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Nikolaj Rubcov (1936-1971)

Da Paolo Statuti

  

Nikolaj Rubcov (1936-1971)

Il poeta Nikoláj Michájlovich Rubcóv, una delle figure più luminose e tragiche della letteratura sovietica, nacque il 3 gennaio 1936 a Emetsk nella regione di Archangielsk, in una famiglia numerosa. Nel 1942, quando aveva sei anni, la madre morì e il padre fu inviato al fronte. Prima di partire pregò la sorella di prendersi cura dei quattro piccoli figli, ma lei si disse disposta a occuparsi soltanto della figlia maggiore. Nikolaj e il fratellino più giovane Boris finirono in un orfanotrofio, dove in tempo di guerra si pativa la fame. Poco tempo dopo fu separato anche dal fratello e restò completamente solo. Pensava che il padre fosse morto, ma quando la guerra finì ed egli tornò, a insaputa del figlio si sposò nuovamente ed ebbe altri figli. Quelli avuti dal primo matrimonio non lo riguardavano più.

   Uscito dall’orfanotrofio dopo sette anni, voleva iscriversi alla Scuola di Vela a Riga, ma restò deluso, perché per entrare bisognava avere 15 anni e lui ne aveva 14. Allora si iscrisse all’Istituto Tecnico Forestale. Al termine del collegio si recò prima ad Archangielsk, dove lavorò come vigile del fuoco e poi a Kirov, dove studiò solo un anno nell’Istituto Tecnico Minerario. Ebbe inizio la sua lunga peregrinazione. Era solo al mondo. Nel 1955 tentò di migliorare i suoi rapporti col padre, ma il loro incontro non ebbe i risultati che egli sperava. Allora fu arruolato nella Flotta del Nord, e proprio in quel periodo cominciò a scrivere poesie, che vennero pubblicate sempre più spesso.

   Nel 1962 uscì la sua prima raccolta Onde e rocce. Nello stesso anno superò  gli esami di ammissione ed entrò nell’Istituto Letterario, dove incontrò la futura madre della sua unica figlia. A Mosca Nikolaj diventò subito noto tra i giovani poeti. Purtroppo un anno dopo fu cacciato dall’Istituto per una colluttazione non iniziata da lui. Il suo carattere difficile e impulsivo, nonché la dipendenza alcolica, gli complicavano la vita. Senza sosta provocava scandali. Nel 1965 la moglie, stanca del suo continuo stato di ubriachezza e della mancanza di denaro, lo lasciò. Per la verità di tanto in tanto pubblicava qualcosa, ma il compenso era insufficiente a mantenere la famiglia. Ricominciò così il suo preregrinare e per un po’ di tempo visse in Siberia. Nel 1967 la sua raccolta La stella dei campi lo rese celebre. Fu ammesso nell’Unione degli Scrittori e finalmente terminò l’Istituto Letterario.

   Nel 1969 incontrò la poetessa Ljudmila Derbin, che avrebbe avuto un ruolo fatale nella vita del poeta. Era un’ammiratrice dei suoi versi e cominciarono a convivere. Ma era una relazione tormentata: continuamente si separavano, poi non si sa come si riconciliavano. Finalmente l’8 gennaio 1971 decisero di regolarizzare la loro unione e presentarono i necessari documenti per il matrimonio. Purtroppo  dieci giorni dopo, nella notte del 19, nell’appartamento del poeta ebbero una violenta lite in seguito alla quale il poeta morì. Aveva soltanto 35 anni. La donna si costituì subito dicendo  di averlo soffocato. Fu processata e condannata a otto anni di carcere. Sei anni dopo uscì grazie a una amnistia. In seguito dichiarò di non essere certa di averlo ucciso lei poiché,  essendo il poeta sofferente di cuore, poteva essere morto d’infarto. Il giudice però non concesse la revisione del processo, lasciando così senza risposta la domanda: fu omicidio volontario o una tragica fatalità?

Poco prima di morire aveva scritto questi versi profetici:

Morirò nel freddo inizio dell’anno,

Morirò quando le betulle gemeranno

E l’orrore sarà completo a primavera:

Il fiume scroscerà nel cimitero!

Dalla mia tomba allagata

Apparirà la bara triste e dimenticata,

Si spaccherà con un schianto,

E nelle tenebre immersi

Scorreranno orrendi frammenti,

Cosa essi sono io non vedo…

Nell’eternità della pace non credo!

   Quello della morte, della linea di confine con la vita, è un motivo ricorrente nella creazione del poeta. Il suo eroe lirico neanche dopo la morte intende cercare la pace. Le sue poesie, così belle e liriche, ispirate dal folclore russo, sono letteralmente imbevute di luminosa tristezza e di amore per la natura. Anche se non è famoso come Pushkin o Lermontov, il suo posto nella letteratura russa è paragonabile a quello di Aleksandr Blok e Sergej Esenin, e le sue poesie resteranno per sempre nella storia della letteratura sovietica. Ha scritto 5 racccolte:

Onde e rocce, 1962

Liriche, 1965

La stella dei campi, 1967

Salvato dall’anima, 1969

Stormire di pini, 1970

   Il suo temperamento malinconico, poco socievole, lo condannò a vivere nell’ombra, ma dopo la sua tragica morte il critico, filosofo e storico della letteratura Vadim Kozhinov ha definito la poesia di Rubcov incarnazione dello spirito nazionale russo.

   Suoi monumenti si trovano a Vologda, Tot’ma, Cherepovets e Emetsk. Un suo museo è stato creato a Nikolskoye nel distretto di Tot’ma, nell’orfanotrofio che diventò la sua seconda casa. Oggi le sue poesie vengono recitate a memoria nelle scuole e molte sono state musicate e registrate come canti popolari.

     Per me, traduttore e amante della poesia russa, il destino di questo poeta è un’ulteriore triste conferma della tragica sorte che questa poesia ha avuto nel corso dei secoli: uccisioni in duello, assassini, persecuzioni, suicidi. Quanti Poeti con la p maiuscola hanno sofferto e sono morti giovani! Deve esserci un demone-poeta, forse il Demone di Lermontov, che alla nascita di un vero poeta, tranne qualche eccezione, si avvicina invisibile al neonato e gli lancia la sua maledizione!

Poesie di Nikolaj Rubcov tradotte da Paolo Statuti

Sì, io morirò!

Sì, io morirò!

E con questo?

Con un colpo di pistola, anche adesso!

Forse un fabbricante di bare

di buon senso

mi farà una bara speciale…

Ma perché speciale?

Seppellitemi come vi pare!

Le mie misere impronte

calpesteranno

altri vagabondi.

E tutto rimarrà

com’era

sulla Terra,

no, mio caro, non per tutti

allo stesso modo

l’Astro splenderà

sulla Terra di sputi coperta!..

1954

Le betulle

Amo il fruscio delle betulle,

Quando le foglie cadono da esse.

Ascolto – e si rigano le guance,

Al pianto ormai non più avvezze.

Tutto si ricorda non volendo,

E risuona nel sangue e nel cuore.

E’ come un misto di dolore e di gioia,

Come un tenero sussurro d’amore.

Ma più spesso soffia la prosa,

Come il vento in fosche giornate.

Una betulla come queste

Fruscia sulla tomba di mia madre.

Mio padre è stato uccico in guerra,

E da noi la pioggia e il vento

Frusciavano come un alveare,

Come fanno le foglie cadendo…

O mia Russia, amo le tue betulle!

Dai primi anni le ho amate tanto.

Per questo sono colmi di lacrime

Gli occhi non più avvezzi al pianto…

1957

Il mazzo di fiori

Io a lungo

Andrò con la bici.

In un prato lontano

Coglierò dei fiori

E li donerò

Alla ragazza che amo.

Io le dirò:

– Con l’altro insieme

Mi hai scordato presto,

Per questo a mio ricordo

Prendi

Questo omaggio modesto!

Lo prenderà.

Ma di nuovo a tarda ora,

Quando nebbia e tristezza si addenseranno,

Lei passerà

Senza alzare lo sguardo,

Senza neanche un sorriso…

E sia così.

Io a lungo

Andrò con la bici

In un prato lontano.

Io voglio soltanto

Che prenda i miei fiori

La ragazza che amo…

1962

Nei tuoi occhi

Nello sguardo fisso

Dei tuoi occhi

C’è come

Una risposta svagata…

Con noncuranza

Per un abito estivo

Tu scegli oggi

Il colore giallo.

Io sento una voce

Come offuscata,

Io credo poco

In un anello che brilla…

Non so com’è

Col bianco e col verde,

Ma il giallo

Ti sta a meraviglia!

Hai tanto bisogno

Delle pareti natie,

Ma come giungere

Al desiderato momento?

In realtà, forse,

È il colore del tradimento,

Ma il giallo

Ti sta a meraviglia…

1962

Nella stanza

Nella mia stanza c’è luce.

È di una stella notturna.

La mamma prenderà il secchio,

Porterà l’acqua taciturna…

La mia aiola di fiori rossi

È già tutta appassita.

La barca arenata nel fiume

Presto sarà marcita.

L’ombra-merletto d’un salice

Sulla mia parete addormentato.

Domani sotto questo salice

Sarò molto indaffarato!

Dovrò annaffiare i fiori

E al mio destino penserò,

Per arrivare alla stella notturna

Una barca mi costruirò…

1963

Elegia

Metterò da parte il mio magro cibo

E per la pace eterna partirò.

Mi amino e cerchino ancora

Sul mio fiume solitario.

Che in quella parte promettino

Ogni genere di favore.

Non compratemi un’isbà sul burrone

E non coltivatemi alcun fiore…

1964

Una notte in patria

Un’alta quercia. Acqua profonda.

Giacciono quiete le ombre intorno.

E c’è un tale silenzio, come se mai

La  natura fosse stata in frastuono!

C’è un tale silenzio che un tuono

Nessun tetto mai udrà!

Il vento non soffierà sullo stagno

E fuori la paglia non fruscerà.

Ed è raro il grido del rallo…

Sono tornato – il passato è ormai distante!

E allora? Rimanga almeno questo,

Che duri almeno questo istante,

Quando l’anima non è afflitta dalla pena,

E giacciono quiete le ombre intorno,

E c’è un tale silenzio, come se mai

La vita conoscerà frastuono.

E di tutta l’anima, che non si pente

D’immergere tutto in ciò che è caro e profondo,

S’impossessa una lucente tristezza,

Come la luce lunare s’impossessa del mondo…

1967

Salve, Russia – patria mia!..

Salve, Russia – patria mia!

Che gioia provo sotto il tuo fogliame!

Non c’è un canto, ma chiaro sento

Un coro di voci arcane…

Come se il vento mi spingesse avanti,

Per la mia terra – per città e villaggi!

Io ero forte, ma più forte era il vento,

E da nessuna parte potevo fermarmi.

Salve, Russia – patria mia!

Più forte delle tempeste e di ogni libertà

È l’amore per i tuoi fienili,

L’amore per te nel campo azzurro, o isbà.

Per cento palazzi io non darei

La mia casetta col piccolo orto.

Che pace c’era nella mia stanza,

La sera nell’ora del tramonto!

Come tutto lo spazio, terreno e celestiale,

Spirava alla finestra di quiete e felicità,

E alitava di gloriosa antichità,

Ed esultava nella calura e nel temporale!..

1969

Non abbiamo il diritto di riversare…

Non abbiamo il diritto di riversare

Sulla vita la nostra colpa.

Chi va – deve guidare,

Sei andato – allora sopporta!

Io le briglie ho abbandonato.

Dico agli altri andate.

Anch’io andrei e guiderei,

Ma per me non ci sono strade…

1970

Io amo il mio destino…

Io amo il mio destino,

Io fuggo dalle oscurità!

Ficcherò il muso in una crepa di ghiaccio

E mi ubriacherò

Come bestia serale!

Quanti portenti c’erano qui,

Nella terra santa e vetusta,

Lui ricorda solo il cupo bosco!

Lui oggi sonnecchia un po’.

Dal ghiaccio innevato

Sollevo le ginocchia,

Vedo il campo, i cavi sospesi,

Tutto nel mondo intendo!

Ecco Esenin –

   al vento!

Blok un po’ nella nebbia.

Al banchetto è aggiunto

L’umile Chlebnikov sciamano.

Davvero anche loro –

Semplici ombre dolorose?

E non brillano per loro i fuochi

Dei nuovi villaggi nostrani?

Davvero

   Quando sarà il mio turno

Su di me la morte penderà, –

La testa, come frutto maturo,

Dai rametti della vita si staccherà?

Tutti moriremo.

Ma c’è una ragione

Per cui tu sei nato poeta.

E un altro è nato mietitore…

Tutti ce ne andremo.

Ma non è questo il punto…

1970

Elegia della strada

Strada, strada,

Separazione, separazione.

Nota in anticipo

Stradale disperazione.

E la razza paterna,

E le anime che amo,

E il tempo che era migliore,

Tutto è sordo, tutto è lontano.

La gazza del bosco

È la mia sola consolazione.

Strada, strada,

Separazione, separazione.

Stanco nella polvere

Mi trascino come un carcerato,

Lontano si oscura,

Il prato è malato.

E spaventa un po’

Senza amici, senza un chiarore,

Strada, strada,

Separazione, separazione…

1970

Sul lago

Una pace luminosa

È scesa dal cielo

E la mia anima ha visitato!

Una pace luminosa,

Spaziando intorno,

Abbraccia l’acqua e il suolo…

O luminosa

Pace-maliarda!

Con un audace incanto,

Fa’ che tra i tuoi

Bianchi cigni

Il cigno nero diventi bianco!

1971

(C) by Paolo Statuti


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