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Note a margine di Ultima Esperanza. 1. I piemontesi.

Creato il 30 gennaio 2019 da Paolo Ferruccio Cuniberti @paolocuniberti

    Risalendo alle radici del mio romanzo Ultima Esperanza, ambientato nel  Cile della seconda metà dell’Ottocento, troviamo tanto Piemonte, non solo perché io sono piemontese (e potrei perciò apparire di parte), ma per la straordinaria quantità delle fonti che al Piemonte inevitabilmente rinviano o si intrecciano.

Note a margine di Ultima Esperanza.        1. I piemontesi.

    Spesso i lettori di Ultima Esperanza mi chiedono notizie sulla figura del protagonista Federico Sacco: veterinario, naturalista darwiniano, esploratore, piemontese. I cenni storici che completano in appendice il romanzo offrono qualche chiarimento, ma può essere opportuno fornire qualche altra informazione a margine del libro. Federico Sacco è un personaggio di fantasia, come la sua avventura, o, almeno, lo è per metà. Il suo nome è quello del mio bisnonno che svolgeva appunto la professione di veterinario in provincia di Cuneo, nell’albese, a Govone. Era un tipico veterinario di campagna dell’Ottocento, di quelli che visitavano il bestiame di stalla in stalla andando per le cascine con calesse e cavallo. Non fu sicuramente un tipo avventuroso e dubito che abbia mai viaggiato, benché si sia laureato a Torino, forse la massima distanza da lui percorsa, al pari del trisnonno, veterinario anch’esso. Fino a qualche anno addietro, ricordo che nei nostri archivi familiari si conservava ancora un diploma di laurea datato 1821 della Regia Università, ma il documento, dopo la morte di mia madre, che nei suoi momenti di leggerezza veniva colta da furia iconoclasta antipassatista e distruggeva documenti, fotografie, cimeli, non l’ho più ritrovato. Una dinastia di veterinari interrotta da mio nonno Ettore Sacco, giovane svogliato, amante della città, dove aveva iniziato una piccola impresa, e forse un po’ scapestrato, che fu ricondotto alla disciplina dalla Grande Guerra e dal successivo matrimonio combinato tra famiglie in paese.

Note a margine di Ultima Esperanza.        1. I piemontesi.

    Dunque il Federico Sacco veterinario è esistito, ma la vicenda del mio personaggio diverge radicalmente dalla realtà del piccolo mondo di provincia del mio bisnonno. La scelta di dargli questo nome ha tuttavia coinciso con la scoperta di un più illustre omonimo che proveniva da Fossano, cittadina in cui era nato nel 1864 (troppo giovane per la mia avventura, che si svolge tra il 1869 e il 1870), ed è stato uno dei massimi esponenti della cultura scientifica torinese e non solo. Traggo le notizie sul professor Federico Sacco dal Dizionario Biografico degli Italiani Treccani:

Note a margine di Ultima Esperanza.        1. I piemontesi.

    “Dopo gli studi secondari a Fossano, Federico Sacco si laureò nel 1884 in scienze naturali all’Università di Torino; fu discepolo di Martino Baretti, collaboratore e amico di Quintino Sella e di Luigi Bellardi, illustre paleontologo piemontese. Già dal 1883, e sino al 1886, fu assistente al Museo di zoologia e anatomia comparata; libero docente in geologia nel 1886, ottenne nel 1898 la cattedra di geologia presso la Scuola di applicazione per gli ingegneri di Torino. Professore ordinario dal 1903 e direttore del Museo di geologia e mineralogia, trascorse tutta la sua carriera a Torino. Sacco è stato probabilmente uno dei più prolifici e infaticabili geologi e naturalisti della fine del XIX e della prima metà del XX secolo. Autore di più di seicentotrenta pubblicazioni, tra cui decine di volumi che spesso superavano le quattrocento pagine, praticò molte delle discipline connesse alle scienze della Terra, dalla tassonomia dei molluschi dei terreni terziari alla cartografia geologica, dalla glaciologia all’evoluzione della vita sulla Terra. I suoi studi sui ghiacciai alpini, novantaquattro in tutto, illustrati da un ricco apparato fotografico, costituiscono in molti casi testimonianze preziose del recedere dei ghiacci e del mutamento climatico.”

    Insomma, un uomo di straordinaria rilevanza, ma che, anch’esso, non ha nulla a che  vedere con l’avventura che ho narrato, nonostante le molte affinità con il mio protagonista. In qualche modo, le vite reali si intrecciano in modo paradigmatico con la fantasia regalando profondità imprevista a personaggi della finzione, non veri, ma verosimili.

    Il mio Federico Sacco è immaginato come giovane studioso affascinato dalle nuove idee di Charles Darwin, che durante gli anni torinesi ha modo di partecipare a una famosa conferenza tenuta nel 1864 a Torino dall’eminente  professore di zoologia e anatomia comparata Filippo De Filippi intitolata L’uomo e le scimie (proprio così, con una M sola). Il De Filippi, a pochi anni dalla pubblicazione dell’Origine delle specie di Darwin, mostra già tutto l’interesse per le nuove teorie dalle punte del più avanzato, e laico, mondo scientifico italiano. E ancora compare Torino. De Filippi era in verità nato a Milano nel 1814, ma fu professore insigne all’università di Torino, città allora attrattiva quanto mai, e fu tra i primi a diffondere in Italia il darvinismo. Uomo più avventuroso di altri suoi colleghi cattedratici, partecipò nel 1865 al viaggio di circumnavigazione della fregata Magenta durante il quale fu colpito da una grave malattia che lo condusse alla morte a Hong Kong nel 1867.

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    Ad assistere a quella conferenza, il mio Federico Sacco si ritrova in compagnia di altre eminenti personalità: Cristoforo Negri e Michele Lessona. Di quest’ultimo esiste a Torino una via a lui intitolata. Naturalista e letterato nato a Venaria Reale nel 1823, Lessona era figlio di un docente di veterinaria e studiò medicina, ma ebbe una giovinezza movimentata a causa dell’amore per la prima moglie, osteggiato dalla famiglia, che lo condusse a vivere per anni in paesi stranieri, tra cui anche l’Egitto e la Persia. Dopo la morte della prima moglie rientrò in Italia e fu anch’egli professore di storia naturale, ad Asti, e quindi di zoologia e di anatomia comparata all’università di Torino. Fu un altro dei più fervidi divulgatori del darwinismo in Italia e fu anche nominato senatore nel 1892.

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   Di Cristoforo Negri, invece, si ha una vasta e  ricca biografia, difficilmente condensabile, che coincide con tutta l’età risorgimentale, di cui fu uno dei principali protagonisti. Nato a Milano nel 1809, si laureò in diritto naturale ed economia politica a Pavia dopo aver compiuto studi anche in Austria e Ungheria. Appassionato di geografia e astronomia fu corrispondente della Società Geografica di Londra. Ardente rivoluzionario nel 1848, dopo Custoza fuggì a Roma, Firenze, Milano, Varese e infine Torino, dove si sposò e visse per ben quarantasei anni. Presidente del consiglio dell’Università, amico di Massimo D’Azeglio, ebbe delicati incarichi al ministero degli esteri su mandato di Cavour. Fu inviato a Tunisi, Atene, Costantinopoli, Lisbona. Fu delegato plenipotenziario per il Perù, la Cina, il Giappone e il Siam. Ebbe contatti con Napoleone III, con il governo inglese, con l’Accademia dei Georgofili di Firenze e con l’Accademia delle scienze di Torino, di cui era già socio corrispondente dal 1842. Fu tra i fondatori della Società geografica Italiana (12 maggio 1867), e ne divenne il suo primo presidente fino al 1872. Nominò Darwin membro onorario della  Società, di cui continuò a seguire gli sviluppi anche dopo la cessazione dell’incarico. Nel 1881 promosse, con Giacomo Bove, la spedizione italiana in Antartide, Argentina e Terra del Fuoco.

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    Ed eccoci a Giacomo Bove, altro romanzesco personaggio. Piemontese monferrino, nato nel 1852 a Maranzana, presso Asti, si dedicò inopinatamente alla navigazione. A vent’anni era guardiamarina di prima classe e si imbarcò per un lungo viaggio verso i mari orientali toccando la Cina, il Giappone, le Filippine e il Borneo. Negli anni successivi partecipò alla perigliosa missione a comando svedese per la ricerca, lungo le coste della Siberia, di un passaggio a nord-est tra il mare artico e l’oceano Pacifico. Nel 1880, sostenuto da Cristoforo Negri, propose l’esplorazione dell’Antartide, ma il progetto venne ridimensionato e si limitò alle, peraltro ancora poco conosciute, terre magellaniche, Isola degli Stati, Terra del Fuoco e Patagonia, non senza numerosi rischi tra i quali anche un naufragio con la nave cilena  San José salpata da Punta Arenas. Di queste esplorazioni dell’estremo Sud (ripetute almeno due volte) ha lasciato un importante memoriale. Di non minore importanza sono stati i successivi viaggi che ne debilitarono il fisico fino al punto che, malato, si tolse la vita a Verona nel 1887.

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    Infine è il missionario salesiano biellese (di Pollone), padre Alberto De Agostini (fratello del fondatore dell’omonimo Istituto Geografico di Novara) che, a partire dal 1909, ci ha lasciato fotografie, filmati, testimonianze curate in dettaglio di tutta la Patagonia continentale, argentina e cilena, e delle estreme propaggini della cordigliera andina.

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    A proposito dei salesiani in Patagonia, ci sarebbe una singolare storia da ricordare. La fondazione della Congregazione era avvenuta nel 1859 a Torino, nel rione Valdocco, ad opera di don Bosco (il futuro San Giovanni Bosco, uno dei più importanti santi sociali torinesi). Tra le speciali doti di don Bosco pare fosse spiccata quella della premonizione.

Note a margine di Ultima Esperanza.        1. I piemontesi.

    Nel 1872, quando don Bosco aveva 57 anni, raccontò un lungo sogno: “Mi parve di trovarmi in una regione selvaggia e affatto sconosciuta. Era un’immensa pianura tutta incolta… Ma nelle estremità lontanissime la profilavano tutta scabrose montagne. Vidi in essa turbe di uomini che la percorrevano. Erano quasi nudi, di un’altezza e statura straordinaria, di un aspetto feroce, con i capelli ispidi e lunghi di colore abbronzato e nerognolo, e solo vestiti di larghi mantelli di pelli di animali…”

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    Il sogno prosegue con la descrizione di atti di ferocia da parte dei “selvaggi” verso alcuni missionari venuti a predicare: “Dopo di essere stato a osservare quegli orribili macelli, dissi tra me: ‘Come fare a convertire questa gente così brutale?’” Subito dopo  don Bosco vede arrivare un mite gruppo di salesiani di fronte al quale invece i selvaggi depongono le armi e si inginocchiano ammansiti come il lupo di San Francesco.

   Don Bosco restò vivamente colpito da questo sogno ritenendolo un avviso celeste, sebbene sul momento non gli fosse chiaro in quale parte del mondo andasse collocato. Tuttavia le immagini da lui evocate sembrano con evidenza risentire di quella storica (falsa) narrazione riguardante i “feroci selvaggi” patagoni, da sempre descritti come nudi giganti dai grossi piedi (il loro nome, attribuito dai primi esploratori, deriverebbe dal portoghese patagao=zampa grande), cannibali e sanguinari. Tali dovevano almeno essere le vaghe informazioni di don Bosco, assiduo lettore degli Annali della Propagazione della Fede, che devono essere state la fonte del sogno. Non immaginava, il santo sacerdote, né gli fu comunicato in sogno, di quante e quali stragi e soprusi furono invece vittime i disgraziati indios della Patagonia fino alla loro totale estinzione. Qualche anno dopo, la richiesta dell’Argentina di inviare laggiù dei missionari lo convinse infine che quel suo sogno si dovesse riferire proprio al Sudamerica. La prima missione salesiana permanente, dopo aver visitato l’arcipelago fuegino dalla base di Punta Arenas, si insediò nel 1887 nell’Isola di Dawson con l’obiettivo di fornire un’educazione “civile”, e naturalmente religiosa, agli indios Alacaluf, come venivano anche chiamati i Kaweshkar.

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    Ventitré anni dopo arrivò Padre De Agostini. Ordinato sacerdote a Foglizzo nel 1909, partì lo stesso anno per la Terra del Fuoco. Il Dizionario Biografico riporta che “da allora, per mezzo secolo alternò la sua attività di missionario con numerosi viaggi di studio e di esplorazione nella cordigliera fueghina, nelle isole di quel vasto arcipelago e nelle Ande della Patagonia: non passò infatti quasi mai un’estate australe senza che egli organizzasse almeno un’escursione in quei territori. Non è quindi possibile ricostruire nei dettagli tutte le sue spedizioni, tanto esse furono numerose.”  Egli ci ha tuttavia lasciato uno straordinario diario, Ande Patagoniche, ignorato da Bruce Chatwin, dove rende conto di molte delle sue escursioni e dei suoi incontri.

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    L’opera dei missionari salesiani, per quanto talora discutibile, ebbe tuttavia il merito, e questo va assegnato soprattutto ad Alberto De Agostini, di fornire un’ampia documentazione antropologica che sarebbe altrimenti andata perduta. Ed è anche certo che gli stessi missionari, recatisi laggiù per educare i selvaggi, in luoghi ancora pressoché sconosciuti e con informazioni imprecise sulle genti che dovevano incontrare, ricavarono a loro volta insegnamenti preziosi e il sentimento di doveroso rispetto e protezione verso una diversa umanità. Non fu però sufficiente per salvare quelle antiche culture di cui non ci restano oggi che i relitti museificati.

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