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Note a margine di Ultima Esperanza – 2. I mapuche e il Regno di Araucania e Patagonia

Creato il 10 febbraio 2019 da Paolo Ferruccio Cuniberti @paolocuniberti

    In Ultima Esperanza ho voluto dedicare un ampio spazio, sia pure per uno spicchio  di poche settimane, alla vicenda del Regno di Araucania e Patagonia, la cui parabola storica copre un arco di circa vent’anni, dal 1858 a 1878, anno della morte del suo protagonista. Le fonti storiche sono scarse e incerte, ma per la sua originalità è stata quasi sempre trattata come un avvenimento tutt’al più curioso, ad opera di uno stravagante avvocato francese, Orélie Antoine de Tounens.

Note a margine di Ultima Esperanza – 2. I mapuche e il Regno di Araucania e Patagonia

    Bruce Chatwin, nel suo  In Patagonia  traccia per l’appunto il ritratto di un uomo in preda a un delirio di grandezza,  una specie di avventuriero che aveva individuato in quei territori selvaggi la possibilità di coronare le sue ambizioni visionarie, e che va incontro all’indifferenza, la derisione, la persecuzione e l’inevitabile fallimento per un progetto tanto sgangherato. Eppure, anche se dapprincipio il massone Orélie si era probabilmente mosso, come tutti gli europei, sulla base di informazioni vaghe, condite più da romantici ideali e, forse, anche da prosaiche mire materiali, mi riesce difficile immaginare che la lunga frequentazione con gli indios araucani, i mapuche, non abbia lasciato alcun segno nell’uomo e nella sua vicenda. Il fatto è che Chatwin ricostruisce con una buona dose di ironia l’avventura di questo sedicente re da operetta, ma  trascura una parte non secondaria della questione, ovvero il consenso consapevole degli indios, i quali ancora oggi, infatti, tramandano una narrazione di quella storia assai diversa.

Note a margine di Ultima Esperanza – 2. I mapuche e il Regno di Araucania e Patagonia

   I mapuche sono l’unico popolo indigeno del Sudamerica e non essere mai stato sconfitto, resistendo per tre secoli ai conquistadores (e prima ancora agli inca) attraverso un lungo conflitto (o, meglio, una serie di conflitti) che andò sotto il nome di Guerra di Arauco.  Gli spagnoli erano arrivati in Cile nel 1541. Vent’anni prima Fernando Cortes aveva liquidato l’impero azteco in meno di tre anni; dieci anni dopo Cortes fu la volta di Francisco Pizarro, che nel medesimo breve lasso di tempo fece crollare il grande impero inca. Si dice che la fragilità di quegli imperi consistesse proprio nel loro centralismo: caduto il potere centrale, si sfaldava la struttura dello stato. Naturalmente furono complici non secondari le malattie importate dagli europei, le armi da fuoco, l’uso della cavalleria. Tuttavia, nonostante la maggiore potenza militare dei conquistatori, i mapuche riuscirono ad opporre una tenace resistenza che tenne in scacco l’esercito spagnolo per trecento anni e non poche difficoltà crearono ancora al successivo avvento della repubblica del Cile che faticava a imporsi oltre al confine del fiume Bio-Bio. Gli indios araucani, divisi in entità tribali autonome (e talvolta anche in lotta tra loro, quindi ben esercitati alla guerra), potevano adottare tattiche di resistenza molto efficaci, con la guerriglia in un territorio selvaggio da essi perfettamente conosciuto, in una condizione perfetta anche per le loro armi tradizionali, e con la capacità di coalizzarsi al bisogno nominando un capo di coordinamento militare, un toqui, così come di rendere indipendente dagli eventi ogni “cellula” tribale: se ne cadeva una, restavano in piedi le altre. Furono rapidi nell’adottare anch’essi l’uso del cavallo e di reparti organizzati di cavalleria e fanteria, la pratica dello spionaggio e, a un certo momento, perfino l’artiglieria.

Note a margine di Ultima Esperanza – 2. I mapuche e il Regno di Araucania e Patagonia

    Ai periodi di conflitto si alternavano tregue e intese col nemico invasore. Le trattative avvenivano con i frequenti parlamentos che naturalmente vertevano principalmente sulla delimitazione dei confini e sullo sfruttamento del territorio (ad es. l’estrazione delle risorse minerarie fu subito un tema controverso, per un popolo che aveva il culto sacro del rispetto della terra), la restituzione dei prigionieri venduti come schiavi ai proprietari terrieri o impiegati nel duro lavoro delle miniere. I mapuche dimostrarono quindi non solo costante abilità strategico-militare, ma anche capacità di trattativa e sagacia nel difendere e conseguire il riconoscimento dei diritti.

Note a margine di Ultima Esperanza – 2. I mapuche e il Regno di Araucania e Patagonia

    In tale contesto, dunque, si inserisce l’avvocato Orélie Antoine de Tounens e il suo rapporto privilegiato con il toqui Quilapan. Il francese confermò agli indios, con gli argomenti del diritto naturale e internazionale, quanto essi sapevano già da sempre: che la terra è di chi la vive e la usa secondo le proprie arti e tradizioni da infinite generazioni. Per questo ho ritenuto nella mia storia – che, beninteso, è pur sempre un prodotto di finzione – che si sarebbe fatto un torto a trattare Orélie esclusivamente come un arrivista senza scrupoli, un folle visionario, o, ancora peggio, un imbroglione (per quanto egli abbia adottato qualche sotterfugio, ma a danno del governo e a favore del suo progetto), perché in tal modo si sarebbe fatto un torto anche maggiore all’intelligenza e alla lunga esperienza dei mapuche, considerandoli degli sprovveduti ubriaconi (così li descrive sostanzialmente Chatwin) predisposti a cadere facilmente negli inganni di un imbonitore truffaldino. Cosa che, viste le circostanze e la loro storia, mi è sembrata priva di logica. È invece assai più probabile che i loncos  mapuche abbiano intravisto attraverso Orélie l’unica opportunità di un riconoscimento legale e internazionale dei loro diritti atavici. Insomma, così come avevano adottato il cavallo e i cannoni comprendendone subito le potenzialità, essi si sono presi un avvocato.

Note a margine di Ultima Esperanza – 2. I mapuche e il Regno di Araucania e Patagonia

    Intendiamoci, siamo nell’Ottocento e in una terra lontana, selvaggia e sconosciuta, un luogo e un secolo dove i nostri parametri moderni non hanno sussistenza. Perciò l’impresa di Orélie può apparirci oggi quanto meno velleitaria o magari tragicomica. Ma la temperie storica prevedeva queste avventure e queste figure. Non dimentichiamo che nel 1860 un certo Garibaldi partì per un’impresa disperata con mille uomini alla conquista di un  regno difeso da un grande esercito organizzato; per non citare altri esempi anteriori, da Pisacane, ai fratelli Bandiera, alle guerre per l’indipendenza della Grecia dalla Turchia a cui parteciparono singoli intellettuali di mezza Europa. Nell’età risorgimentale fermenti libertari e rivoluzionari correvano per tutto il mondo e ogni folle impresa pareva, romanticamente, possibile. Rovesciare il vecchio mondo a colpi di quarantottate, fino all’esperienza (anche questa velleitaria?) della Comune parigina del 1871.

    Come dicevo, il punto di vista dei mapuche sembra assai diverso dalla vulgata basata essenzialmente sul rapporto del colonnello Cornelio Saavedra Rodriguez, l’ideatore e il comandante della guerra genocida di “pacificazione dell’Araucania” (quello che Chatwin descrive solo come “un proprietario terriero nobile” che provvede all’arresto di Orélie).

Note a margine di Ultima Esperanza – 2. I mapuche e il Regno di Araucania e Patagonia

Scrive la ricercatrice Olivia Casagrande:

  “L’immagine [da parte mapuche, NDR] è quella di un uomo attratto dalle vicende dell’unico popolo che era riuscito a resistere agli spagnoli, affascinato da un mondo indigeno in cui si era integrato subito, adottandone il modo di vestire, la lingua e guadagnandosi il rispetto delle autorità Mapuche. Inoltre la costituzione del Regno di Araucania e Patagonia viene presentata come una possibilità per il popolo della terra di avere la propria indipendenza e trovare appoggio, alleanze e riconoscimento internazionale. La creazione di questo Regno venne discussa a lungo dai mapuche. Dopo numerose consultazioni, il 17 novembre 1860 venne approvata una Costituzione.”

    L’antico uso dei numerosi  parlamentos  aveva quindi creato nel popolo mapuche una ben chiara consapevolezza di ciò che poteva essere possibile ottenere anche attraverso le armi della parola e del diritto. Non considerare appieno il loro punto di vista impedirebbe perciò alla storia del Regno di Araucania e Patagonia di reggersi in piedi mutilandola di una gamba. La vicenda, si sa, ebbe un triste epilogo, ma ancora oggi i mapuche (unico popolo indigeno sopravvissuto all’estinzione che è stata il destino di tutti gli altri indios patagonici) vivono in una regione che gode di una certa autonomia e sono costantemente in lotta, con ogni mezzo, contro ogni prevaricazione dei loro diritti ancestrali.

Note a margine di Ultima Esperanza – 2. I mapuche e il Regno di Araucania e Patagonia


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