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Non c’è campo di Federico Moccia: che cosa accadrebbe se non potessimo utilizzare la rete per lavorare, comunicare o divertirci?

Creato il 28 ottobre 2017 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma
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Non c'è campo si risolve in un superficiale elogio delle relazioni e del dialogo vis à vis fra i personaggi, che senza la mediazione della rete può accrescersi di profondità e comprensione. A pesare negativamente sulla riuscita dell'operazione è l'assenza di un vero approfondimento

L'idea alla base di Non c'è campo di Federico Moccia è di per sé debole e valida al massimo per un dibattito televisivo: che cosa accadrebbe se d'improvviso non potessimo utilizzare la rete per lavorare, comunicare o semplicemente divertirci? Sapremmo comunque sopravvivere a tale improvviso cambiamento; e, soprattutto, ne sarebbero capaci le giovani generazioni, che dal digitale sembrano ormai dipendenti?

La morale parrebbe essere che in fondo le piattaforme di comunicazione digitale, più che avvicinare, dividono le diverse generazioni fra di loro e al loro interno. Niente di meglio, allora, che ambientare il film non solo in un paese fuori dal mondo (tanto da non avere, come si diceva, accesso alla rete), ma in particolare in un piccolo borgo del Salento, territorio che negli ultimi anni ha goduto di una notevole visibilità nel cinema nostrano e più in generale di una riscoperta sul piano turistico. Così, dopo un'iniziale sconcerto, non solo da parte degli studenti, ma anche delle due accompagnatrici, che sembrano non poter vivere senza gli strumenti digitali considerati ormai indispensabili, la comitiva si abitua ad una vita scandita da ritmi meno forsennati e, in particolare, a rapporti personali più autentici e spontanei, più diretti e sinceri, non più mediati da strumenti che trasformano le relazioni in meri scambi d'informazioni virtuali, prive di contatto umano e della presenza fisica degli interlocutori. Se, dunque, Non c'è campo cerca di affrontare, in chiave di commedia, temi riguardanti la vita quotidiana di ognuno di noi, a pesare negativamente sulla riuscita dell'operazione è l'assenza di un vero approfondimento: vuoi sul tema della comunicazione digitale; vuoi su quello delle relazioni fra personaggi appartenenti a generazioni differenti; vuoi, infine, per il superficiale elogio della provincia, rappresentata qui dalla località salentina dove la comitiva si reca in gita scolastica. Non esente, come si diceva, da una strizzatina d'occhio alla moda diffusasi da qualche anno (vedi il recente successo di manifestazioni come la Notte della Tarantola) delle vacanze in Puglia e in particolare del Salento. Argomenti quantomai attuali, dunque, ma, in linea con la gran parte del cinema nostrano di questi anni, affrontati con una leggerezza tale da rendere il film incapace di parlare davvero dei mutamenti che attraversano la società italiana d'oggi.

Le soluzioni sono infatti sempre le più facili e tutto rimane in superficie, senza uno sguardo attento e approfondito su quanto viene narrato. Non c'è campo si risolve così in un superficiale elogio delle relazioni e del dialogo vis à vis fra i personaggi, che senza la mediazione della rete può accrescersi di profondità e comprensione; il tutto condito da bei paesaggi salentini, tanto in voga da aver convinto il regista e i produttori a trasferirvi gli attori e la troupe per le riprese.

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