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Orizzonti del reale (Pt.15)

Creato il 31 ottobre 2017 da Theobsidianmirror

Orizzonti del reale (Pt.15)

Philippe de Champaigne,
Moïse avec les Dix Commandements, 1648, olio su tela

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI
La lunga parte di Orizzonti del Reale dedicata a John Marco Allegro termina qui. Quello che nelle mie intenzioni originali doveva essere poco più che un “inciso” nell’ambito di un progetto eterogeneo ha finito per occupare fin troppo spazio, ma tant’è. Resta solo da aggiungere qualcosa a proposito dell’idea-nucleo del suo saggio, un argomento a cui abbiamo già accennato ma che meriterebbe ancora pagine e pagine di discussione: quella così controversa e cruciale che riguarda le tracce dell’antico culto della fertilità degli Israeliti che, secondo lui, sarebbero contenute nella letteratura sacra, ovvero i nomi segreti del dio-fungo e tutto il rituale della morte-rinascita.
Se l'Antico Testamento ha un tono tutto sommato leggero e scanzonato, ravvisabile in giochi di parole e doppi sensi, il Nuovo Testamento ha una connotazione più profetica e, potremmo dire, più esoterica; ma nelle sue dissertazioni Allegro va molto oltre, affermando che quest’ultimo contiene invocazioni e incantesimi fra i quali va annoverato anche il “Padre Nostro”. Il verso “come in cielo, così in terra” ha in effetti una certa rassomiglianza con il motto ermetico “come in alto, così in basso”, probabile retaggio di una comune, antica sapienza, ma non mi aveva mai sfiorato l’idea non tanto che questa preghiera potesse avere un significato occulto, quanto che questo significato potesse essere diverso da quello che io supponevo.
Prendiamo la parola abba: per Allegro questo termine non vuol dire affatto “padre”, ma è un possibile gioco di parole su una frase sumerica riferita al sacro fungo (*AB-BA-TAB-BA-RI (1), da *AN-BAR, “distesa celeste”), e la prova starebbe nel fatto che ove viene utilizzata è sistematicamente fatta seguire dalla sua traduzione (“Abba, Padre”, come nell'Epistola ai Galati 4:6), cosa che sarebbe del tutto superflua se quella parola fosse facilmente comprensibile da chiunque, come del resto ci si aspetterebbe da un termine così comune.
Non entro oltre nel merito e mi limito a rimarcare, ancora una volta, che di primo acchito le interpretazioni di Allegro appaiono sempre azzardate, ma allo stesso tempo bisogna ammettere che la Bibbia e i Vangeli sono in larga parte scritti in maniera incomprensibile, non solo per la terminologia usata ma anche in merito ai fatti narrati: e questo è un dato di fatto, non un’opinione. Se la Bibbia doveva servire come allegoria e come esempio per il popolo eletto e lo scopo dei Vangeli era diffondere la buona novella, perché mai redigerli a quel modo? Perché la letteratura religiosa cristiana è scritta in modo tanto criptico? È davvero possibile attribuirne tutte le stranezze alle differenze culturali fra noi e gli antichi? Se a questo aggiungiamo che i Vangeli sono scritti in greco, e quindi sono la traduzione di testi preesistenti, il quadro si complica ancor di più (2).

Orizzonti del reale (Pt.15)

Stele di Hammurabi.
Museo del Louvre, Parigi.

Un'altra cosa che in qualche modo mi ha sempre turbato sono i principi espressi dalla legge mosaica, ovvero i famosi Dieci Comandamenti, specie in quella prima parte, molto autoreferenziale, che insiste sull’assoluta fedeltà e obbedienza. Ma aldilà della forma, che dire della “sostanza” dei Comandamenti? Non si può certo negare che si tratti di regole condivisibili, positive: chi può dire di non apprezzare la correttezza, la benevolenza e la compassione? Tuttavia, come giustamente Allegro fa notare, benché degni di lode i Comandamenti sono un po' troppo generici per poter essere davvero definiti una legge: per esempio, in tempi antichi i Beduini sopravvivevano anche grazie alla razzia e all'omicidio, si può dire che per loro entrambe le cose fossero la prassi, perciò non bastava affermare, che so, che uccidere era sbagliato, ma occorreva anche definire che cosa poteva essere definito omicidio e cosa no, in modo da non fornire scappatoie per sfuggire alla punizione. In tal senso, un lavoro migliore fu fatto con le 282 norme del Codice di leggi incise sulla Stele di Hammurabi.
Gran parte del decalogo dei cristiani esprime in realtà un concetto molto semplice, ovvero l'esortazione a non fare agli altri ciò che non si vorrebbe che gli altri facessero a noi, ma quest'idea si ritrova identica anche nel Confucianesimo e chissà in quante altre religioni e filosofie... La potenza dei Comandamenti è anche molto lontana, a mio umilissimo parere, dalla profonda semplicità di quello che viene considerato il più importante fra i precetti del Buddismo: “Non fare alcun male; pratica tutto il bene; purifica il tuo cuore”. So bene che anche i precetti buddisti esistono in forma più estesa (Primo, non ucciderai. Secondo, non ruberai. Terzo, non bramerai, eccetera), ma quando li si riassume si va dritto all'essenziale, e l'essenziale riguarda i pensieri e le opere dell'uomo e non il culto della divinità che, fra l'altro, è assente.
Se il paragone vi sembra comunque fuori luogo, provate a confrontare i Dieci Comandamenti con qualcosa di decisamente più moderno, benché simile per struttura e intenti: la Dichiarazione di Amsterdam. Trovate il testo integrale in inglese qui, se vi interessa.
Orizzonti del reale (Pt.15)
Il fatto che concetti analoghi a quelli dei Comandamenti possano scaturire da principi umanistici e non religiosi dovrebbe far riflettere: finché l'etica non verrà equiparata in tutto e per tutto alla morale, avremo sempre bisogno di un dio che ci dica cosa è giusto e cosa è sbagliato. È perché il nostro cuore e la nostra coscienza sono assopiti che la natura viene devastata, e gli animali schiavizzati e visti solo come cibo. La chiudo qui, perché non voglio cedere alla retorica e soprattutto perché sono stanco, ché la lunga esplorazione de “Il fungo sacro e la croce” mi ha lasciato mentalmente e fisicamente esausto.
Per finire, tanto per ribadire il concetto, non sono affatto convinto che Allegro avesse ragione in tutto e per tutto: non sono abituato a prendere per oro colato tutto quello che leggo. Non è detto che egli comprendesse in toto la mentalità degli antichi e non l'abbia in parte travisata, né che tutte o parte delle traduzioni e ipotesi che ci ha proposto non siano solo il frutto di un’immaginazione molto fertile. Non possiamo saperlo, ma se anche una sola di esse fosse corretta, per amore di verità non potremmo restare indifferenti. È con questo spirito che molti studiosi moderni hanno rotto l’imbarazzante oblio che circondava l’opera di Allegro e hanno intrapreso un'analisi critica del suo lavoro, e spero che in futuro vedremo tutti il frutto di questa sinergia di idee che travalica lo spazio e il tempo.
Lo stesso Allegro si ispirò al lavoro di James Frazer, benché questo non sia forse stato sottolineato a dovere, e lo stesso Frazer (che a sua volta si rifece ad altri) è stato tutt’altro che esente da critiche. Sia l’uno che l’altro operarono delle forzature logiche, anche se in buona fede, ma al netto di questo e degli inevitabili errori di interpretazione che entrambi possono aver fatto, non credo sia corretto mettere semplicemente da parte le loro opere con un’alzata di spalle e magari ridicolizzarle. Perché da loro possiamo ricavare almeno quest’unica, importante lezione: mai accontentarsi della prima cosa che ci viene detta, ma tenere la mente aperta ed essere consapevoli che la verità non è ancora stata scritta. Né mai, forse, lo sarà.
CONTINUA
(1) Quella stessa frase sumera sarebbe stata tramandata in una formula che a un certo punto è entrata a far parte della letteratura fiabesca, e che per questo ha ormai perso le sue reali e antiche connotazioni magiche: “abracadabra”. Ma, Allegro a parte, sono stati in molti a tentare di spiegare l’origine di questa antica formula ermetica. Una delle ipotesi più note la ricollega ad Abraxas, che nella gnosi viene identificato con Cristo o con il suo opposto, il suo antagonista (non in senso negativo, ma in quanto regnante o Demiurgo di questa dimensione contrapposto al Cristo che regna nei Cieli) – ma anche, ad esempio, a Mitra. Secondo lo scrittore ed esperto di esoterismo Jean-Marquès Rivière, la parola abracadabra deriva invece dall’ebraico abrech ad habra, traducibile all’incirca come “invia il tuo fulmine fino alla morte”. Secondo questa interpretazione, Abrach-Abraxas era forse una formula per invocare la potenza del fulmine, ovvero la potenza di Dio; o se preferite la Kundalini, quell’energia ‘vibrazionale’, elettromagnetica dell’essere umano che in particolari condizioni si libera, scorrendo nell’asse cerebro-spinale. Abraxas, iconograficamente, era rappresentato come un serpente piumato (aveva una testa da gallo, per arti due serpenti, un frustino nella mano destra e uno scudo nella sinistra); era insomma il Caduceo, l’unione fra cielo e terra che gli ermetici chiamano Androgino. Tutte queste idee mi sembrano abbastanza coerenti con quella di Allegro, sebbene espresse in termini diversi. 
(2) Resta in fatto che, se è possibile ipotizzare che la religione cristiana sia il retaggio di un antico culto della fertilità basato sull’assunzione di sostanze psichedeliche, a distanza di millenni è impossibile dimostrare la volontarietà degli scrittori e censori cristiani di celarne ogni riferimento nei loro testi sacri. La verità sulle cosiddette Sacre Scritture è, temo, morta con loro.

Orizzonti del reale (Pt.15)

Duomo di Prato: pulpito "fungino" esterno, opera di Donatello e Michelozzo databile al 1428-1438.


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