Magazine Viaggi

Nel mercato di Mysore

Creato il 26 maggio 2016 da Patrickc

Amo i mercati, e questo è bellissimo: una passeggiata al bazar Devaraja di Mysore, India

L’aria nel mercato di Mysore è rovente, si attacca alla pelle, ai vestiti, con una consistenza untuosa. La folla preme su di me, sento continuamente il contatto con altri corpi. Braccia, spalle, camicie sudate. Mi fermo per far passare una fila di giovani che portano sulle spalle, incurvati, degli enormi sacchi pieni forse di riso. Io aspetto che passino, ma altri si lanciano, come gli indiani fanno assurdamente nel traffico (non mi ci abituerò mai) e si infilano fra un portatore e l’altro. Ogni tanto mi giro, cerco Letizia, allungo la mano per toccare la sua. Amo perdere l’orientamento nei mercati, ma qui vorrei farlo assieme a lei.

Devaraja, il mercato di Mysore

Devaraja, il mercato di Mysore (foto di Patrick Colgan, 2016)

Siamo tornati al bazar Devaraja dopo che la prima volta ne eravamo quasi fuggiti. Troppo caldo, troppa folla, ci era mancato il respiro dopo i giorni passati sulle montagne del Tamil Nadu in cui avevamo riscoperto spazi, silenzio e temperature più miti. La moltitudine, la gente, è una presenza costante in India. E quando gli spazi si restringono si riducono anche le distanze: si sta come un su di un autobus all’ora di punta. E anche qui, in un certo senso, mi faccio trasportare. Il trucco è questo, basta accettare di esser parte della moltitudine. E così seguo gli odori, i colori, ed è come se i miei piedi sapessero già dove andare.

Come sempre il mercato è diviso in zone. Sotto le volte scrostate del bazar, oltre due secoli di storia, ci sono cumuli di noci di cocco, verdure, cipolle, sacchi di riso, radici di zenzero. Poi arrivano le tonalità brillanti dei colori per bindi (i segni in mezzo alla fronte portarti da indù e jain) esposti in coni perfetti, quindi gli odori pungenti delle essenze e quello dolce dell’incenso. “Come here sir, do you know what it is?”. I mercanti ci fermano di continuo e il copione è sempre lo stesso, in inglese, ma anche in un italiano quasi perfetto: “Da dove vieni? Dove vai? C’è un amico che produce incenso qui vicino…”. Io parlo, scherzo, sorrido e vado avanti perché da questo mercato non voglio ancora uscire. E non sono pronto per iniziare un’estenuante trattativa.

Il mercato dei fiori

Arriviamo nella zona del mercato Devaraja dedicata ai fiori che mi riporta in pochi secondi alle immagini ancora fresche di Mumbai e al mercato Pak Khlong Talat di Bangkok che ho visto pochi mesi fa e che purtroppo rischia di sparire. Ho visto tanti mercati, in tutto il mondo: molti sono simili e ognuno è completamente diverso e ogni volta tornano in mente come un film al quale aggiungo dei fotogrammi. Il profumo si fa largo fra la puzza di sudore e l’odore degli incensi. E mi sento quasi in colpa: i fiori da offrire al tempio devono essere puri, non possono essere annusati. Anche qui, come a Bangkok, a Mumbai e in chissà quanti altri mercati dell’Asia ogni minuto, ogni secondo, mani velocissime infilano fiori e boccioli in sottili spaghi o quelli che sembrano steli o foglie di altre piante. Il lavoro è rapido e preciso, lo fanno sia uomini che donne. Guardarlo è quasi ipnotico e mi fermo a osservare forse più di quanto è lecito. Qualcuno alza lo sguardo e incrocia il mio.

Estraggo la macchina fotografica dalla borsa con timore, ho paura di perdermi qualcosa o di rendermi ancor più visibile di quello che sono, mentre vorrei solo esser parte del flusso. Letizia chiede quanto costano i braccialetti di vetro esposti su una bancarella. Ce ne sono di ogni colore e dimensione. Quei braccialetti di vetro che Anita Nair, in un libro che sto leggendo in questi giorni, ha descritto come metafore del cuore: “un momento di distrazione e si spezza…”.

Li immagino come una distesa di frantumi, di schegge colorate.

Braccialetti di vetro – glass bangles *latergram* #india * “…. Ma sa una cosa, il cuore è un braccialetto di vetro. Un momento di distrazione e si spezza… lo sappiamo, vero? Eppure continuiamo a metterci dei braccialetti di vetro. (…) Quanto siamo sciocche noi donne. Dovremmo indossare braccialetti fatti di granito e trasformare anche il nostro cuore in granito. Ma allora non rifletterebbero la luce con tanta grazia né tintinnerebbero tanto allegramente…” (Anita Nair, cuccette per signora) * “But you know what, the heart is a Glass bangle. One careless moment and it’s shattered” (Anita Nair, ladies coupe)

Una foto pubblicata da Patrick Colgan (@colgan78) in data: 22 Mag 2016 alle ore 15:49 PDT


Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :

Magazine