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Omaggio al mio maestro. Sulla vita oltre la vita di Massimo Pittau.

Creato il 21 novembre 2019 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali
Omaggio al mio maestro. Sulla vita oltre la vita di Massimo Pittau. Caro Massimo, questa volta ti do del "tu", proprio come mi hai sempre chiesto di fare, come non sono riuscita a fare mai. Questa volta ti do del "tu" e ti dico che ieri sera mi sono molto arrabbiata con te. Dunque quel "Sto mettendo i remi in barca" che mi hai scritto pochi giorni fa era più serio di quel che pensassi: io non avevo capito! Un'altra volta non avevo capito! Ieri sera ho anche pianto. Un fiume di lacrime che non finiva mai. Sì, lo so, ne riderai, ma mi sei mancato tanto. Mi manchi tanto. Tantissimo, come sempre accade quando viene meno una colonna portante quale eri tu. Si fa per dire, naturalmente; so per certo, infatti, che dovunque tu sia, sarai il primo a leggere queste righe. Come sempre! Stamattina però voglio dirti un'altra cosa: ti ammiro. Profondamente! No, non è per la tua conoscenza delle lingue nobili, per lo studio dell'etrusco, per il "rigore" accademico, per tutto ciò che abbiamo fatto insieme in questi anni, per tutto ciò che mi hai insegnato... Tu, solo tu, sai perché! C'è un qualcosa che distingue chi vive la vita nutrendo lo spirito prima del corpo e tu hai ampiamente dimostrato di possedere quel tratto. Tu sei e resterai sempre il mio maestro, quello a cui debbo di più, quello per cui sarò sempre grata, quello che non si incontra per caso nella vita. Un giorno magari metterò mano al nostro carteggio, scriveremo insieme un altro libro e... no, non ti preoccupare lo studio sui "macrotoponimi" uscirà.... Uscirà anche quello. Il mio sito è il tuo sito, Ipazia è la "nostra" Ipazia... e finché io potrò, finché io vivrò tu continuerai ad essere sempre con me, con noi, più forte e determinato di prima, armato dello stesso spirito fiero, knowledgeable, garbato, cortese. Dammi però il tempo di capire, di abituarmi all'idea che non riceverò altre email da te, di abituarmi ad un nuovo metodo comunicativo. Dammi il tempo di vivere questo distacco che mi strazia dentro e, tuttavia, come tutto nella vita, non durerà mai troppo.... perché noi ci incontreremo ancora. Un abbraccio, con l'affetto di sempre.

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Nota: Ieri sera ho saputo, per vie diverse, soprattutto dalle tante email e messaggi ricevuti, che Massimo Pittau non c'è più. Mi sono rifiutata di crederci fino al momento in cui me lo ha confermato la famiglia. Il professore, con cui mi sono sentita ininterrottamente negli ultimi 6 anni, e che conoscevo da oltre dieci anni, era per me come uno di famiglia; era una figura presente, un maestro. Tuttavia, solo in queste ore sto comprendendo in pieno quanto fosse importante questa sua "presenza". Anche per questi motivi mi è molto difficile gestire questa notizia.... In alcune situazioni abbiamo bisogno di tempo. Con queste poche righe voglio però mandare un abbraccio a tutta la sua famiglia dato che io non faccio mai condoglianze. Non le faccio perché ritengo che i nostri cari siano sempre con noi anche se non possiamo vederli più e conoscendo Massimo Pittau come lo conoscevo io, non ho dubbi nel dire che egli sarà ancora più presente da oggi in poi. Anche per questi motivi, a titolo di omaggio, pubblico qui di seguito l'introduzione e la postfazione di un libretto che gli dedicai qualche tempo fa... Poi, nel tempo, dopo il silenzio necessario ad elaborare questo "distacco", troveremo il modo di celebrarlo come meritava, come avrebbe voluto, come occorre fare. Una cosa è certa, infatti: Massimo Pittau sarà sempre tra le pagine del mio sito, sarà sempre presente nella mia vita... perché il meglio della nostra amicizia deve ancora venire.

Rina Brundu

"Lei si è mossa tardi!" mi ha rimproverato Massimo Pittau quando nel 2018 gli ho comunicato l'intenzione di volergli dedicare un libretto che trattasse anche la storia della nostra lunga amicizia. Malgrado il fatto che ormai ci conosciamo da quasi 15 anni, e che insieme si sia lavorato a numerosi progetti scritturali ed editoriali, io e Massimo Pittau continuiamo a darci del "lei".

Fu questa una mia specifica richiesta. Essendo nata in quella Ogliastra "terra di frontiera" in cui il rispetto verso le persone più sagge, più knowledgeable, direbbero qui in Irlanda, verso i maestri a qualunque titolo, si mostrava dando loro dell' issu/a, invece dell'italianizzato tui, mi è sempre sembrato che un tal rispetto glielo avrei fatto mancare se avessi usato altri registri comunicativi nella nostra interazione.

Sull'essermi "mossa tardi" invece non capivo: su cosa mi ero "mossa tardi"? Ho cominciato a comprendere meglio solo dopo che gli ho sottoposto le prime due domande di quella che pensavo sarebbe stata la mia nuova intervista, a cui peraltro lui non tralasciò di rispondere.

Lei va verso i 98 anni. Che senso dà alla vita a questa età?

Risposta: Io ormai penso che la vita consista nell'essere posti su un nastro trasportatore. L'uomo si illude di effettuarvi la massima parte delle sue azioni, mentre in realtà è il nastro che le effettua. Il filosofo latino Seneca ha attribuito a quello greco Cleante questo pensiero: Ducunt volentem fata, nolentem trahunt "il destino conduce chi gli acconsente, trascina a forza chi gli resiste".

Che senso ha la morte nella vita di un individuo?

Risposta: Inverto i due termini della domanda: la vita è il battere istantaneo delle ciglia dentro un passato e un futuro consistenti in un nulla totale.

Lo confesso con la franchezza e l'onestà intellettuale che ho sempre messo in ogni mia scrittura: c'era qualcosa che mi arrivava artefatto in queste risposte, qualcosa che non mi permetteva di riconoscere nelle stesse il professor Pittau che avevo sempre frequentato e ammirato, in primo luogo per il coraggio e la capacità di rispondere a tono, in maniera molto pragmatica, quasi scaltra, a ogni provocazione. Investigando ulteriormente la questione ho realizzato che in quel periodo Massimo Pittau non stava vivendo un bel momento, soprattutto a causa dell'età e degli acciacchi che si facevano sentire, proprio come ebbe a confessarmi lui stesso. Come è sua abitudine però non mi lasciò a mani vuote e subito si affrettò a girarmi scritti su scritti nei quali in passato aveva buttato giù alcune sue riflessioni sul senso dell'esistere, scritture che peraltro conoscevo già!

No, non era questo ciò che volevo per il mio ritratto dell'autore Massimo Pittau! È stato allora che mi sono ricordata di come, lungi dall'essermi "mossa tardi", io mi ero "mossa" con grande anticipo dato che già nel 2013 avevo ottenuto da lui una lunga e esclusiva video-intervista durante la quale trovammo il tempo di discutere nel dettaglio ogni argomento che mi interessava approfondire a proposito dello studioso, del linguista, del glottologo, ma finanche dell'uomo Massimo Pittau.

Per la precisione, fu nell'ottobre del 2013 che il professore, in compagnia di un altro amico, venne a trovarmi nella marina di Tortolì. Ad oggi ritengo che quello sia stato anche il suo ultimo viaggio in Ogliastra. Malgrado la stagione turistica fosse già terminata, la lunga estate sarda viveva ancora sulla nostra pelle e in quell'occasione ci regalò una straordinaria giornata di sole nei pressi delle spiagge di Arbatax. L'aria fina, satura di profumi e sapori come si possono trovare solo in quelle zone della Sardegna, fatta apposta per stuzzicare l'appetito, creò anche l'ambiente migliore per una discussione vivace, a tratti polemica, ma sicuramente franca. Non a caso, rivedendo quei video ho ritrovato tutto il professor Pittau che preferisco. Un Massimo Pittau capace di fare un ritratto molto lucido e disincantato della sua città natale, Nuoro, di raccontare il dramma vissuto al tempo del fascismo dal fratello Francesco, ma soprattutto la sua personale vicenda di vita da piccolo gerarca fascista presentata con una onestà ammirevole: "Io sono nato fascista. Sono nato nel 1921 quindi faccio parte a pieno titolo di quella generazione a cui il fascismo ha lavato il cervello. Me lo hanno lavato fino all'università...".

Massimo Pittau non si era tirato indietro neppure quando gli avevo chiesto di parlare delle tante occasioni di "scontro" con colleghi o altri addetti ai lavori, come gli archeologi, a proposito di molte questioni legate allo studio della lingua protosarda e di quella etrusca....

Insomma, quella dell'ottobre 2013 fu una rara occasione in cui io stessa riuscii a conoscere il professor Massimo Pittau come mai l'avevo conosciuto in anni di corrispondenza online e non vi è dubbio alcuno che sia proprio quel Pittau combattivo, coriaceo, testardo il mio preferito. Quella che segue è la riproposizione in forma scritta dell'intera video-intervista realizzata quel giorno di sei anni fa, che viene qui presentata a titolo di omaggio, proprio come è un omaggio alla lunga carriera di studioso, di linguista, di glottologo, di professore, alla vita dell'uomo, il breve ritratto d'autore che proporrò più avanti a completamento di questo libretto.

Rina Brundu, Dublino, maggio 2019

Il maestro Pittau

La prima volta che mi misi in contatto con Massimo Pittau fu all'inizio degli anni 2000. Successivamente, già nel 2005, in un periodo in cui ero impegnata a curare una antologia[1] che poneva in primo piano alcuni aspetti della cultura sarda, pensai di chiedere al professore se volesse partecipare. Cortese come sempre, Massimo Pittau inviò il suo contributo. Nel 2010 ripresi invece le mie datate attività online che in precedenza avevo chiuso per due anni circa, e da quel momento in poi gli scritti di questo noto linguista e glottologo diventarono un appuntamento fisso tra quelle pagine virtuali.

La prima decade del XXI secolo, lo comprendiamo soprattutto ora, è stata una decade importante per l'editoria internazionale. Con l'arrivo di Amazon, un colosso americano in grado di dettare legge urbi et orbi, con l'arrivo delle sue piattaforme dove chiunque aveva la possibilità di pubblicare i suoi libri in formato elettronico, per di più gratuitamente, tutte le regole editoriali conosciute fino a quel momento andarono a farsi benedire, procurando, peraltro, molto sconcerto tra gli addetti ai lavori e una crisi editoriale senza precedenti. In quegli anni io avevo già fatto una esperienza di editoria tradizionale in Italia con la creazione di una casa editrice chiamata Terza Pagina Edizioni, ma l'idea di riprendere tale attività anche dopo il mio ritorno in Irlanda, in un mercato liberato e meno asfittico, non mi aveva mai abbandonato. Ipazia Books nacque ufficialmente nel 2013, ma in realtà qualche lavoro fu fatto anche in precedenza. Agli inizi Ipazia si occupava solo di ebook e tra le prime pubblicazioni ci furono anche dei libri di Massimo Pittau. Tra il 2014 e il 2015 io ebbi molti dubbi sull'opportunità di andare avanti con tali attività, anche perché richiedevano un impegno sostanziale. Paradossalmente, in quel momento fu proprio Massimo Pittau a spingermi a proseguire quel discorso imprenditoriale e culturale, esattamente come ha continuato a fare fino a oggi quando le sue pubblicazioni con Ipazia, sia in formato digitale che in formato cartaceo standard, sono ormai più di una ventina.

È stato anche in questa maniera, avendo cioè come punto di riferimento il lavoro dello studioso e professore Pittau, che io ho cominciato a conoscere veramente anche l'uomo e il personaggio dietro la figura dell'intellettuale di lungo corso. Riflettendoci a posteriori, mi rendo conto però che nel caso di quest'altro scrittore nato a Nuoro non esiste una grande differenza tra il ricercatore, l'uomo, il personaggio. Ciò avviene, secondo me, perché quando si guarda agli uomini della generazione del professore, si sta guardando a individui cresciuti dentro contesti socio-culturali molto differenti da quelli di oggi, si sta guardando a individui le cui aspettative esistenziali erano molto più definite rispetto alle nostre.

Come sappiamo Massimo Pittau è nato nel 1921, vale a dire un anno prima della presa di Roma da parte di Mussolini. A questo proposito, durante la video-intervista appena pubblicata, rilasciata nell'ottobre di 6 anni fa, a un certo punto io lo provocai con una domanda anche molto insolente: "Professore, lei è stato fascista...".

"Io sono nato fascista" mi interruppe subito lui, e naturalmente, anche volendolo fare, non vi era modo di ribattere a quella grande verità. Di contro, come ben sappiamo, nascere in epoca fascista significava tante cose: significava abituarsi sin da subito a immaginare un universo governato da Dio e quindi dal Duce, anche se non sempre la propaganda di Partito preferiva quest'ordine; significava respirare quel clima di "supertensione patriottica" di cui lo stesso Pittau ha parlato nella sua intervista, significava sviluppare sin dalla più tenera età un fortissimo senso del dovere, una propensione verso il fare, la responsabilità di dover portare a casa il risultato, sempre, pena il biasimo privato e pubblico. Tutti questi elementi creavano giocoforza individui determinati, di sostanza, sebbene il fascismo non abbia purtroppo incalanato tali energie "positive" verso il bene, quanto piuttosto per portare a termine campagne e guerre demenziali, o per allearsi con le peggiori specie di criminali che abbiano mai camminato sulla faccia della terra. Detto ciò, non si può negare che qualcosa di meno deleterio nelle persone che loro malgrado sono state bambini e ragazzi negli anni in cui trionfava la didattica fascista, è rimasto, quindi è anche tenendo in conto simili elementi che ho cercato di spiegarmi il fenomeno Pittau.

Quando parlo di "fenomeno Pittau" nel presente contesto, non sto parlando dello studioso della civiltà etrusca e sarda, del linguista, o del glottologo, quanto piuttosto del personaggio molto al passo con i tempi digitali, dotato di una eccezionale vena anti-analogica che, durante l'ultima decade, ha mostrato di saper essere questo giovanotto in procinto di compiere il secolo di vita. Massimo Pittau ha insomma compreso subito ciò che non sono riusciti a comprendere tanti scrittori o studiosi molto più giovani di lui: cioè che il mondo è cambiato e che in quel mondo cambiato bisogna esserci se si vuole avere l'ambizione di dire qualcosa che resti, o che faccia una differenza. Lo scrittore, lo studioso, il professore Massimo Pittau si è quindi buttato con entusiasmo nelle opportunità, soprattutto editoriali, che questo mondo-cambiato offriva e lo ha fatto con un rigore, una determinazione, un entusiasmo raro. Ma non solo: lo ha fatto con una correttezza, una cortesia, una signorilità d'altri tempi che non sono mai venute meno, in nessuna occasione, e questo è pure un tratto che io ho profondamente apprezzato.

Ne deriva che l'idea di scrivere questo libretto è nata anche da una domanda che mi sono posta in numerose occasioni, specialmente negli ultimi tempi, dopo che mi sono resa conto di come Massimo Pittau stesse influenzando il mio lavoro in maniera importante, non tanto dal punto di vista contenutistico quanto rispetto alla dirittura fatta di rigore accademico e di studio impegnato che occorreva seguire: perché avevo incontrato un tal maestro? Perché le nostre strade si sono incrociate in maniera così evidente e per così lungo tempo?

Non ne ho idea di quale sia la risposta giusta a simili interrogazioni, ma immagino che la tipologia di anime che noi incontriamo sulla nostra strada, dipenda dal cammino che scegliamo di percorrere. Credo anche che ci siano delle affinità spirituali che, su livelli che noi non comprendiamo, determinano questi incontri e permettono agli stessi di diventare fecondi, cioè di produrre qualcosa di valido, di utile, come credo abbiamo fatto io e Massimo Pittau in tutti questi anni di intensa collaborazione.

Nel professore ho anche riscontrato tanti tratti che riconosco miei, primo fra tutti la testardaggine, una data scaltrezza, la determinazione nel proseguire nel percorso segnato non importa l'ostacolo che si frappone davanti, e poi la capacità di critica, anche tagliente. Con questo non sto dicendo che io abbia una visione idealizzata di Massimo Pittau, niente affatto, non me lo permetterebbe proprio quel mio forte tendere verso la critica sferzante appena menzionata, ma è piuttosto il contrario: cioè, nel tempo - a discapito degli aspetti epidermici del carattere - a meravigliarmi di più è stata la presa d'atto della sua grande serietà di metodo, della maniera professionale con cui ha affrontato una lunga vita dedicata allo studio che indubbiamente era nelle sue corde, era nel suo destino.

Rispetto a questi argomenti a me è anche sembrato di comprendere che esista, attualmente, una preoccupazione più grande delle altre che affligge Massimo Pittau, cioè il problema del suo lascito e della sua eredità intellettuale. Anche nell'intervista testé pubblicata egli ha chiuso rammaricandosi di non essere vissuto in luoghi più atti a dare maggiore visibilità alla tipologia di studi da lui condotti durante una lunga e proficua esistenza e ha messo il punto al discorso con un sibillino "La mia fama verrà dopo la morte". Fermo restando che - a dispetto dei detrattori (personaggi che si palesano sulla strada di chiunque e sovente dei più capaci), il professor Pittau è certamente un'autorità tra coloro che si sono dedicati allo studio della lingua protosarda, della lingua etrusca e non solo, la questione della preoccupazione su ciò che accadrà dopo che lascerà questo mondo, non è un argomento che ritengo degno della sua attenzione. A mio avviso, si tratta di crucci mondani difficili da comprendere. Ulteriore fama alla sua persona potrà infatti venire solo se nel futuro prossimo le sue teorie dimostreranno di avere resistito alla prova del Tempo (l'unica prova davvero importante per determinare la validità del nostro lavoro), ma anche se questo avvenisse che maggior bene ne avrebbe lui?

L'ultima volta che sono andata a Sassari abbiamo disquisito anche su un altro argomento simile. Il professore sosteneva che noi scriviamo affinché gli altri ci leggano, per nessun altro motivo. Per quanto mi riguarda una simile affermazione è in contraddizione con ogni mio credo relativo alla scrittura, laddove io ho sempre scritto non perché gli altri mi leggessero ma perché avevo qualcosa da dire, laddove io ho sempre scritto perché l'ho sentito come un diktat dell'anima che in più di una occasione mi ha procurato sostanziali problemi. Detto altrimenti, lungi dal voler scrivere per gli altri io avrei voluto non essere mai stata afflitta da quella che kafkianamente ho sempre definito "la malattia della scrittura".

Ecco, questi sono stati certamente i punti di minor convergenza tra me e il maestro Pittau, ma per tutto il resto la nostra è stata per lo più una entente cordiale, costellata da ben pochi scontri, una cosa peraltro abbastanza straordinaria essendo entrambi due spiriti molto forti. Oggi come oggi ho anche smesso di interrogarmi sul perché di questo nostro incontro, credo infatti che la ragione per cui sia occorso non sia tanto importante; l'importante è che ci sia stato, che io abbia avuto modo di imparare molto da lui. In qualche occasione mi è persino capitato di rassicurare il professore sul fatto che se dovessi sopravvivergli sarò senz'altro tra i tanti che proteggeranno la sua eredità intellettuale, ma d'altro canto Massimo Pittau ha solo 98 anni e da nipote di uno zio che se ne andò dopo avere abbondantemente passato il secolo di vita, mi sembra davvero troppo presto per indulgere in simili discorsi.

Lunga vita a Massimo Pittau e ancora cento dei suoi studi e dei suoi libri!

[1] AA. VV. Isole, Scritture Letterarie, Momenti d'Ogliastra, (a cura di Rina Brundu) Cagliari, Grafica del Parteolla, 2006


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