Nicky Kaldor e l’ingenua apologia del cambio flessibile

Creato il 05 dicembre 2013 da Keynesblog @keynesblog

Davvero i cambi flessibili sono il migliore dei mondi possibili? L’economista Post Keynesiano Nicholas Kaldor (tra i più prolifici e rilevanti studiosi di questa scuola) ha cambiato radicalmente opinione sui regimi di cambio quando si è trovato di fronte a nuove evidenze.

In un paper del 1965 intitolato “The Relative Merits Of Fixed Exchange And Floating Rate” (I meriti relativi dei cambi fissi e dei cambi flessibili), un memorandum scritto come consigliere economico del Ministero delle Finanze britannico, aveva sostenuto che i cambi flessibili costituivano la migliore soluzione possibile. Ma nel 1978, dopo aver toccato con mano il loro funzionamento (nel 1971 infatti salta il sistema di Bretton Woods) Kaldor rivede completamente le sue vecchie tesi.

Nell’introduzione al sesto volume della sua raccolta “Further Essays On Applied Economics”, ammette:

“… la strategia sostenuta nel mio paper del 1965 si è dimostrata in pratica inutile …

… la politica che ho sostenuto negli anni ’60 e sviluppato più a lungo nel mio Presidential Address del 1970 alla British Association, di conciliare la crescita della piena occupazione con l’equilibrio della bilancia dei pagamenti attraverso l’aggiustamento del rapporto tra le propensioni alle importazioni ed esportazioni tramite politica di manipolazione continua del tasso di cambio, si è rivelata di una chimera nella realtà. La ragione principale di questo è che (insieme con la maggior parte degli economisti) ho molto sopravvalutato l’efficacia del meccanismo dei prezzi nel cambiare il rapporto tra esportazioni ed importazioni ad un dato livello di reddito. La dottrina che le esportazioni e le importazioni sono tenute in equilibrio attraverso i cambiamenti indotti nei loro prezzi relativi è antica e profondamente radicata come quasi ogni proposizione in economia….”

“… ciò che la teoria di Harrod afferma è che il commercio [con l'estero] è tenuto in equilibrio da variazioni di produzione e di reddito piuttosto che dalle variazioni dei prezzi: un’affermazione che implica che l’elasticità della domanda al reddito degli abitanti di un paese per le importazioni e quella degli stranieri per le sue esportazioni, sono variabili esplicative molto più importanti dell’elasticità di prezzo.”

“… Se la teoria di Harrod fornisce la spiegazione realistica delle forze sottostanti che mantengono i flussi commerciali di un esportatore industriale in equilibrio (soggetto, ovviamente, alle eccezioni a questa regola nella forma di paesi in surplus o deficit nel lungo periodo, che deve poter essere spiegata nello stesso quadro), questo porta anche l’implicazione che il rapporto tra le propensioni all’importazione e alle esportazioni sarà relativamente insensibile a quelle variazioni dei prezzi relativi che possono essere realizzate da politiche monetarie e valutarie.

Quest’ultima implicazione (anche se discussa nel 1930) sembra essersi persa quando il dibattito su cambio fisso contro cambio flessibile si è riacceso negli anni ’60 . Questo spiega forse le esagerate speranze poste sulle variazioni dei tassi di cambio come strumento del ‘processo di aggiustamento’ nel commercio internazionale e dei pagamenti e, per la Gran Bretagna in particolare, su un sistema di “fluttuazione gestita”, come mezzo per garantire più elevati e stabili tassi di crescita.”

“… Ero convinto che una volta che i tassi di cambio fossero stati liberati dalle rigidità imposte da Bretton Woods, le forze della causazione cumulativa che hanno fatto sì che alcuni paesi crescessero velocemente e altri lentamente, non avrebbero più funzionato, o non nello stesso modo. Questa convinzione è stata gravemente scossa dall’esperienza degli anni successivi…”

Naturalmente ciò non significa che occorra incatenarsi, aderendo ad una unione monetaria così mal congegnata come l’eurozona (Kaldor stesso si espresse contro l’idea). Ma non bisogna per questo neppure cadere nell’ “ingenua apologia del cambio flessibile”, come ricordato nel “Monito degli Economisti“. Piuttosto emerge la necessità di un nuovo sistema monetario che prenda atto dell’incapacità dei mercati di prezzare “correttamente” le valute e del tasso di cambio di riequilibrare i conti con l’estero. Un sistema monetario keynesiano, magari partendo dall’Europa.

(Le citazioni di Kaldor sono tratte da concertedaction.com)


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