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Padiglione Italia. 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

Creato il 08 giugno 2011 da Fabry2010

di
Roberto Plevano

Padiglione Italia. 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia



Il tema campeggia ripetuto nelle insegne al neon nelle grandi sale dell’Arsenale, L’Arte non è cosa nostra, motivo conduttore del Padiglione Italia all’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. È un doppio senso che non impressiona per sottigliezza.

Quest’anno l’allestimento del Padiglione italiano coincide con le celebrazioni del centocinquantenario dell’unità nazionale. Ghiotta occasione per un bilancio, un check-up, un rendiconto, una qualche riflessione sulle esperienze artistiche italiane del nuovo millennio. Con qualche ambizione e coraggio intellettuale, la curatela del padiglione nazionale potrebbe stimolare una proposta di sintesi, individuare delle linee di indirizzo, suggerire percorsi, avvicinare il futuro… in soldoni, definire un’estetica attuale tra individuo e società, tra pratica dell’arte e realtà. E contribuire così all’interpretazione dell’elusiva identità nazionale.

Bene, nulla di tutto questo si offre tra le sale e il giardino del Padiglione Italia.
Nel gennaio 2010 il Ministro per i Beni e le Attività Culturali Sandro Bondi scuote il mondo dell’arte contemporanea nominando Vittorio Sgarbi curatore del Padiglione Italia. Promozione? Rimozione? Molti interrogativi si sollevano sulla scelta del ministro, e più in particolare sulla competenza specifica dello stesso nominato, che non ha mancato occasione per esprimere il suo disinteresse e disgusto personale per una grossa parte dell’arte contemporanea. Seguono mesi di polemiche, accuse, capricci, ripicche, minacce di dimissioni per mancata nomina a sovrintendente del polo museale di Venezia da parte del nuovo ministro Galan, minacce rientrate appena prese sul serio, secondo buona tradizione italiana.

Nel frattempo il curatore (in realtà è qualcosa di più e qualcosa di meno) lavora. Tra altri ben remunerati impegni, mobilita la sua rete di relazioni, vaglia progetti, assume collaboratori, richiede spazi e altri spazi, coinvolge Accademie di Belle Arti, attiva la rete degli Istituti Italiani di Cultura all’estero, organizza insomma l’Evento Culturale dell’Anno, quello che lascerà un Segno, finalmente il più deciso «tentativo della destra di sviluppare una politica culturale che non vada a rimorchio della sinistra», nelle parole di Bonito Oliva. O se si preferisce, «il risarcimento del rapporto fra letteratura, pensiero, intelligenza del mondo e arte», secondo il curatore stesso.

E allora rompere con le consolidate convenzioni, i compromessi, le consorterie dei critici, delle riviste, con gli addetti ai lavori, il maneggio dei mercanti d’arte, l’élite del collezionismo. L’Arte va liberata dalla tutela soffocante del Sistema (identificato in modo scoperto con la sinistra storica e radical-chic). Insomma, come il curatore, nella capacità di sindaco di Salemi, si vanta di una sua battaglia contro cosa nostra siciliana, così questa battaglia si estende alle cosche che tengono in ostaggio l’arte italiana. L’arte non è cosa nostra: non è mafia, anzi è resistenza alla mafia; non è di nessuno, perché è di tutti.

Questo il semplicistico, demagogico (e cinicamente strumentale) messaggio, ad uso esclusivo di recriminazioni di politica interna e di carattere personale tra l’altro, per lo più incomprensibili nel resto del mondo, e la cosa è un paradosso in questo contesto di esposizione internazionale. Il risultato di un anno e mezzo di lavoro si è inaugurato di fronte al mondo il 3 giugno: Sgarbi si è consegnato a una missione forzatamente polemica, a cui non corrisponde nei fatti alcun contenuto espositivo, nessuna selezione congruente di opere.

Cosa nostra (intesa come organizzazione criminale) è il tema della grande istallazione del Museo della Mafia (uno spazio dedicato nelle Tese dei Soppalchi, Padiglione Italia), portato da Salemi a Venezia dal suo creatore, lo scenografo Cesare Inzerillo. Lungo un percorso di corridoi stretti e scuri, tappezzati dalle prime pagine dei giornali dall’unità d’Italia all’oggi su fatti di sangue e di crimine mafioso, si accede a uno spazio buio in cui dieci cabine elettorali dipinte di nero offrono a chi si chiude la porta alle spalle un sunto dell’esperienza di mafia: il sangue, gli spari, il rapporto con la società, la chiesa, gli appalti, sanità, acqua, informazione, carcere, politica, i morti. Altri spazi ospitano i tableux con mummie con cui Inzerillo si è fatto un nome.

Il museo di Inzerillo (“nato da un’idea di Sgarbi”, viene continuamente ricordato) ha perlomeno un focus preciso, fermandosi sugli aspetti “esteriori”, di impatto emotivo, di cronaca nera della mafia, facendone un fenomeno caratteristicamente siciliano. È però un innesto estemporaneo sulla gran massa del materiale del Padiglione. Che si trova lì immagazzinato perché il curatore non si è curato appunto di selezionare qualcosa di artisticamente significativo, rappresentativo, interessante, ma ha deferito il suo lavoro a duecento «persone che ammiro, che sono diversamente ammirate» che hanno indicato ciascuna un artista, un pittore, fotografo, ceramista, designer, video artista, grafico, ritenuto «il più interessante in questa apertura del nuovo millennio». «I 200 “segnalatori” sono testimoni di una realtà che non può essere esiliata in un ghetto avvalorando le tendenza delle gallerie d’arte. Insomma, 200 punti di vista, per una rappresentazione caleidoscopica e libera dal pregiudizio di un critico che abbia la sua squadra, le sue predilezioni, i suoi protetti».

Scaricare su altri la responsabilità personale delle scelte? Un gesto pilatesco di miope furbizia? Una cortina fumogena per nascondere limiti intellettuali e culturali? Interessi inconfessabili? Improvvisazione? Dilettantismo? C’è differenza così tra “segnalazione” e “raccomandazione”? Si può distinguere tra imparzialità, onestà intellettuale e conflitto di interessi? Domande… domande…

Ogni opera è così esposta abbinando l’artista al suo mallevadore, a perpetuo tramandare la dipendenza della creatività individuale dall’approvazione dell’auctoritas, quella sì riconosciuta e riverita. Il risultato è una pletora bulimica di oltre 260 opere (il numero preciso non si sa), che coprono ogni parete, ogni superficie calpestabile e no, ogni angolo, che non hanno alcun denominatore comune di gusto, di tema, di tendenza, di valore soprattutto. Su questo le critiche si sono sprecate. Posso aggiungere che l’ansia da horror vacui si è estesa fino ai punti più elevati dei muri, col risultato che è impossibile osservare molte opere che le stratificazioni dell’allestimento hanno collocato in alto (immagino con soddisfazione degli artisti finiti nel loft). Così come è difficile concentrarsi su qualsiasi pezzo dell’esposizione, ogni cosa pare buttata lì da un distratto magazziniere. Dal suolo i commenti si fanno sentire: “asfissia”, “indigestione”, “soffocamento”, “this is terrible!”.

La responsabile dell’allestimento, Benedetta Tagliabue Miralles, ne fa tuttavia un merito: «Il Padiglione Italia simile all’atelier degli artisti che qui espongono, dove le opere sono in uno stato vivo… Ogni spazio si utilizza, le quadrerie si affastellano sulle strutture, sulle pareti, sui soffitti…». È una concezione puramente “di arredamento” dell’esposizione delle opere, lo spazio è un contenitore da riempire, non un concetto da definire, da interpretare, l’orientamento della percezione.

Altri commenti, non benevoli, sulle capacità organizzative del curatore. La lista di artisti e mallevadori data alla stampa è incompleta. Opere si aggiungono e si tolgono ogni giorno, è impossibile sapere che cosa ci sia effettivamente nel Padiglione Italia. Il curatore va e viene, è sempre in giro e non si presenta alle riunioni. Si presenta con ore di ritardo. Mi sono rotto i coglioni di lavorare con Sgarbi.

La conferenza stampa sotto l’inquietante L’Italia in croce di Gaetano Pesce e l’azienda Cassina (rappresenta un paese di macerie sanguinolenti) è un tripudio di telecamere e vipperia. Apre Paolo Baratta, Presidente della Fondazione Biennale. La mostra è un occasione di coraggio e speranza. Abbiamo avuto coraggio (again) con il curatore (traduzione: non potevamo dire di no). L’Arte non è cosa nostra è affermazione, vocazione, speranza (non aspettatevi una mostra d’arte). Test sulla società italiana. Esperimento che tutti i paesi dovrebbero fare (purtroppo ci distinguiamo anche qui). Il rapporto tra classe dirigente e artisti (ogni mq. qui è lottizzato, lo spazio è consumato come il territorio della nazione). Trasparenza (acqua azzurra, acqua chiara, viene in mente). Flash. Movimenti di cameramen. Elio! Elio! Elio e le Storie Tese! Elio saluta e distribuisce santini di lui in saio francescano. Parla il curatore, in versione descamisada, sembra che abbia preso un flûte di Ferrari di troppo al tavolo del catering, quindi è più tranquillo del solito. Sozzani Prada Fendi Trussardi vili mercanti, il pensiero unico dei soldi, che schifo, io sono dalla parte di Montale e Testori (eh già, i cattolici moderati). Vado contro il marketing, oggi la direttrice di Vogue è diventata come Vasari. Anish Kapoor ha fatto uno scempio, la Sovrintendenza non doveva consentirlo (guai a non aver dato anche quell’incarico al descamisado!). Nel Padiglione Italia era esposto un Piero della Francesca (deve essere una sua fissazione), quegli ignoranti dei critici non se ne sono nemmeno accorti. Autoreferenziali. Ignoranti (again). Ridicoli. I duecento intellettuali che hanno scelto (sic!) le opere in esposizione giustamente non devono essere degli specialisti perché l’arte è per tutti. Non mi pento, come Don Giovanni. Non mi pento. I critici e i curatori come Bonito Oliva indicano i loro protetti e ci portano nella loro infermeria dove curano i loro pazienti. Con loro l’arte è diventata un sanatorio separato dal mondo (come gliele canta!). Degli artisti nominati, nessuno si è tirato indietro (magari il problema è proprio questo). Ci sono tutti! Giovani e vecchi. Gillo Dorfles, 101 anni. Geminello Alvi ha consigliato Giuliano Vangi. Giù liste di nomi (l’arte contemporanea è un elenco, come l’essere dello spirito è un osso). Ho esposto anche porcherie, come Kounellis, più arte poverissima che povera, lui comunista non poteva dire di no alla miliardaria Fendi, che compra le sue opere, ma non è venuto perché si vergognava di avere contatti con me (il curatore è vendicativo e non dimentica gli sgarbi). Gaetano Pesce è un grande organizzatore, un prezioso collaboratore, ha lavorato contro mode e raccomandati. La moda ha ucciso l’architettura. Viva l’arte, viva gli artisti, a morte i critici! Applausi (pochi), nessun fischio.

Si torna nelle sale affollate. Venendo da altri padiglioni dove gli allestimenti sono meditati, ariosi, sobri, qui c’è un disordine che è azzeramento di senso critico selettivo. L’allestimento vuole forse comunicare l’impressione di una febbrile e feconda confusione creativa, e invece il risultato è una giustapposizione di eterogeneità.

Nonostante l’effetto magazzino, che degrada nella baracconata appena fuori nei giardini, a cercarle si notano cose interessanti, accanto a lavori francamente imbarazzanti (come Cristo in croce con mutanda griffata Dolce & Gabbana). Se solo questa faccenda del nome del mallevadore non distraesse così…

Le vedute del fotografo Bruno Cattani (sponsorizzate da Italo Zannier), grigi di solitudine e sospensione del tempo.

Padiglione Italia. 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

I bronzei cavalieri dell’Apocalisse di Federico Severino, figlio dell’Eleate.

Padiglione Italia. 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

La rivisitazione del futurismo nelle sculture di Marcello Pietrantoni (sponsor Stefano Zecchi).

Padiglione Italia. 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

Il lavoro di scultura monumentale, l’amore per la pietra del quarantenne Filippo Dobrilla.

Giuseppe Bergomi (sponsor Mario Botta).

Le ginnastiche pornosadomasochistiche del fumettista e disegnatore Riccardo Mannelli, segnalato da Ascanio Celestini.

I bronzi epici dell’Esercito di anime di Franco Politano (sponsor Lucio Dalla)

Padiglione Italia. 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

Giuseppe Bartolini con il suo Maggiolino VW (sponsor Antonio Moresco).

Padiglione Italia. 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

L’esercizio di discrezione sulla bandiera italiana di Giosetta Fioroni, intenso e commovente. Il collage di Mimmo Paladino.

Una parete di cento televisori accesi in un’estremità del salone sono collegati in diretta con tutti gli Istituti Italiani di Cultura nel mondo e uno studio televisivo è stato approntato per l’inaugurazione del padiglione: filmati, presentazioni, brevi interviste di artisti, altre mostre, attività. Questa parte, molto seguita, è stata organizzata direttamente dal Ministero degli Affari Esteri grazie allo sforzo della Dr.ssa Francesca Valente, già direttrice degli Istituti di Cultura di Toronto, Chicago e Los Angeles.

Padiglione Italia. 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia
Per finire, Gaetano Pesce, nominato da Alain Elkann, ha portato l’opera emblema dell’esposizione, la drammatica Italia in croce, progetto in realtà risalente al 1976 e mai realizzato fino a oggi. Il veterano Pesce tuttavia sembra essere stato contagiato dalla confusione, dei fatti con le rappresentazioni caricaturali, del curatore che ha approntato la mostra come una sorta di format televisivo di prima serata: più roba c’è, più si fa audience. Allora, non pago di avere l’Italia in croce, oltre il dramma Pesce a Venezia ha portato la farsa: due “poltrone in poliuretano estruso a caldo multicolore”, in pratica due dimenticabili troni / sculture psichedelici di concrezioni plastiche e tubi, piazzati ai lati del passaggio tra sale e giardini, e ha assiso su di essi Adamo e Eva. È il padiglione italiano, non poteva mancare un po’ di haut couture (oh oh, je suis désolé, culture), un modello e una mammelluta starlette del porno, au naturel (se si sorvola sulle prepotenti protesi mammarie di lei, couture bien sûr, pas nature, ma l’occhio fatica assai a non caderci sopra). L’uomo nudo riscuote attenzione minore. Hard culture? No, è copertura giornalistica assicurata, perché ai fenomeni da baraccone, alle tette e ai culi e alle chiacchiere (la starlette passa per una protetta del curatore, per fortuna Pesce ha lavorato contro mode e raccomandati) nessuno è indifferente, e se non lo si riconosce si è ipocriti, come predicato per convenienza e convinzione dalla destra di governo e dal curatore.

Qui tutto torna, il moralista capisce che il baraccone, il padiglione, non è una cosa seria. Il trash è sempre trendy, la fatica e il tormento dell’artista roba per malinconici depressi da mettere in un angolo, sperando che si noti poco. Lo spessore culturale è questo.

Nella latitanza di idee, del senso delle cose necessarie, il cazzeggio imperversa. Se non c’è un’idea, se non si sa quello che si sta facendo, allora tutto va bene, non c’è controllo, estetico o di semplice civiltà. Un bazar, un varietà, un circo, ancora un’attrazione siori e siore, e giù ancora comparsate, snocciolamenti di NOMI: dei mallevadori e dei rispettivi “segnalati”, come a dire che nell’Italia del centociquantenario la lettera di raccomandazione è accompagnamento necessario per occupare qualche metro quadrato di vetrina. Per comparire. Per esistere.

*** ***

Un’ultima cosa.

Nell’edizione veneta del Corriere della Sera, in data 22 maggio, Tiziano Scarpa interviene sulla polemica a proposito del progetto di un Padiglione Italia senza curatore. L’idea, ammette, gli pare buonissima. perché ormai il ruolo dei curatori è diventato più importante di quello degli artisti, che hanno accettato questa situazione. Non si uniscono più in gruppi, non scrivono manifesti. Lasciano che siano i curatori a dare senso al loro lavoro, a scegliere le opere e inserirle in un percorso. Le grandi mostre sono opere d’arte del curatore.

Scarpa scrive descrivendo una situazione in cui il curatore graziosamente e responsabilmente avrebbe rinunciato a esercitare il suo potere di scelta, di vita e di morte su opere e artisti, e quindi sulle dinamiche di mercato. Questa idea coincide con quanto dà a intendere di sé Sgarbi stesso nei comunicati stampa.

Ci sarebbe da osservare che una mostra senza curatela è un nonsenso. Ci sono curatori discreti, e altro fracassoni e invadenti. La curatela Sgarbi è cospicua nel suo ostentare scelte altrui. In altre parole: la pretesa di offrire un rapporto immediato con l’opera (impossibile in linea di principio, semmai suggeribile attraverso una grande attenzione nell’allestimento) è qui vanificata da una preliminare selezione di suggeritori, dall’accettazione piatta e indifferenziata delle loro proposte, dal mero ammasso dell’allestimento, che è impedimento a un consapevole e meditato accostamento all’opera. Come si fa a sostenere «Io preferisco l’opera sola, disarmata, che cerca di parlarmi con il minor numero di mediazioni possibili» e dare credito a questo Padiglione Italia?

Inoltre il rilievo di Scarpa è parallelo alla reazione dei difensori della mostra: l’eterogeneità dei materiali esposti rifletterebbe lo stato di disordine dell’arte e della società italiana. L’esposizione in realtà non può registrare uno stato di cose, ma è sempre un offrire interpretato (perdonate il gergo). Come se i curatori dicessero: «Facciamo le cose come capita, perché il “come capita” è lo spirito del tempo che vediamo in questo aprirsi di millennio in Italia».

Dice Scarpa: «Mi piacciono le fiere perché sono caotiche. Sono mega-installazioni involontarie. Le opere cercano di esprimersi in mezzo alla confusione. La trovo una situazione più veritiera rispetto a molte rassegne ufficiali, dove il silenzio suona un po’ falso».

Io credo che sia sbagliato dire che con 200 curatori è come se non ci fosse curatore. Si sono viste proposte pensate, appassionate, come quella di Scarpa (il videoartista Bruno Muzzolini, personalità notevole), e anche proposte distratte, ambiziose, interessate, sprezzanti. In questa confusione muoiono tutte le buone intenzioni.



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