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Netflix e il gattopardismo: BRIGHT

Creato il 28 dicembre 2017 da Cicciorusso

Netflix e il gattopardismo: BRIGHT

Bright si presenta come il primo blockbuster prodotto da Netflix nonché film più costoso di sempre della piattaforma streaming. I personaggi sono due poliziotti (umano e orco) interpretati da Will Smith e Joel Edgerton i quali, ovviamente, si ritrovano ad affrontare avventure sovrannaturali quando ne avrebbero fatto volentieri a meno. La cattivona di turno è Noomi Rapace, l’unica sopravvissuta dell’equipaggio di Prometheus. Ed è diretto da David Ayer, già alla regia in Suicide Squad e Fury, nonché variamente immischiato nella scrittura di quella ciofeca di X-Men le origini: Wolverine. Insomma, probabilmente una delle peggiori introduzioni che si possono fare ad un film.

Questo è, alla fin della fiera, il classico film coi due poliziotti-macchiette che affrontano le avventure insieme e si chiamano “partner” a vicenda. La novità (si fa per dire) è che si inserisce in una cornice fantasy contemporanea. Le atmosfere sono a metà tra quelle post-apocalittiche/distopiche e fantastiche/fantascientifiche delle saghe di UnderworldHunger Games Divergent, le ultime due molto in voga tra i ragazzini. O anche della serie The Shannara Chronicles, sempre di Netflix – non avendola letta, non so se in linea con la saga letteraria o meno. E alla fine è questo che fa Bright: pesca un po’ dappertutto per potersi posizionare a cavallo tra vari generi così da poter piacere sia ai giovanissimi che agli adulti – i quali troveranno comunque un rassicurante film poliziesco abbastanza classico. E, secondo me, non è manco troppo brutto.

Cioè, Will Smith tutto sommato è più a suo agio in questo tipo di opere piuttosto che in pellicole seriose come Sette anime o Collateral Beauty (per non parlare di schifezze fantascientifiche come After Earth). Di ruoli che in qualche modo risultassero polizieschi ne ha interpretati a bizzeffe, a partire da Io, Robot, fino a Io sono leggenda. Tutti film di intrattenimento (tra l’altro sempre tra fantascienza, post-apocalissi e distopia) più o meno riusciti a seconda dei casi, tra i quali si possono inserire anche i vari Men in Black. Solo che quando catturava gli alieni era il poliziotto giovane e irruento, ora invece ha un po’ di pancetta, qualche capello bianco ed è diventato quello assennato della coppia. E l’altro… va be’, dell’altro chi se ne frega, tanto a quanto pare gli orchi non hanno espressioni facciali se non corrucciate, quindi come recita alla fine importa poco.

Netflix e il gattopardismo: BRIGHT
Al netto del finale gestito malissimo, uno dei problemi più grossi è sicuramente la sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti: per esempio, perché mai la capa dei cattivi dovrebbe abbandonare volontariamente la sua arma più potente che la rende quasi invincibile? O anche il fatto che la gente che abita quel mondo non abbia neanche uno straccio di personalità, sostituita dalle caratteristiche identificative della loro razza. Gli orchi per esempio rimpiazzano gli afroamericani nei ghetti di Los Angeles, sono buzzurri, tonti, tendenzialmente cattivi e ascoltano sempre e solo heavy metal – sì, avete letto bene. Ma questo è anche un problema di molta letteratura (e cinema) fantasy. D’altronde una delle saghe più belle e ispirate del genere è proprio quella che cerca di scardinare questi tipici assiomi; e mi riferisco alle infinite trilogie sull’elfo oscuro Drizzt Do’Urden scritte da R.A. Salvatore – a una certa pure ripetitive, a dirla tutta. A fronte di tutto ciò, le scene d’azione sono tante e ottime (David Ayer le aveva già gestite benissimo in Fury) e gli sketch tra i due partners centellinati e generalmente ben riusciti. Guardatelo in originale però, ché “teppisti” come traduzione di gangster è solo una delle tante oscenità della versione italiana (confrontate i due trailer sopra e sotto).

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Quello che mi fa ridere è la diatriba che si è aperta dopo la sua uscita il 22 dicembre, più sul suo distributore che sul film stesso. Bright (del quale è già previsto un sequel) è un semplice blockbuster, un film d’intrattenimento che punta alla maggiore commercializzazione possibile; e in quanto tale ha pregi e difetti. Netflix non ha rovinato il cinema e soprattutto non l’ha fatto con questo lungometraggio: ne ha cambiato solo le modalità di fruizione. C’è chi ha paura che nel futuro nessuno andrà più nei cinema e tutti guarderemo le “pellicole” davanti a uno schermo di 15 pollici (quando va bene) e da soli. Per fare un paragone (un po’ azzardato, lo ammetto), sarebbe come dire che Spotify e compagnia bella hanno rovinato la musica e per colpa loro nessuno andrà più ai concerti. È un po’ come attribuire la disfatta della Nazionale di Ventura all’assenza dello ius soli, come qualcuno ha fatto: non importa se sei pro o contro, hai appena detto una stronzata.

A mio modo di vedere, al momento Netflix sta solo cercando di allargare il più possibile il suo mercato prima che la competizione si faccia più agguerrita. La Disney per esempio, che s’è appena comprata pure la Fox e se vuole si compra pure tua madre, ha annunciato che per il 2019 aprirà la sua personalissima piattaforma streaming. Un film come Bright, così accattivante, con Will Smith in locandina e sotto Natale, ti sfonda comunque il botteghino, e di sicuro frutta maggiormente al cinema. Quando non sarà più necessario difendere la posizione al momento dominante o fidelizzare la clientela, state pur certi che almeno alcuni film di Netflix saranno passati anche nelle sale. Che poi, se devo essere tanto sincero da rischiare il linciaggio, l’altra sera dopo cena sono andato al cinema a guardare Star Wars: Gli ultimi jedi. Era talmente noioso che verso la fine del primo tempo mi sono addormentato sulla poltroncina per una manciata di minuti. Bright invece l’ho guardato di notte nel mio letto e non mi si sono chiusi gli occhi manco una volta. (Edoardo Giardina)



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