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Oltre il limite

Creato il 15 febbraio 2020 da Gadilu

Oltre il limite

Ho un’amica che dice sempre di essere arrivata al limite. Anzi, per citarla più correttamente, lei dice: “c’avete stracciato la minchia!!!”. Non è molto importante definire adesso quale sia la circoscrizione di quel “voi”, quale sia il limite che lo definisce. Attribuiamogli un’ampiezza molto vasta. Il punto nodale è che lei si senta arrivata a quel limite (limite della sopportazione, limite dell’immaginabile), che abbia la sensazione sgradevole di esserne toccata, direi anzi profanata, e quasi si percepisce la violenza del pugno che vorrebbe infrangerlo, mandarlo in frantumi, quel limite diventato ormai insopportabile ed odioso. Non è difficile comprendere uno stato d’animo del genere. Seppur in proporzioni più ristrette, per ognuno di noi arriva il momento in cui tutto sembra troppo, e allora diciamo di non farcela più, ci mettiamo a pensare che vorremmo staccare, abbandonare il luogo in cui siamo, le persone che ci stanno attorno (qualche volta letteralmente addosso). Vorremmo spezzare le circostanze che ci imprigionano, persino abbandonare il nostro corpo, lasciandolo andare nella corrente, dissolvendolo, dissolvendoci, evaporando in un “altrove” privo di limiti. Beh, ho una buona notizia. Si può fare. Io l’ho fatto. Per riuscirci ho invertito il meccanismo che regola la facoltà della fantasia, ho lavorato sulla stessa nozione di “fantastico”, realizzandolo. Generalmente siamo soliti ritenere che il “fantastico” sia un complesso di immagini slegate dalla realtà, quindi in ultimo ad essa legata, ma solo per “scarto”, come un volo compiuto sulla superficie della terra. Eppure, se pensassimo – al contrario – che è proprio la realtà ad essere costituita da una fantasia votata all’infelicità, se pensassimo che il piano della realtà felice, quella alla quale aspiriamo, si apre davvero solo quando riteniamo fantasiosa e fantastica la dimensione nella quale ci crediamo imprigionati, ecco che cadrebbero anche i limiti, le pareti della prigione, perché diventerebbero manipolabili, giocosi, reversibili, allontanabili da noi con l’indifferenza di un gesto che rimescola tutte le carte. Svuotata da ogni contenuto de-realizzato, la realizzazione (cioè la realtà di cui abbiamo bisogno) si stabilisce così nell’attribuire un contenuto fantastico, di fantasia, alla realtà di cui possiamo permetterci di non avere più bisogno. Un politico insopportabile, un discorso volgare, un particolare disgustoso, tutte queste cose sgradevoli sarebbero cancellate all’istante, se solo capissimo che non sono più urticanti di una fantasia malata, dalla quale possiamo risvegliarci e ridere come ridiamo di un film grottesco. La vera realtà, quella che ci piace, al contrario è quella che non ha contorni, che non ha parole, che non può essere “mostrata”, che non può essere imprigionata, e che perciò non ci può neppure essere sottratta, non può essere svalutata, perché si pone al di là di quel confine appena oltrepassato. Noi possiamo proteggerla e proteggerci, limitandoci, o per meglio dire illimitandoci a voltare le spalle a ciò che abbiamo appena abbandonato e rimesso alla sua definitiva decomposizione: Chi mai ci deformò, chi ci stravolse / cosí, che sempre ripetiamo il gesto / di prendere congedo? (Rilke). È così che prendiamo congedo dalla fantasia del conosciuto e detestato per entrare nella realtà sconosciuta e amabile.

#maltrattamenti


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