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Nel tempo in cui i bimbi nati-morti erano degni al più di qualche sorriso

Creato il 02 novembre 2017 da Il Viaggiatore Ignorante
Nel tempo in cui i bimbi nati-morti erano degni al più di qualche sorrisoDal XII al XIX secolo almeno, decine, centinaia, migliaia di casi di ritorno effimero alla vita di bimbi nati-morti si verificarono in tutta Europa, divenendo una delle manifestazioni rituali più diffuse e longeve della cristianità.
Il fenomeno esplode soprattutto a partire dal Cinquecento. Un evento eclatante è quello documentato nelle vicinanze di Aix-en-Provence nel 1558. In quell'anno "uno di questi bimbi fu lasciato sull'altare per diverso tempo. Dopo le preghiere, riprende vigore, e viene battezzato. Sette candele disposte su un lampadario al centro della chiesa, ad oltre 12 passi da terra, miracolosamente si accendono. Erano presenti il vicario generale e sette testimoni".La chiesa cui si riferisce il miracolo apparteneva all'Annonciade di Aix-en-Provence, monastero dedicato all'Annunciazione della Beata Vergine, costruito nel XIII secolo sulle rovine di una cappella dedicata a Sant'Antonio. Gli abitanti della città avevano stabilito di edificare l'edificio fuori le mura in seguito all'incremento dei casi della malattia conosciuta con il nome di fuoco sacro, male degli ardenti o fuoco di Sant'Antonio. Tale pericoloso morbo poteva avere effetti devastanti sulle comunità colpite. Si manifestava in due forme: la prima caratterizzata da sintomi epilettici, la seconda da gangrena alle estremità che conduceva all'amputazione dell'arto colpito. Le parti del corpo interessate dalla malattia diventavano secche e nere, come se fossero state bruciate, caratteristica dalla quale potrebbe essere derivato il nome, che evoca il fuoco, della patologia. La medicina del tempo non conosceva rimedi efficaci, perciò le popolazioni del XIII secolo si rivolgevano a Sant'Antonio, considerato l'intercessore prediletto contro questo malanno. Con il tempo il convento dell'Annonciade fu abbandonato sino a cadere in rovina. 
Nel tempo in cui i bimbi nati-morti erano degni al più di qualche sorrisoSoltanto i libri parrocchiali rimangono a testimoniare, come spesso accade, l'incredibile, miracoloso evento svoltosi presso l'altare di quella cappella dedicata all'Annunciazione della Beata Vergine. Intanto il répit si diffonde anche in Italia. A Rimella, in Val Mastellone in provincia di Vercelli, nel 1590 si registra un caso clamoroso. L'allora vescovo di Novara, Cesare Speciano, durante una visita pastorale in Valsesia decise di spingersi fino a quello sperduto villaggio, perché aveva udito che vi si perpetravano strani riti. Cosi scrisse di proprio pugno: "In Rimella perdura questa superstizione e cioè che gli infanti morti senza il sacramento del battesimo se fossero collocati sotto l'altare di Santa Maria sarebbero tornati alla vita fino che avessero ricevuto il battesimo, ma essendo stati interrogati il curato ed altri testimoni sul fatto che uno di questi bimbi fosse tornato alla vita, risposero nessuno. La qual cosa fu giudicata piuttosto degna di riso e fu vietata, affinché quei bimbi nati morti e creduti vivi non fossero battezzati ne sull'altare della chiesa ne in altri luoghi".
Il presule novarese era nato a Cremona nel 1539, nobile rampollo della famiglia degli Speciani, e avviato sin da giovane età alla vita clericale. Ordinato presbitero dell'arcidiocesi di Milano nel 1567, fu nominato vescovo di Novara nel 1584 e già all'indomani dell'incarico si impegnò fortemente nell'applicazione dei dettami del Concilio di Trento. 
Nel tempo in cui i bimbi nati-morti erano degni al più di qualche sorrisoLo Speciano si sentì investito d'estirpare le superstizioni antiche dalla sua diocesi, compresa l'ignobile pratica del répit che decise di vietare con violenza, seguendo il sentimento istituzionale dell'epoca, destinato a rimanere tale per molto tempo. Ancora nel 1702 il teologo Jean-Baptiste Thiers avrebbe espresso il medesimo parere: quel rito era di certo superstizione e in piena opposizione alla dottrina cristiana. Il répit veniva vietato non solo in Italia, ma anche nella terra d'origine, la Francia. Nella diocesi di Sens, dopo quasi 150 anni dalla prima perentoria proibizione, il rito continuava ad essere praticato. Il vescovo si era scagliato violentemente contro i genitori accusati di ricorrervi già nel 1524, ma i ritorni effimeri alla vita dei bimbi nati-morti a Pringy si verificarono con regolarità. Abbiamo documenti che attestano tale pratica: "il venti di ottobre del 1662, hanno portato un bambino nato morto dalla parrocchia di Nandi, figlio di Etienne Colin e Catherine Colas. Il bambino è stato esposto di fronte all'immagine della Vergine nella cappella del Priore di Pringy. Dopo le preghiere alla Vergine il piccolo ha mostrato segni di vita come perdita di sangue dalle narici e dall'ombelico, e la piuma che era stata posta sulle sue labbra è sventolata. E' stato battezzato e sepolto nel cimitero. Presenti Claudine Vignier, ostetrica, Simonne Delacroix, vedova di Tourbillon, Guy Dealcroix e Marie Delacroix".
Nel tempo in cui i bimbi nati-morti erano degni al più di qualche sorrisoOvunque vi fossero santuari a répit, le resurrezioni effimere continuavano. In Italia un caso unico è quello di Soriso, provincia di Novara. Nel piccolo paese, che sorge lungo la direttrice che collega la Valsesia con il medio novarese, tutto ebbe inizio nel 1676: "dalla parte occidentale in bassa e angusta valletta si venera, in vago oratorio, la miracolosa immagine della Madre di Dio, appellata della Gelata, le cui prodigiose grazie, e portenti, non devono essere passate sotto silenzio. L'anno passato 1676 circa l'ora 11 del 30 ottobre Livia Vercelli di questo luogo, diede alla luce una bambina nata morta. Angosciata cercò il denaro per un viaggio nella diocesi di Tarantasia in Savoia, dove per intercessione della beata vergine innumerevoli bambini nati morti hanno dato segni di essere risorti a vita sufficiente per ricorrere al battesimo convenzionale. Mancandogli i soldi ma avendo viva fede, chiese al parroco di esporre la sua bambina davanti alla miracolosa immagine. Si recò il giorno 3 di novembre circa all'ora 13, si recitò il rosario con orazioni ma non comparendo indici sospirati e partendo già il popolo esclamò l'ostetrica di aver quell'istante evacuato dal corpicciolo alcuni escrementi. Disse l'ostetrica sentir palpitare il cuore a quel cadavere e tremare l'occhio sinistro. Onde il parroco pieno di allegria spirituale diedegli il battesimo condizionato. Si terminò il rosario, si resero grazie a Dio e alla beata vergine con l'inno Te Deum e si portò alla sepoltura la bambina a suono festoso delle campane. Fu veduto quel piccolo cadavere prima di seppellirlo essersi colorito da livido a bianco e rubicondo al pari di un ben sano vivente". La miracolosa immagine era soltanto un dipinto protetto da una piccola cappella sulla strada che, uscendo dal paese verso occidente, raggiungeva la Valsesia. In seguito a quel primo prodigio e agli altri dieci che si verificarono poco dopo, l'edicola diventò un oratorio e poi un santuario. 
Nel tempo in cui i bimbi nati-morti erano degni al più di qualche sorrisoDal manoscritto si comprende che il ricorso al répit era conosciuto e di prassi comune nella zona del novarese nel seicento. Al 1739 risale l'ultimo caso di ritorno effimero alla vita di cui si abbia traccia nell'archivio parrocchiale di Soriso. Possiamo avere la certezza che nel 1739 si sia verificato l'ultimo caso di ritorno alla vita? Dopo tale data i registri parrocchiali e le memorie non menzionano più tale fenomeno. Che ne siano accaduti altri o meno, i divieti vescovili e papali di certo spinsero i parroci a seguire scrupolosamente le nuove disposizioni. In altre regioni europee il culto non si spense fino alle soglie del XX secolo. Non lontano da Soriso un altro santuario divenne luogo di ritorni effimeri alla vita. L'esistenza del répit a Ornavasso, provincia di Verbania, divenne pubblico nel 1759, quando l'allora vescovo di Novara, Marco Aurelio Balbis Bertone, ne viene a conoscenza durante una visita pastorale. Le parole del segretario episcopale negli Atti di Visita non lasciano dubbi: in quel luogo i bimbi che nascevano privi di vita erano portati in un santuario de paese per tornare temporaneamente tra i vivi al fine d'ottenere il battesimo. Il luogo era quello della Madonna dei Miracoli, chiamato Boden ovvero pianoro nella locale lingua walser, che sorge al di sopra di unabalza incuneata all'ingresso di uno stretto vallone. Il vescovo si espresse duramente nei confronti del répit che in quel luogo si praticava. Sicuramente a tale sentimento fu spinto dalla condanna generale espressa pochi anni prima dal De Synodo Diocesana, testo con il quale papa Benedetto XIV condannò in via definitiva il rito del ritorno effimero alla vita per abuso del sacramento del battesimo.
Nel tempo in cui i bimbi nati-morti erano degni al più di qualche sorrisoNegli anni seguenti il ricorso al répit non declinò ne scomparve. Chi vi faceva ricorso si nascondeva, si riparava in luoghi isolati. Non lontano dall'abitato di Ornavasso è il Canton Vallese, in territorio svizzero. Nel 1794 il vescovo di Sion,  Joseph-Antoine Blatter, prima di intraprendere un viaggio nella diocesi, inviò a tutti i parroci un questionario sullo stato della parrocchia. Le domande riguardavano le pratiche svolte nei santuari a répit. I parroci di Moerel e di Reckingen confermarono che i bimbi nati-morti erano abitualmente portati alla cappella di Hohen-Fluhen, nel comune di Rieredalp, affinché potessero ricevere il sacramento del battesimo. Il parroco di Moerel aggiunse che la cappella era luogo di pellegrinaggio molto frequentato e che vi erano stati comportamenti scandalosi, da parte dell'uno e dell'altro sesso, nelle locande dei dintorni. Voci simili si levarono anche da Munster, Biel, Naters e Mund. L'ultimo battesimo impartito a Hohen-Fluhen sembra risalire al 1852. Il registro dei battesimi di Biel menziona alla data del 22 maggio del 1863 il decesso di bimbi non battezzati e portati alla cappella di Hohen-Fluhen, in seguito ad "una stupida credenza". 
La certezza che il 1863 sia stato l'anno finale della pratica non è credibile poiché ancora nel 1879, nello Stato della parrocchia di Moerel, era menzionato, come destinatario dei bimbi morti senza il battesimo, il cimitero della cappella di Hohen-Fluhen.

Fabio Casalini


Bibliografia
Fabio Casalini e Francesco Teruggi, Mai vivi, mai morti, Giuliano Ladolfi editore, Borgomanero, 2015
Marcel Bernos, Réflexions sur un miracle de l'Annonciade d'Aix. Contribution à l'etude dex sanctuaries à repit, in Annales du Midi, Edition Privat, Tolosa, 1970
Fiorella Mattioli Carcano, Santuari à répit, Priuli e Verlucca, Ivrea, 2009
Jean-Baptist Thiers, Traité de l'exposition du Sain Sacrament de l'autel, Louis Chambeau, Avignone, 1977
Gabriel Leroy, Notre-Dame de Pringy, son culte et sa légende, Dumoulin, Paris, 1862
Fiorella Mattioli Carcano e Valerio Cirio, Santa Maria della Gelata nel contesto europeo dei santuari fonte di vita, Parrocchia di Soriso, Soriso, 1993
Nel tempo in cui i bimbi nati-morti erano degni al più di qualche sorrisoFABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori IgnorantiNato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

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