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Nobel per la Pace all’Unione Europea, sono europeista e non lo accetto

Creato il 15 ottobre 2012 da Eastjournal @EaSTJournal

Posted 15 ottobre 2012 in J'accuse, Slider, Unione Europea with 0 Comments
di Matteo Zola

The European Union Gets The Nobel Peace Prize

Chi scrive è europeista, culturalmente e politicamente. Poiché la comune identità europea è evidente agli occhi di chiunque abbia viaggiato un pochino nel vecchio continente, di chiunque abbia letto Joyce, Goethe, Pessoa, Milosz, Orwell, Baudelaire, Keats, Brecht, di chiunque abbia visitato San Vito a Praga, la Saint Chapelle a Parigi, la città vecchia di Leopoli e la baščaršija di Sarajevo. Chi scrive però è anche euroscettico. Perché l’unità del vecchio continente non deve essere accettata acriticamente. Senza scetticismo non c’è ragione, ma solo fede. E la fede è cecità. Chi scrive è politicamente europeista perché crede nel fallimento dello stato nazionale e delle sue logiche egoistiche, perché crede che solo un’unione politica possa metterci al riparo dagli artigli cinesi, russi e americani, preservando i nostri valori sociali e i nostri interessi economici. Ma questa che dico non è l’attuale Unione Europea.

Quindi il Nobel per la Pace all’Unione proprio non lo capisco, e non lo accetto, da europeista, da cittadino dell’Unione, questo Nobel lo rifiuto. E lo rifiuto poiché legittima un sistema di potere che non mi rappresenta, che ha abbandonato gli ideali di democrazia e solidarietà su cui si fondava, che è preda di derive economiciste, che accarezza i nazionalismi economici e politici, quelli del mors tua vita mea. Lo rifiuto perché legittima questa classe dirigente, dai Barroso ai Draghi, dalle Ashton ai Van Rompuy. Ma soprattutto lo rifiuto perché legittima questa leadership scalcagnata dei Cameron e dei Blair, dei Berlusconi, delle Merkel e degli Schroeder, dei Rajoy e degli Zapatero, dei Sarkozy, dei Papandreu. Politici senza statura e senza visione.

La “riconciliazione” incompiuta

Le motivazioni di questo Nobel sono che “l’Ue e i suoi predecessori hanno contribuito per più di 60 anni alla pace e alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani“. In parte è senz’altro vero: la Ceca, mettendo in comune le risorse di carbone e acciaio, ha disinnescato il conflitto franco-tedesco che durava da trecento anni (guerra dei trent’anni, guerra dei sette anni, guerra franco-prussiana, prima e seconda guerra mondiale). La Cee è stato un volano di sviluppo economico, ha abbattuto le frontiere per merci e persone, ha eliminato i trust finanziari, creando un mercato e una moneta unica. Quest’ultima ha consentito una certa stabilità alle economie del vecchio continente. Insomma, alla voce “riconciliazione” possiamo anche dire che il Nobel è motivato. Almeno finché non è venuta la crisi, questo mostro che sta divorando sessant’anni di progressi sociali, di “welfare”, di diritti. Che sta mostrando quanto sia fragile questa “solidarietà” europea. Che ha mostrato tutta la debolezza di una casa senza muri a causa di ingegneri e muratori troppo intenti a compiacersi delle fondamenta. La “riconciliazione” è incompiuta se ancora le trombe degli opposti nazionalismi politici ed economici suonano fanfare con il plauso della popolazione.

Sono emerse così tutte le contraddizioni e gli antagonismi mai sopiti che fanno, ad esempio della Grecia, un fiero pasto della finanza tedesca. Ma sono altri i problemi. Anzitutto la scarsa democraticità delle istituzioni (il potere dato al Parlamento risale solo al 2009, e non è sufficiente); in secondo luogo il non sufficiente rispetto dei diritti umani (ricordiamoci la Frontex) e infine una politica estera contraddittoria e frastagliata che ha avuto nelle guerre balcaniche il suo apice di fallimento. Entro nel dettaglio di queste critiche.

Democrazia mancante

La seconda motivazione per il Nobel è la “democrazia”. L’Unione si fonda, a suo dire, sulla democrazia rappresentativa. Il Parlamento Europeo è l’istituzione che rappresenta i cittadini, essendo eletto dagli stessi a suffragio universale e diretto. Ma il Parlamento ha solo la funzione legislativa (che ora esercita insieme al Consiglio, costituito da rappresentanti degli stati membri che in quella sede curano – anche se non dovrebbero – i propri interessi di parte e non quelli generali), ma non quella di controllo del potere esecutivo. Se davvero si volesse fare di Consiglio e Parlamento due camere, una alta e una bassa, allora entrambe andrebbero elette con suffragio popolare e si andrebbe verso quella (fondamentale) separazione dei poteri che oggi l’Unione non conosce visto che Parlamento e Consiglio possono emanare norme solo congiuntamente (a parte qualche gabola introdotta dal Trattato di Lisbona). Insomma, tutto questo per dire che il deficit democratico europeo è tutt’altro che risolto.

Diritti umani clandestini

Sulla faccenda dei diritti umani sarebbe da idioti non ricordarsi della Cedu (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo). I provvedimenti dei nostri legislatori nazionali e dei nostri giudici debbono oggi rispettare e sottostare al diritto dell’Unione ed i cittadini europei hanno diritti fondamentali che possono esser fatti valere concretamente. E’ stata la Cedu a rilevare formalmente l’assurdità della legge italiana sulla procreazione medicalmente assistita. Un’obbrobrio neomedievale che senza l’Unione ci saremmo dovuti tenere. Ma la Cedu non è un organismo dell’Unione, bensì del Consiglio d’Europa, ma essa si fonda sulla carta dei diritti fondamentali dell’Unione, quindi le due cose si legano

A fare da contraltare c’è però Frontex, agenzia dell’Unione Europea per la cooperazione in materia di sicurezza ai confini, più volte sotto la lente di Human Right Watch per il trattamento riservato a quei migranti che provano a entrare clandestinamente nella Fortezza Europa. Come scrivemmo tempo fa il Frontex mobilita risorse materiali degne di un’operazione bellica. Anche le strategie d’azione  fanno apparire lontana e sfocata quell’idea di pace, cooperazione e solidarietà sulla quale abbiamo costruito la nostra idea di Unione Europea. Sì, è vero che i fondi della Frontex li mettono i governi nazionali, ma l’Unione dovrebbe comunque vigilare sulle sue agenzie.

Sul cadavere di Bosnia

E a proposito di politica estera, la neonata Unione naufragò nelle guerre balcaniche, spaccandosi ancor prima di unirsi, giocando alle potenze come nell’Ottocento, così che la Francia e l’Inghilterra, per limitare l’espansione di una Germania appena riunificata, appoggiarono un criminale come Milosevic banchettando con lui sul cadavere di Bosnia. Ebbe inizio lì, forse, la “balcanizzazione” che sembra vivere oggi il vecchio continente. E adesso ci troviamo con un finto ministro degli Esteri, lady Ashton, che parla a nome di nessuno mentre gli Stati membri partecipano o promuovono guerre qui e là.

Quello del Nobel per la Pace all’Unione può essere dunque un premio “alla carriera e non al merito”. E mentre i cittadini greci non hanno farmaci e quelli portoghesi stanno in fila per il pane, la Bce (banca centrale europea) avalla le misure ultraliberiste del Fondo monetario internazionale. Misure che scavalcano la democrazia. L’esito di questa operazione è lo smantellamento del nostro stato sociale (sanità, scuole, pensioni, sussidi), come preconizzato da Mario Draghi che ha affermato che “l’Europa non può permetterselo”.

Felici del guinzaglio?

E invece l’Europa può e deve permettersi di far saltare il tavolo, di preservare il proprio stato sociale, aumentando il livello di democrazia e diminuendo le disparità sociali. Questo non lo possono fare gli stati nazionali, non hanno alcun peso al confronto di istituzioni come il Fmi, né hanno risorse e potenzialità sufficienti. Può farlo l’Unione Europea, quella che il Nobel se lo meriterebbe. Quella coraggiosa, libera, indipendente. Quella unita e non omologata. Quella che occorre costruire in luogo di questa. Ma chi la deve costruire? I cittadini europei, ovvio. Ma come ha ben evidenziato la querelle sul Nobel per la Pace alla Ue,  quell’Europa non esisterà mai finché i cittadini del vecchio continente sapranno solo dare sfogo alla loro pars destruens.

Distruggere l’Europa unita per fare che cosa? Tornare ognuno nel proprio recinto a credersi importante? Criticare l’Unione è sacrosanto, e i motivi non mancano. Ma l’Unione c’è, ed è un’immensa opportunità ancora tutta da sfruttare. Chiederne la testa è folle. Non ho ancora visto nessuno protestare contro le politiche dell’Unione per modificarle. Tutti vogliono solo distruggere. Siamo ancora alla fase uno, quella sterile del rifiuto senza proposte.  

Possiamo scegliere: tornare nelle nostre casette di provincia (perché saremmo allora tutti una provincia, americana, russa, cinese, o chissà) o diventare cosmopoliti, cittadini di una grande comunità da costruire insieme. Ma questa volontà di farsi costruttori non la vedo. Da europeista, da cittadino dell’Unione, dico che forse questo Nobel neppure ce lo meritiamo. Sappiamo solo sputare nel piatto in cui mangiamo, sognare contadi e piccole patrie, abbiamo paura della libertà. Rimettiamoci il guinzaglio, se qualcuno se l’è levato, che sta tornando il padrone. Tutti pronti a scodinzolare?


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