Outcast, di Alina Bronsky (ovvero: la fata è il nuovo vampiro)

Creato il 31 maggio 2014 da Joeundfreida @JoeUndFreida

Avevo paura che le sue dita scivolassero giù fino a toccare la cicatrice accanto alla scapola sinistra. Se fosse successo, lo avrei colpito di riflesso: non c’era punto del mio corpo più sensibile di quello.

Nel 1998 avevo sette anni, facevo la seconda elementare e leggevo Harry Potter prima che fosse mainstream anche in Italia; appena qualche anno dopo, improvvisamente, sembrava che l’unico modo per raccontare una storia di ambientazione fantastica fosse quello di partire da un protagonista con poteri inusitati (meglio se giovane e orfano) e basare tutto il conflitto proprio sul suo essere particolare. Basti pensare ad Artemis Fowl, Molly Moon e La bambina della Sesta Luna, che non hanno mancato di generare saghe infinite. Perfino Eragon, che già partecipava dell’era della contaminazione high fantasy generatasi dal successo dei film de Il Signore degli Anelli, ha come punto focale della trama il fatto che Eragon sia figlio di uno dei grandi cattivoni e particolarmente dotato nell’uso della magia.

Più di recente, dopo il successo di Twilight, ecco fioccare amori vagamente declinati tra umani e creature sovrannaturali – e non si tratta solo del fatto che, come per un cruento articolo di cronaca, improvvisamente si presti maggiore attenzione ad un tipo particolare di schema narrativo. Nel bene e nel male, realmente si generano delle mode e gli scrittori di mestiere si sentono chiamati a dire la loro.

Ora che, grazie a tutti gli dei, il periodo dei mostri innamorati sembra essersi avviato alla conclusione, ecco che iniziamo con i cloni di Hunger Games; un po’ si recuperano vecchi prodotti e si rileggono trasformandoli in una citazione più o meno consapevole (Snowpiercer), un po’ si inizia a riscaldare la minestra come in Divergent.

Le saghe prima della Twilight saga. Chi le indovina tutte non vince nulla – ma probabilmente da piccolo si è divertito molto.

Tutta questa premessa, l’avrete intuito, per dire che anche con Outcast ci tocca mangiare avanzi del giorno prima: la società è rigidamente strutturata e divisa tra Normali (che, manco a dirlo, si comportano in modo assolutamente normale) e gente che fa cose anticonvenzionali (come la madre della protagonista, che dipinge – rebel rebel, your face is a mess…). Juliana ha un padre rigorosamente Normale ma, quando la madre scompare, si troverà a scoprire che l’originalità è una cosa positiva. Ah, in quarta di copertina ci dicono anche che la madre è una fata.

Anche con queste premesse, Outcast sarebbe potuto essere un bel libro; sono tanti i casi di storie che, pur non avendo una trama straordinariamente intrigante, risultano piacevoli da leggere. La voce della protagonista è poi abbastanza pungente e, se magari non strappa una smorfia anche con le battute meno riuscite, se non altro si fa leggere.

Due fantagenitori, il famoso cartone – che siano i genitori di Juliana?

Quello che non ho apprezzato nella scrittura della Bronsky è lo stesso problema che affligge opere anche molto promettenti come Bilico: l’irresistibile, sfrenata tentazione dello scrittore di raccontare subito, raccontare tutto, e, infine, raccontare troppo.

Il merito di questa narrazione è di chiarire subito la situazione: la casa è devastata, la madre è scomparsa e, anche se si inizia già nel bel mezzo dell’azione, il lettore ha ben chiari fin da subito i personaggi ed i rapporti che intercorrono tra di loro. Tuttavia, la situazione precipita e il troppo stroppia quando, a pagina sei dell’anteprima, l’autrice si lancia in una lunga descrizione di come si siano evoluti i rapporti tra padre e figlia dopo la separazione dai genitori. Non dubito che si tratti di informazioni importanti e di eventi determinanti per la psiche della protagonista, ma non mi stancherò mai di dirlo: scrivere un romanzo non è raccontare al compagno di banco cosa si è fatto la sera prima. Che si usi la prima o la terza persona, l’indicativo presente o il convenzionale passato remoto, l’obiettivo è far sentire il lettore come fosse presente egli stesso nella scena.

Comunque sia, di solito il bisogno di raccontare gli antefatti si esaurisce nei primi capitoli e, forse, l’autrice che lo Spiegel ha definito una delle voci più promettenti della nuova generazione potrebbe meritare una lettura.

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 Madame Freida


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