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“Non fidarsi è meglio”, Guido Vitiello recensisce (egregiamente) il libro della filosofa Michela Marzano

Creato il 28 febbraio 2013 da Wally26

Dall’omonimo articolo di Guido Vitiello pubblicato su l’Internazionale

Se Reinhard Heydrich, il Boia di Praga, suonava il violino e singhiozzava come un bimbo ascoltando Mozart, sarà pur concesso alla corte marziale di Pagina 69 di indulgere un poco al sentimentalismo. Per ogni libro che trasciniamo al muro delle esecuzioni, ce n’è almeno un altro che vorremmo riportare in vita, ribaltando la condanna che l’incuria, la smemoratezza, la malevolenza o tutte e tre in combutta hanno inflitto alla sua fortuna. Ebbene, la nostra corte vorrebbe resuscitare Antonio Landolfi, lo storico socialista scomparso due anni fa, e soprattutto i suoi libri, che erano scomparsi ben prima di lui. Il gladio rosso di Dio. Storia dei cattolici comunisti, oppure Il garantismo dei socialisti (1874-1999), tutti pubblicati da editori che erano poco più che copisterie. C’è un altro suo libro, anch’esso disperso, che meriterebbe di tornare in vita per questa campagna elettorale: Compagni di viaggio. Storia degli indipendenti di sinistra da Milazzo a Romano Prodi (Edizioni Mapograf, 1996).

La tradizione degli illustri “collaterali” del Pci, non iscritti al partito ma eletti nelle sue liste (da Parri e Ossicini a Spinelli, Rodotà, Pasquino, Strehler, De Filippo), pareva tramontata all’epoca del partito permeabile di Veltroni, quando era diventato più difficile distinguere il dentro e il fuori (si ricordi il grido di dolore di Zoro: “No, Tiberio Timperi no!”), ma la restaurazione bersaniana ha rimesso le cose a posto. E allora ecco Piero Grasso, Carlo Dell’Aringa, Carlo Galli o Franco Cassano. Ed ecco Michela Marzano. Che ha dichiarato, accettando la candidatura con il Pd: “Sono una filosofa e un’intellettuale ed è in quanto filosofa e intellettuale che intendo contribuire al cambiamento proposto da Pier Luigi Bersani”.

Tanto è bastato per incuriosirci e per disporre qualche prima indagine. Confessiamo, ci aveva un po’ allarmato un suo editoriale su la Repubblica in cui accostava il cosiddetto “femminicidio” alla Shoah. E ci aveva insospettiti il suo uso forsennato dei puntini di sospensione, ma son preferenze di stile (anche se abbiamo il diritto, qui, di farle valere con le armi). Girovagando per il suo blog, poi, era tutto un fioccare di passi come questo:

Ecco perché ogni principe, in fondo, è azzurro solo in apparenza. Potrebbe essere azzurro, se solo si lasciasse sfiorare in quel punto preciso di fragilità che abbiamo subodorato da lontano. Se solo si lasciasse andare all’emozione e alla gioia. Se solo decidesse di guardarci negli occhi per capire che siamo noi, e non qualcun altro, che potrà calmare quell’irrequietezza antica che conosciamo anche noi tanto bene…”.

Insomma, lo stile era un po’ “Jacques Lacan incontra la posta del cuore”, ma avevamo le mani legate, perché quelle parole non cadevano sotto la nostra giurisdizione.

Così ci siamo decisi a dare un’occhiata alla pagina 69 del suo ultimo libro, Avere fiducia (Mondadori).

“Avere fiducia”, Michela Marzano

Le coordinate sono fissate nella pagina precedente: siamo nel medioevo, quasi anno mille (un po’ come Frittole, quasi 1500), nel momento in cui “viene annunciata la fine del mondo” (da chi? c’erano dei megafoni celesti, come nel film di Vittorio De Sica?) e “l’Occidente inizia ad attenderne tutti i segni”. Che anni bui devono essere stati, a sentire Michela Marzano. Tutti in preda al panico dalla mattina alla sera, a battere i denti e a guardarsi in cagnesco, avvolti dalle tenebre dell’ignoranza finché non arriva Voltaire a premere l’interruttore. Cadevano nel terrore superstizioso davanti a qualunque inezia: “il passaggio di una cometa, un’eclissi di sole, un’epidemia”. Ora, passi per l’eclissi e per la cometa, ma che ci si possa spaventare per la lebbra o la peste bubbonica ci pare, se non proprio razionalista, piuttosto ragionevole.

Ad ogni modo, la chick-lit filosofica del blog cede qui a una nuova formula, “il signor Bignami incontra il Codice da Vinci“, ma dobbiamo rispetto alla memoria di Ernesto Bignami. Perché – lo diciamo da liceali un po’ scarsi in storia, dunque senza rischio di sbruffoneria – bastava aver letto qualche pagina (forse anche solo la 69) di Georges Duby per sapere che “i terrori dell’anno mille sono frutto di una leggenda romantica. Gli storici del XIX secolo hanno pensato bene di ricostruire l’attesa dell’anno mille in termini di panico collettivo, ma hanno falsato la storia” (Mille e non più mille, Rizzoli 1994, p. 13).

Ma non facciamo i pedanti. A quanto pare, la paura nata dalle “rappresentazioni religiose tratte dall’Antico Testamento” (ma l’Apocalisse non era nel Nuovo?) spingeva questi fifoni cronici a trovare un capro espiatorio (questo sì, era nell’Antico): eretici, ebrei, lebbrosi e soprattutto streghe… Reminiscenza scolastica: non avevano cominciato a bruciarle, o almeno a perseguitarle, qualche secolo dopo? La colpa è nostra che arranchiamo, perché mentre eravamo fermi all’anno mille Michela Marzano era già saltabeccata al tardo medioevo, ai tempi della peste nera. Che grandioso affresco manzoniano ce ne offre! Le case sigillate, le strade deserte attraversate dai carretti dei “corvi”, manca solo la piccola Cecilia… Un momento, abbiamo detto manzoniano? Non sentite anche voi, in questa descrizione, un non so che di secentesco? Cos’è che non torna? Meglio non avere fiducia.

Per fortuna che questi ignorantoni di medievali, smaltita la grande strizza dell’anno mille, hanno coltivato egregiamente l’arte della glossa, da cui discendono le nostre note a piè di pagina. Michela Marzano chiude il suo paragrafo con una citazione: “la vigliaccheria … l’eroismo”, rimandando alla nota 7. Chi avrà espresso questi concetti così intricati da richiedere un rimando bibliografico, chi avrà elaborato questa formulazione così impeccabile da non consentire una parafrasi? Per saperlo, bisogna leggere la nota 7, dunque comprare il libro: ci vuole fiducia. Ma noi siamo per natura pigri e sfiduciati, e in un primo momento, per non vi dico quali vie sbilenche (e con la complicità di un con-giurato), siamo arrivati a questo testo di un certo Pierre Martin:

…les rues désertes ne sont parcourues que par les “corbeaux” avec leur masque dérisoire et sinistre, parfois des forçats libérés, pour enlever les monceaux de cadavres. “La peur panique de la contagion pousse des enfants à abandonner leurs parents mourant, des parents jeter à la rue leurs enfants. […] Dans une situation aussi exceptionnelle, […] il n’y a plus de place que pour les sentiments extrêmes la lâcheté […], l’héroïsme…” (F. Lebrun, 1995, p. 166).

E ora rileggiamo Michela Marzano:

Le strade deserte non erano percorse che da becchini, allora chiamati “corvi” a causa della loro sinistra maschera, di solito dei forzati liberati per trasportare i cumuli di cadaveri nelle fosse comuni. Quando scoppiava un’epidemia di peste, il terror panico del contagio spingeva i bambini ad abbandonare i genitori morenti, e i genitori a gettare in strada i figli. In una situazione così eccezionale, c’era posto solo per i sentimenti estremi, “la vigliaccheria… l’eroismo”.

Suona familiare, vero? Dunque, Michela Marzano cita tra virgolette le due parole finali di Lebrun, ritagliate esattamente nello stesso modo in cui le ha ritagliate Martin. Ha letto anche Lebrun? In dubio pro reo. La nota (vinta la pigrizia abbiamo controllato) rimanda in effetti a quest’ultimo. Ma di fatto la filosofa trascrive – senza virgolette – tutto il paragrafo, la parte di Lebrun e la premessa di Martin. Vogliamo dire che è una citazione un po’ disinvolta, di quelle per cui un laureando si beccherebbe una tirata d’orecchi?

Bene. Ma il punto è un altro, e smaschera una volta per tutte il medioevo caricaturale di questa pagina 69, oltre a spiegare le nostre reminiscenze manzoniane. Il punto è che i famigerati corbeaux, a quanto pare, non si erano visti in circolazione prima del seicento. E sapete perché? Perché François Lebrun, storico dell’età moderna (il suo libro si intitola Se soigner autrefois: Médecins, saints et sorciers aux XVIIe et XVIIIe siècles), sta parlando della peste di Marsiglia. Siamo nel 1720, non proprio medioevo: Voltaire andava già per la trentina. Caspita, quanto arranchiamo: Michela Marzano si è fatta otto secoli in mezzo paragrafo e noi ancora lì a pensare all’anno mille e all’apocalisse.

Ma che ci volete fare, siamo proprio dei cacasotto medievali, e nell’attesa millenaristica del 25 febbraio (“a quell’epoca”, diranno i posteri, “l’occidente tremava per l’annunciato approdo di Michela Marzano alla camera dei deputati”) ci tappiamo in casa, con la nostra copia di Compagni di viaggio di Antonio Landolfi, a cercar di capire dov’è che si è inceppato il meccanismo.


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