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Niente di nuovo sul fronte occidentale

Creato il 21 giugno 2019 da Maurozambellini
NIENTE  DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE
Sono girate moltissime recensioni, riflessioni e commenti a riguardo di Western Stars, ultimo disco di Springsteen che ha mosso le acque attorno alla sua musica come non succedeva da tempo. Ne è stato investito anche il mio piccolo blog che da una media di 5/10 commenti per post si è passati a più di 60 commenti a margine della mia recensione del disco, tutti improntati ad opinioni e punti di vista critici o emotivi, spesso divergenti ma sempre civili ed educati. Grazie di cuore a chi vi ha partecipato. C'è comunque un secondo tempo, è con mio piacere che pubblico la seguente riflessione scritta dall'amico MARCO DENTI,  redattore part time del Buscadero e free lance a 360 gradi, che reputo tra le più approfondite, analitiche e circostanziate lette in questi giorni sui media nazionali. Buona lettura.
M.Z
NIENTEDINUOVOSUL FRONTEOCCIDENTALE
Come i personaggi che cerca ancora di raccontare, Springsteen è incastrato in un meccanismo da cui non sa o non vuole uscire. Questione di status, più che di soldi, ma Springsteen non è soltanto il troubadour che viene a raccontarci le sue storie, è un onesto lavoratore con scadenze e impegni da rispettare. Un argomento di cui è vietato parlare, ma che ha un peso specifico non relativo sull’esistenza di Western Stars , e anche sulla sua peculiare natura. Di fatto dopo il famigerato contratto da cento milioni di dollari del 2005, Springsteen ne ha rinegoziato un altro (con un anticipo di trenta milioni) che prevede, dal 2015 al 2027 13 album (esattamente uno all’anno) di cui 4 di inediti in studio. La tabella di marcia è stata rispettata per quanto riguarda i box retrospettivi (il primo era The Ties That Bind: The River Collection, seguiranno in ordine sparso Born In The USA , Nebraska e qualcosa di molto simile a Tracks 2 ) e i dischi dal vivo (saranno cinque, il primo è stato Broadway , con risultati non esaltanti) con il fuori programma di Chapter & Verse . Per inciso, e per avere una vaga idea delle dimensioni del patteggiamento totale, Springsteen ha ottenuto di poter continuare a pubblicare i “live” digitali, a sua discrezione, e ha imposto una rigorosa verifica delle royalties da tutti i paesi in cui è distribuito al netto delle tasse e della fiscalità di ogni nazione. Immagino le parcelle degli avvocati, ma questo (e non un altro) è il mondo in cui vive Springsteen. Un mucchio di soldi, e un sacco di dischi da mettere insieme.  Quelli in studio dovevano arrivare alla media di uno ogni tre anni (i calendari non sono un’opinione), ma già il primo, Western Stars, salta il turno, arriva in ritardo e segna una sorta di linea di demarcazione. Nei prossimi otto anni, Springsteen dovrà incidere altri tre album in studio, partorire tre box e quattro dischi dal vivo. È qualcosa in più di un album all’anno: è una catena di montaggio. Questa, con un pizzico di realismo, è la condizione di Springsteen, oggi. Lasciamo perdere le questioni personali e autobiografiche. Non facciamo finta che Springsteen sia il profeta che viene a raccontarci cosa sta succedendo in America (e comunque non lo sta facendo). In tutta onestà, Springsteen gioca in un ruolo che si è scelto e questo, per dirlo con le sue parole, è il prezzo di pagare. La libertà ha un altro valore, e chiedete a John Mellencamp che negozia disco per disco (e i risultati sono lì da vedere). Western Stars è il primo album di inediti del nuovo contratto, proprio come High Hopes (ricordate?) era l’ultimo tassello della precedente trattativa. È un disco montato ad arte attorno a un concept (attenzione, non a un concept album) che è stato sviluppato per sommi capi, seguendo delle indicazioni altalenanti e qualche falsa pista. C’è stato un grande lavoro (persino eccessivo) nel creare attorno a Western Starsun’aura che ha generato commenti con un’enfasi pari soltanto a quella del disco, ma è tutto frutto di quel concept che Springsteen ha prima annunciato come un album di “pop californiano” (qualsiasi cosa significhi) e poi, grazie a una sottile e pervicace campagna di marketing, ha indirizzato verso il West in generale. Quando sono apparse le prime foto su Instagram, pensavo fossero le testimonianze di un bel viaggio (necessario) dopo la routine di Broadway e, invece no, erano già le avvisaglie di una serrata campagna promozionale che, passando per i videoclip, il ridondante comunicato della Columbia (che ha dettato la linea), le interviste/confessioni le sta provando tutte per “posizionare” il disco (una catena di centri commerciali ha persino riempito gli scaffali di finti Western Stars in attesa dell’uscita). Lo stesso Springsteen si è prestato a interpretare il concept di Western Stars con ogni ammennicolo del caso (cappello, stivali, giaccone), ma qui l’abbaglio è plateale, se lo si vuol vedere. Già dal titolo, Springsteen gioca con uno dei grandi miti americani, il West, ma la sua visione è da cartolina, limitata, e anche un po’ troppo patinata (in questo molto legata alle sonorità scelte con Ron Aniello). Una svista non da poco, che pare fare il bis con quella, a suo tempo, della location di Broadway. Già il West in sé è stato prima un ladrocinio brutale nei confronti dei nativi americani, poi una truffa conclamata ai pionieri, per non dire della corsa all’oro. Oggi è una una terra devastata a livelli apocalittici nell’ambiente (la California) e nell’umanità (i confini con il Messico). Di quale West parli Springsteen non è chiaro, di sicuro non è quello di Cormac McCarthy o di Larry McMurtry. L’unico nome che affiora, e proprio nella stessa Western Stars , è quello di John Wayne, perfetto interprete di un West posticcio, e se un indizio non fa una prova, rimane pur sempre un bel punto di domanda. Tutto lì? Restano i contorni paesaggistici, l’alone dei panorami al tramonto che dovrebbero e/o potrebbero coincidere con una condizione esistenziale, ma è un West del tutto arbitrario che purtroppo altri hanno saputo sviscerare in modo molto più convincente, dai Wall of Voodoo di Call Of The West a King Of California di Dave Alvin per non dire di un qualsiasi album di Tom Russell. In Western Stars, l’effetto, grazie anche alla colonna sonora cinematica, è quello di una serie di fotogrammi in technicolor, affascinanti, ma un po’ sgranati, dove si possono cogliere brevi e intensi momenti strumentali, ma la visione d’insieme, per quanto si tratti di un disco uniforme e coerente come non capita da tempo a Springsteen, non è per niente approfondita ed è limitata a piccoli dettagli che dovrebbero costruire le singole storie, ma che si limitano a essere particolari sparsi. Suggestioni, impressioni, frammenti: le canzoni reggono a forza di cliché e di luoghi comuni e il principio narrativo “kick the stone”, ovvero prendi un personaggio, mettilo sulla strada e guarda un po’ cosa succede, a volte funziona, a volte no. Ma non è quello il punto: le caratteristiche dello stuntman ( Drive Fast ), dell’autostoppista ( Hitch Hikin’ ), del viandante ( The Wayfarer ), dell’attore ( Western Stars ) e, buon ultimo, del songwriter ( Somewhere North of Nashville ) sono un’altra cosa rispetto all’America   blue collar di Springsteen dove, bene o male, magari non si arrivava a nessuna terra promessa, ma un approdo comunque lo si trovava. Se non altro, anche nei momenti più cupi, restava una “reason to believe”. Questa è la vera differenza, e forse anche la vera novità: Western Stars è frequentato da gente che non torna a casa, che è molto distante da se stessa e che, in definitiva, si è arresa. Un’umanità che avrebbe richiesto uno sfondo più accurato e un ritratto meno romantico. Il capolinea di Moonlight Motel , elegiaco nella forma, evanescente nella sostanza, è forse l’emblema della desolazione di Western Stars che è popolato, sì, di loser come in ogni altra canzone di Springsteen, ma dove sono stati accuratamente rimossi i conflitti che li hanno generati. Da cosa dipende questa scelta non è chiaro. La soluzione, in prima istanza, ha una sua efficacia consolatoria, ma vuoi per l’assonanza con il titolo, vuoi perché Sam Shepard “il vero West” l’ha scandagliato davvero, torna in mente quello che diceva in Motel Chronicles ovvero qui “la gente qui è diventata la gente che fa finta di essere”. Quello di Western Stars è uno Springsteen epico, piuttosto che drammatico: un cambio di prospettiva sensibile che ricorda quel momento in cui John Grady Cole, il protagonista di Cavalli selvaggi di Cormac McCarthy “guardava il paesaggio con certi occhi incavati come se il mondo esterno fosse stato alterato o messo in dubbio da altri aspetti che aveva scorto altrove. Come se non riuscisse più a vederlo nel modo giusto. O peggio, come se lo vedesse finalmente nel modo giusto. Lo vedesse come era sempre stato e sempre sarà”. Sembra proprio il ritratto dello Springsteen di Western Stars, e il fatto di essersi affidato a un tono spogliato di ogni urgenza scorre in parallelo con i risvolti narrativi che si risolvono in struggenti sprazzi musicali o ampie orchestrazioni, e in una voce mai così curata, accorta, levigata e corretta, persino nella dizione (per non dire dell’intonazione). L’impianto sonoro è funzionale allo scopo: molte decorazioni, un sacco di strumenti stratificati uno dentro l’altro, nessuna vera funzione specifica se non quella di ricordare, con una dose letale di nostalgia, le colonne sonore di vecchi film o rendere omaggio a Roy Orbison (l’unico, valido motivo per ascoltare There Goes My Miracle ). Niente di nuovo o di sorprendente sul fronte occidentale: tanto assemblaggio e riciclaggio, ovvero molto mestiere che porta a canzoni buone per ogni stagione ( Tucson Train, Sundown, Hello Sunshine) ma tutto sommato innocue, per quanto perfettamente inserite nel contesto di Western Stars. E nessuna sorpresa anche per le reazioni a caldo che, come già per Broadway, sono state dettate e guidate dall’emotività, fonte di una prosopopea ricca di elogi e superlativi, ma spesso del tutto priva di attinenza al merito, e alla sostanza. Il motivo è molto semplice: Western Stars è un disco di una malinconia indicibile perché è fin troppo evidente che inquadra con un’istantanea impietosa uno Springsteen che ha ancora qualcosa da dire, non sa bene come farlo, ma lo deve fare. Lo dovrà fare. E lasciamo stare l’età, che ognuno ha quella che ha. Il prossimo concept, già annunciato (a riprova che gli ingranaggi girano a tempo pieno) diventa inquietante (tour compreso): non sia mai che l’album con la E Street Band si risolva in qualcosa di simile alla reunion di Graham Parker & The Rumour: grandi (grandissimi) rock’n’roller, ormai un po’ attempati, che sfornano della buona musica, ma la scintilla, il brivido, la scossa sono ormai alle spalle. Almeno in questo, per quanto a livello inconscio, Western Stars è molto più sincero. Addio al miracolo. All’ovest, l’orizzonte è quello del declino. Ci arriveremo a tappe forzate.
MARCO DENTI
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