochi non citati dall'enciclopedista Napoleone, e ho scoperto nemmeno citato da Wiki. Non perdetevelo, è una perla rara che ho potuto conoscere grazie all'amica Grazia: "Maria Zef"

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