Note a margine di una vittoria e una sconfitta, riflessioni su "Pride" di Matthew Warchus

Creato il 25 gennaio 2015 da Consolata @consolanza
Innanzitutto mi scuso con Nadeem Aslam per il plagio del titolo italiano Note a margine di una sconfitta del suo bel romanzo The blind man's garden. Ma di questo voglio scrivere, non tanto del film quanto delle riflessioni che mi si sono presentate dopo averlo visto. Devo dire che Pride è un film carinissimo, gradevolissimo e ruffianissimo, rivolto alle tre categorie di pubblico che vi compaiono con maggiore risalto: i gay (che ne escono benissimo anche se sulla vicenda , ambientata nel 1984, incombe lo spettro dell'AIDS), i lavoratori in lotta, qui rappresentati dai minatori del Galles (definitivamente sconfitti, ma a livello umano ne escono benissimo anche loro), e le donne, sempre le più avanti, le più pronte ai cambiamenti, le più curiose, intelligenti e combattive, anche se le due cattive del film sono donne, una visibile e l'altra solo nominata, Margaret Thatcher.

La storia in due parole è questa: estate del 1984 Margaret Thatcher è al potere, l'Unione nazionale dei minatori (NUM) è in sciopero. Al Gay Pride di Londra un giovane attivista decide di raccogliere fondi per sostenere le famiglie dei minatori in sciopero, coinvolgendo un gruppetto di gay e lesbiche che riesce a raccogliere una somma rispettabile malgrado non sempre i passanti abbiano rispetto e simpatia per loro. Siccome l'Unione non sembra disposta a accettare il loro aiuto, i membri del LGSM (Lesbian&Gays Support the Miners) contattano direttamente i minatori di un villaggio gallese e invitano uno di loro a recarsi a Londra per ricevere i fondi. Il minatore, un uomo semplice ma di gradissima umanità, li conquista con un discorso commovente e da quel momento tutto il film racconta il progressivo avvicinamento, annusamento, conoscenza, riconoscimento e infine stima reciproca e persino affetto delle due comunità, attraverso difficoltà ma soprattutto sconvolgimenti e maturazioni personali. Qui ovviamente la ruffianaggine regna sovrana, ma a tutto vantaggio dello spettatore che si diverte, si commuove (persino quel cinico cuore di pietra della sottoscritta ha avuto più di una volta un groppo in gola e la lacrima sul ciglio), anche se Warchus ci va giù pesante con cliché e colpi bassi, tipo la propensione al ballo dei gay e l'incontro madre-figlio dopo sedici anni nelle grigia brughiera gallese. Ma lo perdoniamo, lo perdoniamo volentieri: tra tanti film brutti, noiosi, e soprattutto inutili che ho visto di ultimo questo ha il grande pregio di avere un senso e coinvolgere.

E' un film furbissimo sotto l'aria ingenua, spontanea e bonacciona come i suoi personaggi, l'aria di essere fatto in casa come gli striscioni e i cartelli delle manifestazioni dei gay e dei minatori. Consolatorio al massimo. Ma quello che è disturbante, e che mi ha spinto a scrivere queste righe, è il doversi rivolgere sempre al passato per trovare lotte e tentativi generosi, idealismo, fiducia nel futuro e nella possibilità di cambiare le cose. Lo stesso discorso che si potrebbe fare per Jimmy's Hall di Ken Loach: anche qui per trovare una storia piena di coraggio, ideali, slancio verso gli altri, volontà di collaborare e uscire dall'individualismo dobbiamo accettare una sconfitta del protagonista, personale ma anche generazionale perché la guerra è alle porte, e di un'idea che ha saputo infiammare tanti – e alla fine passa, come tutto. E quello che resta alla fine di Pride è una gran nostalgia per quella marcia sotto uno sventolare di bandiere, canto di inni e gridi di  vittoria, acuita dal finale in stile American Graffiti che ci dice quello che succederà ai protagonisti.
Dei minatori sappiamo, la loro sconfitta politica e di classe è stata totale e definitiva. Ma dei vincitori che continuano a marciare ci sono: i gay. Di strada ne hanno fatta e faranno ancora molta. L'AIDS per fortuna non fa più paura come nel 1984, nessuno più sputa al passaggio del corteo del Pride, chi ha qualcosa da ridire se lo tiene dentro e si vergogna. Almeno dalle nostre parti, è chiaro, ma questo è un altro discorso.
Grandissimo punto di forza del film sono gli attori, tutti talmente credibili e bravi che ne cito solo qualcuno, tanto per non far nomi: Bill Nighy, Imelda Staunton, Ben Schnetzer (veramente ottimo), George McKay. E per amor di patria non proviamo nemmeno a pensare che cosa sarebbero stati capaci di fare degli attori italiani con un soggetto come questo. E poi l'ironia, lo humour che ci si aspetta dai britannici, a proposito del quale citerò solo un colpo da maestro, l'episodio in cui tra le donne del villaggio e i gay si intrecciano conversazioni personali: l'anziana, simpaticissima signora che chiede alla coppia di ragazze londinesi: Quello che mi hanno detto sulle lesbiche mi ha lasciato di stucco: ma siete tutte vegetariane?

Io consiglio indiscriminatamente di andare a vedere questo film, anche ai cinefili con la puzza sotto il naso che lo troveranno facile e scontato, o agli storici che fanno le pulci all'esattezza di date sigle e luoghi, ai semplicioni come me stufi di vedersi propinare lamate in bianco e nero come capolavori del secolo, a chi va al cinema perché vuole trovare un attimo di sollievo dalla vita vera e chi vuole comunque vedere vicende reali e legate all'esperienza quotidiana: in più, qui scoprirete il ricordo di quando la gente si ritrovava insieme per qualcosa di più che fare la fila per l'ultimo modello di iPhone: per cambiare il mondo, per incidere nella storia, perché amava i propri simili e credeva possibile fare qualcosa per sé che servisse anche agli altri.           

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