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Obiettivo raggiunto: senza scuola si vive meglio!

Creato il 07 giugno 2010 da Andreaant54

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Obbiettivo raggiunto: senza scuola si vive meglio!

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Mi ha colpito alcune considerazioni sull’inutilità dello studio del latino, della matematica e altre discipline nel liceo scientifico, che mi sono giunte sulla bacheca di Facebook da parte di una mia studentessa. Tra le più significative apparivano frasi tipo: “continuare a chiedersi a che diavolo serva studiare una lingua morta” (si riferisce ovviamente al latino) “continuare a chiedersi perchè ci sono più ore di latino ed italiano che di matematica“,”storia dell’arte:materia inutile” e via su questo registro. Ognuno ha la libertà di pensare ciòche vuole in merito al suo percorso di studio, ma il post mi ha fatto subito venire in mente quello che aveva scritto molti decenni fa un certo don Lorenzo Milani, proprio a seguito di una dichiarazione dell’allora ministro della Pubblica istruzione in merito all’opportunità di studiare certe materie da parte dei ragazzi italiani. In una lettera inviata al direttore del Giornale del Mattino di Firenze, nel marzo del 1956, il cui argomento era la disoccupazione, gli sfratti degli operai e lo sfruttamento del loro lavoro, don Milani arriva al cuore del problema mettendo in evidenza la causa più profonda di tutto ciò: la mancanza della padronanza della lingua da parte delle classi più deboli, perchè chi non possiede la parola soccomberà sempre ai voleri e ai raggiri di chi è in grado di strumentalizzare la parola a favore del proprio dominio sugli altri.

Voglio riportare alcuni brani che oggi appaiono profetici:

” Caro direttore, il tuo giornale si prende spesso a cuore la sofferenza dei disoccupati e dei senza tetto e te ne siamo tutti grati. Tetto e pane sono fra i massimi beni. Mancarne è dunque una delle massime miserie. Eppure l’uomo non vive di solo pane. C’è dei beni che sono maggiori del pane e della casa e il mancare di questi beni è miseria più profonda che il mancare di pane e di casa. Questo tipo di beni chiamerò ora per comodità di di­scorso « istruzione », ma vorrei che tu prendessi questa parola in un senso più largo, comprensivo di tutto ciò che è elevazione interiore…Io son sicuro dunque che la differenza fra il mio figlio e il vostro non è nella quantità né nella qualità del tesoro chiuso dentro la mente e il cuore, ma in qualcosa che è sulla soglia fra il dentro e il fuori, anzi è la soglia stessa: la Parola. I tesori dei vostri figlioli si espandono liberamente da quella finestra spalancata. I tesori dei miei sono murati dentro per sempre e ínsteriliti. Ciò che manca ai miei è dunque solo questo: il dominio sulla parola. Sulla parola altrui per afferrarne l’intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradi­menti le infinite ricchezze che la mente racchiude. Sono otto anni che faccio scuola ai contadini e agli operai e ho lasciato ormai quasi tutte le altre materie. Non faccio più che lingua e lingue. Mi richiamo dieci, venti volte per sera alle etimologie. Mi fermo sulle parole, glie­le seziono, gliele faccio vivere come persone che hanno una nascita, uno sviluppo, un trasformarsi, un deformarsi. Nei primi anni i giovani non ne vogliono sapere di questo lavoro perché non ne afferrano subito l’utilità pra­tica. Poi pian piano assaggiano le prime gioie. La parola è la chiave fatata che apre ogni porta. L’uno se ne accor­ge nell’affrontare il libro del motore per la patente. L’al­tro fra le righe del giornale del suo partito. Un terzo s’è buttato sui romanzieri russi e li intende. Ognuno di loro se n’è accorto poi sulla piazza del paese e nel bar dove il dottore discute col farmacista a voce alta, pieni di bo­ria. Delle loro parole afferra oggi il valore e ogni sfuma­tura. S’accorge solo ora che esprimono un pensiero che non vale poi tanto quanto pareva ieri, anzi pochino. I più arditi han provato anche a metter bocca. Cominciano a inchiodar il chiacchierone sulle parole che ha detto…Una utopia? No. E te lo spiego con un esempio. Un medico oggi quando parla con un ingegnere o con un avvocato discute da pari a pari. Ma questo non perché ne sappia quanto loro di ingegneria o di diritto. Parla da pari a pari perché ha in comune con loro il dominio della parola. Ebbene a questa parità si può portare l’ope­raio e il contadino senza che la società vada a rotoli. Ci sarà sempre l’operaio e l’ingegnere, non c’è rimedio. Ma questo non importa affatto che si perpetui l’ingiustizia di oggi per cui l’ingegnere debba essere più uomo dell’ope­raio (chiamo uomo chi è padrone della sua lingua). Que­sta non fa parte delle necessità professionali, ma delle ne­cessità di vita d’ogni uomo, dal primo all’ultimo che si vuol dir uomo. Il dominio sul mezzo d’espressione è un concetto che non riesco a disgiungere da quello della conoscenza delle origini della lingua. Finché ci sarà qualcuno che la pos­siede e altri che non la possiedono, questa parità base che ho chiesto sarà sempre un’irrisione. Dopo questo discorso c’è bisogno ancora che ti dica cosa penso del latino? Che ti dica la pena che m’hanno fatto le parole ciniche di quel ministro? (Si riferisce a una conferenza-stampa tenuta il 21.3.1456 dall’allora mi­nistro della Pubblica Istruzione on. Paolo Rossi. Il ministro, presen­tando un suo progetto di riforma della scuola media, aveva annunciato che essa sarebbe stata unica ma divisa in sezioni differenziate; infatti, aveva detto, « è veramente indispensabile che i futuri studenti tecnici conoscano il latino?… E’ meglio che quei giovani il latino non lo stu­dino affatto… Si renderebbe loro un pessimo servizio ». (Cfr. i gior­nali del 22.3.56). A giudicarlo da quelle si direbbe che si proponga di perpetuare anzi di fortíficare ancora la cittadella ristretta dei potenti, allargare la palude in cui si dibattono gli impotenti. « Si renderebbe loro un pessimo servizio… » (in: http://www.santamelania.it/approf/2007/milani.htm)

Oggi purtroppo, dobbiamo constatare che l’obiettivo di quel ministro appare pienamente raggiunto, anche oltre le aspettative, perchè mentre negli anni di don Milani, erano i poveri ad essere deprivati dell’istruzione, oggi finalmente si sta ottenendo tale risultato per gran parte dei giovani italiani, specialmente per tutti quelli che non hanno famiglie facoltose in grado di sostenerli negli studi in scuole private e d’elite o che ritengono che la scuola pubblica sia un valore inalienabile. Ma la cosa più triste è che l’idea dell’inutilità dello studio è in gran parte allegramente condiviso da molti giovani che invece di sentirsi defraudati di un loro diritto si sono fatti convincere che l’unica istruzione che conta è solo quella che produce un qualche lucro  sul mercato ( magari dello spettacolo televisivo)  e non quella che fa crescere la persona permettendogli di difendere la propria dignità di uomo. Si badi bene che a pensarla così non sono quei contadini degli anni cinquanta che seppero lottare per la loro promozione sociale, ma i loro nipoti e i pronipoti che oggi, non avendo alcuna  necessità di fare nessuna vera scelta, grazie ad una certa sicurezza economica delle famiglie che permette loro di frequentare senza fatica i licei e che invece “sputano nel piatto”.

Il post sopra citato mi ha aperto tristemente gli occhi sul fatto che il potere politico in Italia ha ben compreso che cosa si agita nella pancia degli italiani, compresi molti giovani e che oggi è giunto il momento che si può distruggere la scuola pubblica, facilitando la metamorfosi dei cittadini in sudditi, senza che si levi alcuna flebile opposizione nel paese, tanto meno da parte di chi dovrebbe usufruire dei vantaggi di tale servizio, i giovani, perchè la scuola è gia morta nell’immaginario dei più.


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