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Nessun Fronte Repubblicano: si riparta dai territori… seriamente!

Creato il 05 giugno 2018 da Scioui

Fronte Repubblicano o Sinistra?

Se dopo (quasi) 100 giorni dalle elezioni politiche e la nascita di un governo di destra, nazionalista e filo – Visegrad, la proposta migliore per ripartire è quella di un Fronte Repubblicano che comprenda tutte quelle forze della società civile e tutti quei movimenti politici che vogliono unirsi per salvare il Paese dal sovranismo anarcoide di Di Maio e Salvini, con (come vorrebbe Martina, segretario reggente del Partito Democratico) o senza simboli di partito (tesi calendiana), che senza particolari problemi vada da LEU a Forza Italia, allora possiamo pur star tranquilli che non abbiamo capito nulla di quanto successo. Il 4 marzo non è stato solo il giorno delle ondate grilline e leghiste, ma anche l’evento che ha certificato un deciso cambio culturale e sociale all’interno della società italiana, che ha accettato di affidare le sorti del Paese ai sostenitori del ritorno alla Lira e della fine del progetto europeo, della guerra tra poveri la cui matrice razzista ne è la base etc. Non è stato affatto un fuoco di paglia, che per molti si spegnerà nel giro di poco tempo (o almeno così sperano), ma un evento che caratterizzerà la storia d’Italia per molti anni, con un bipolarismo M5S – Lega più il resto del centrodestra come “appendice” e un’area di sinistra costretta a ripartire dalla sopravvivenza. Questo è lo scenario che si va consolidando, ma che sarebbe ovviamente affrontabile, se solo ci fosse maggiore lungimiranza da parte degli attori politici nostrani. Dopo una debacle del genere, che ha visto il Partito Democratico prendere il minimo storico e Liberi e Uguali entrare in Parlamento per il rotto della cuffia, la prima cosa da fare doveva essere quella di analizzare la situazione con calma, capire gli errori che sono stati fatti e cosa invece c’era da salvare. A tutto ciò, bisognava aggiungere uno studio di spettro più ampio, che non coinvolgesse solo il periodo della campagna elettorale, bensì (almeno) l’ultimo decennio di vita politica e non solo della sinistra in Italia. Giusto per ricordare qualche evento d’impatto: mai come in questi ultimi anni abbiamo assistito a sconfitte storiche in aree del Paese nettamente rosse (Genova, Torino, Sesto San Giovanni…), a mastodontici errori politici (la fine anticipata dell’esperienza Marino a Roma e un ritorno alle urne che ha regalato la capitale ai Grillini), fino ad arrivare all’affermarsi del blu sul rosso nelle cartine geografiche su quelle che, fino a poco tempo fa, erano note come “regioni rosse”. Già quanto appena elencato, lo si poteva considerare materiale a sufficienza per capire che il rapporto tra i territori e la sinistra stava venendo meno. D’altronde, la mano “forte e rottamatrice” assunta dal Partito Democratico in questi ultimi anni, ha prodotto forti danni: personalizzazione del partito, scarsa considerazione delle necessità dei circoli territoriali mescolata a una “rottamazione dura e cruda”, anche a costo di estirpare le radici di un’area politica che in molte zone era ormai diventata parte della vita quotidiana delle persone. A tutto ciò, nessun partito ha saputo sostituirsi, lasciando libero accesso – molto, troppo spesso – alle forze antisistema (Lega, M5S e Casapound in primis), autori di un processo di radicamento sul territorio che, in questo periodo, sta dando i suoi frutti. In poche parole, e come già scrissi in un altro articolo, la sinistra deve tornare a prendere il caffè, riallacciare un rapporto stretto con i territori, ricostituire circoli, dar vita a scuole di formazione, rendere ciascun militante protagonista di un progetto ambizioso e di stampo socio – politico – culturale, senza relegarlo a mero attivista di comitati elettorali e auditore di comizi di candidati che, nella stragrande maggioranza dei casi, fanno passarelle e poco più. Il 4 marzo, insomma, ci ha detto questo: ricostruire un tessuto, acquisire pazienza e lungimiranza, tornare ad avere una visione di lungo periodo, assumere la consapevolezza che bisognerà mettersi a testa bassa e lavorare. Se dall’alto deve partire qualcosa, questa deve essere la proposta di una mappatura del Paese, allo scopo di comprendere in quali Comuni, Province e Regioni intervenire per rilanciare la sinistra e quali invece sono i territori da prendere a modello. Strategie come il Fronte Repubblicano, insomma, oltre a sembrare il prodotto di scacchiere politiche da palazzo, dimostrerebbero solo di essere toppe peggiori del buco, anche perché si tratterebbe di un appiccico di storie e culture diametralmente opposte, incoerenti tra loro, che darebbero soltanto ulteriore fiato alle forze antisistema (prendiamone atto, una volta per tutte: non siamo la Francia che fa fronte comune contro la Le Pen, relegandola ogni volta all’opposizione). Alle (illusorie) soluzioni immediatamente percepibili agli esseri umani, è necessario opporre il “lavoro del concetto” (percorso di lungo respiro e non immediatamente comprensibile alle persone) e adottare le parole conclusive del Manifesto di Ventotene: La via da percorrere non è né facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà. E casa per casa, strada per strada, giorno per giorno.


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