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«nulla sarà più come prima» / «tutto sarà come prima» (4)

Creato il 22 marzo 2020 da Malvino

In entrambi i casi, c è di mezzo un virus. In entrambi i casi, è controverso in che misura il virus sia assassino di suo e in che misura sia favorito da vecchiaia e altre malattie, sta di fatto che in entrambi i casi la percentuale di morti giovani e senza altre malattie è estremamente basso (sui poco meno di 5.000 di quest anno il report dell Iss del 20 marzo ne dà solo 6: almeno in questo - solo in questo, se si vuole - l 'influenza dello scorso anno ha fatto molto peggio). Questione estremamente interessante, dunque, questa del ma i morti sono morti, sia che per il 2019 si debba andare a cercarne il numero sul sito dell Iss, sia che per il 2020 ci venga risparmiata la fatica con un martellante aggiornamento minuto per minuto, agonia e cremazione in diretta. Di sicuro c è che, a voler morire col conforto della generale partecipazione emotiva, non conveniva farlo l anno scorso: rimandare d una dozzina di mesi avrebbe assicurato cordoglio istituzionale, milioni e milioni di prefiche a gratis, funerali in diretta e, soprattutto, il palpito di Lili Gruber.

Ma oltre a questa differenza, che tuttavia non è da poco, ce ne sono altre, e sono tante. Del virus influenzale - l anno scorso erano due, l A(H1N1)pdm09 e l - sappiamo un sacco di cose, mentre del Sars-coV-2 (Covid-19 è l'affezione che induce) sappiamo com'è fatto (struttura, componenti, sequenza genomica), ma troppo poco ancora relativamente a ciò che, cedendo all 'antico e irrinunciabile vizio di antropomorfizzare tutto, troviamo giusto chiamare carattere, comportamento, tattica, ecc.

altra differenza, e bella grossa, è che per il virus influenzale abbiamo un vaccino, mentre per questo coronavirus no. A tal riguardo, chi storce il muso a sentire la Capua o la Gismondo correlare il Covid-19 all influenza dovrebbe chiedersi quanti morti farebbe ogni anno il virus influenzale, se con una copertura vaccinale del 57% ne fa 8.000. Niente, è domanda che pare non abbia alcuna ragion d impressione è che avere a disposizione un vaccino anti-influenzale, che peraltro pochi sanno non rende immuni al 100%, autorizzi a considerare gli 8.000 morti come problema senza soluzione, la cui causa del decesso, dunque, sarebbe da accettare come causa di morte, routine del morire che non ha niente di particolare per meritarsi un riflettore. In fondo accade pure per i morti sul lavoro, che nel 2018 sono stati 1.218 (limitandoci ai casi ufficialmente dichiarati tali), ma di certo non hanno avuto il quarto d attenzione che i media hanno finora dedicato ai morti Covid-19: morti che diremmo "strutturali" almeno apparente intangibilità della "struttura" , e che in fondo hanno avuto buon gusto e discrezione di non affollare un mese solo e una sola regione, morivano con la "normalità" con cui si muore in una guerra a bassa intensità.

Basterebbero questi elementi a motivare (e diciamo pure giustificare) la spettacolarizzazione dell epidemia in corso, ma, senza comprendere quale funzione abbia - in generale e nello specifico - lo spettacolo che ce la rappresenta, siamo ancora lontani dal capire perché, e come, il sasso, rotolando, possa diventare valanga, travolgendo tutto e tutti, al punto dal non poter neppure immaginare che dietro la tragedia ci sia un ordito. Sarebbe stato necessario un piano sofisticatissimo, bastava una comparsa fuori posto e addio valanga. Perché è chiaro - e nessuno può negarlo - che da una valanga siamo travolti. Resta solo da capire se si sia lasciato rotolare il sasso nel modo in cui è rotolato per ignavia o in obbedienza alla logica che mette l emergenza al servizio dello spettacolo, che - è il caso di precisarlo subito, e dando la parola a Guy Debord, la guida che ci accompagnerà in questo paragrafo - "non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra le persone, mediato dalle immagini" "non può essere compreso come l abuso di un mondo visivo, il prodotto delle tecniche di diffusione massiva di immagini una Weltanschauung divenuta effettiva, materialmente tradotta di una visione del mondo che si è oggettivata" In tal senso, è del tutto secondario cosa lo spettacolo metta in scena, perché l ' interesse che lo sostiene risponde ad un ' economia (in senso lato) che ha immutabile ratio intrinseca, in guerra e in pace, quando il re della finanza è l ' orso e quando è il toro, quando torna conveniente l ' accumulo e quando la redistribuzione.

Se il lettore è disposto a rinunciare al pregiudizio che nello spettacolo vede solo intrattenimento ricreativo, per coglierlo come ri-creazione della della realtà, vedrà che siamo nello stesso girone in cui tempo fa, su queste pagine, abbiamo trovato il terrorismo. Lì la guida era Brian Jenkins, unanimamente considerato massimo esperto del problema, e anche lui, come farà Guy Debord, ci chiedeva l ' enorme sforzo di mettere da parte le passioni, dicendoci che "terrorism is theater" e che "terrorists want a lot of people watching, not a lot of people dead", sicché le passioni finiscono non solo per celare la natura del problema, ma per esserne parte, e decisiva, se non determinante: qui, nel caso del sasso, con quel che sta tra abbrivio e valanga.

Ci chiede troppo, Guy Debord, quando ci invita a considerare che, "nell'insieme delle sue forme particolari, informazione o propaganda, pubblicità o consumo diretto dei divertimenti, lo spettacolo costituisce il modello presente della vita socialmente dominante" e che "non è niente altro che il senso della pratica totale di una formazione economico-sociale, del suo impiego del tempo" al punto da poterlo definire come "il momento storico che ci contiene"?

Suona un po ' apodittico, è vero, sarà il caso di chiarire. Lo faccio fare a Mario Perniola, che in due testi ( Contro la comunicazione, Einaudi 2004; Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi 2009) ha descritto in modo magistrale le ragioni che fanno dello spettacolo, e della comunicazione massmediatica che ne è il "theater", realtà tanto pervasive da riuscire a sostituirsi, dopo averla distorta e annullata, a quella dei fatti che si è presa cura di rappresentarci. Citare i passaggi salienti dei due testi imporrebbe un larghissimo uso del virgolettato, mi limiterò a una sintesi.

Mario Perniola dice che solo in tempi assai recenti l ' umanità s 'è posta la domanda sul senso di ciò che viveva individualmente e collettivamente: la risposta era data in partenza dalla condizione sociale, dal sapere tramandato e dai rituali. Il relativo benessere che ha segnato gli ultimi due secoli e lo sviluppo delle scienze sociali hanno consentito, per certi versi imposto, che la domanda fosse formulata e che la risposta, esatta o no, fosse il progresso: si era al mondo per progredire, il motore della storia era razionale e progressivo, ogni regressione era solo episodica, se non apparente.

Via via che ci si allontanava dalla seconda guerra mondiale, che col suo esito ha segnato il trionfo di questa concezione, essa ha cominciato ad andare in crisi: "traumi" e "miracoli" hanno messo in discussione la linearità del processo storico con la loro inspiegabilità e la loro imprevedibilità (il maggio francese del 1968, la rivoluzione iraniana del 1979, la cadua del muro di Berlino del 1989, l'attentato alle Twin Towers del 2001). Stupore, eccitazione, sconcerto: stati d'animo che hanno cercato, e trovato nei media, la soluzione formale della risposta nella postura dello spettatore che si misura con la suspense e il colpo di scena, il deus ex machina e l'happy end, il flash back e il déjà vu. In altri termini, la comunicazione ha dato vita a un simulacro di partecipazione all'evento che, da un lato, consente di sentirsi immersi in esso solo a patto di restarne fuori e, dall'altro, impone che esso si esaurisca nella sua rappresentazione: siamo l'evento in quanto platea rappresentata in scena. Perciò non ha nulla di contraddittorio o di paradossale affermare, come fa Mario Perniola, che "la comunicazione aspira ad essere contemporaneamente una cosa, il suo contrario e tutto ciò che sta in mezzo tra i due opposti. È quindi totalitaria in una misura molto maggiore del totalitarismo politico tradizionale, perché comprende anche e soprattutto l'antitotalitarismo. È globale nel senso che include anche ciò che nega la globalità".

Nel passare a Guy Debord, comunque, è importante chiarire che "comunicazione" e "spettacolo" non sono coincidenti, perché l'una è forma e l'altro è contenuto, come ci illustra il § 24 de La Société du Spectacle: "Se lo spettacolo, esaminato sotto l'aspetto ristretto dei "mezzi di comunicazione di massa", che sono la sua manifestazione superficiale più soggiogante, può sembrare invadere la società come una semplice strumentazione, questa non è concretamente nulla di neutro, ma la strumentazione stessa è funzionale al suo auto-movimento totale. Se i bisogni sociali dell'epoca, in cui si sviluppano simili tecniche, non possono trovare soddisfazione se non tramite la loro mediazione, se l'amministrazione di questa società e ogni contatto fra gli uomini non possono più esercitarsi se non mediante questa potenza di comunicazione istantanea, è perché questa "comunicazione" è essenzialmente unilaterale; di modo che la sua concentrazione consente di accumulare nelle mani dell'amministrazione del sistema esistente i mezzi che gli permettono di continuare questa amministrazione determinata".

Altrettanto importante è aver chiara la sostanziale univocità degli elementi che in tale contesto sembrano diversificarsi e perfino contrapporsi nell'offrirsi come ventaglio di opzioni: "La falsa scelta nel campo dell'abbondanza spettacolare, scelta che risiede nella giustapposizione di spettacoli concorrenziali e solidali, come nella sovrapposizione dei ruoli (principalmente significati e veicolati da oggetti), che sono contemporaneamente esclusivi e ramificati, si sviluppa in lotte di qualità fantomatiche, destinate ad appassionare l'adesione alla trivialità quantitativa. Così rinascono le false opposizioni arcaiche dei regionalismi o dei razzismi incaricati di trasfigurare in superiorità ontologica fantastica la volgarità delle posizioni gerarchiche nel consumo. Così si ricompone l'interminabile serie dei contrasti derisori, che mobilitano un interesse sottoludico, dallo sport alle elezioni. Laddove ha preso possesso il consumo abbondante, emerge un'opposizione spettacolare principale fra la gioventù e gli adulti; perché non esiste da nessuna parte l'adulto, padrone della propria vita, e la gioventù, la trasformazione di ciò che esiste, non è affatto appannaggio degli uomini che oggi sono giovani, ma del sistema economico, del dinamismo del capitalismo. Queste sono le cose che dominano e che son giovani: che sostituiscono se stesse" (§ 62) .

Ancor meglio nei Commentaires sur la Société di Spectacle: "Il potere dello spettacolo, così essenzialmente unitario, centralizzatore per forza di cose, e completamente dispotico nello spirito, si indigna assai spesso vedendo formarsi sotto il suo regno una politica-spettacolo, una giustizia-spettacolo, una medicina-spettacolo o tanti altri "eccessi mediali" così sorprendenti. [...] Con una certa frequenza, i padroni della società affermano di essere serviti male dai loro dipendenti mediali; più spesso rimproverano alla plebe degli spettatori la tendenza ad abbandonarsi senza ritegno, in modo quasi bestiale, ai piaceri dei mass media. In questo modo si nasconderà, dietro una moltitudine virtualmente infinita di presunte divergenze mediali, quello che è al contrario il risultato di una convergenza spettacolare voluta con notevole tenacia" (III).

Ma per il prossimo paragrafo, dove vedremo come tutto questo si fa esemplare nella gestione mediatica dell'epidemia di Covid-19, torna utile anche un altro punto: "Si sente dire che ormai la scienza è subordinata a imperativi di redditività economica; ciò è vero da sempre. Il fatto nuovo è che l'economia ha cominciato a fare apertamente guerra agli umani. [...] Prima di arrivare a questo punto la scienza godeva di una relativa autonomia. Perciò sapeva pensare il suo briciolo di realtà; e in tal modo aveva potuto contribuire immensamente ad aumentare i mezzi dell'economia. Quando l'economia onnipotente è diventata folle, e i tempi spettacolari non sono altro che questo, ha soppresso le ultime tracce dell'autonomia scientifica, inscindibilmente sul piano metodologico e su quello delle condizioni pratiche dell'attività dei "ricercatori". Non si chiede più alla scienza di capire il mondo o di migliorare qualcosa. Le si chiede di giustificare istantaneamente tutto ciò che si fa" (XIV). In questo frangente, come la monaca di Monza, "la sventurata rispose".


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