Palmiro Togliatti (26 marzo 1893 – 21 agosto 1964)

Creato il 21 agosto 2014 da Marvigar4

 

Palmiro Togliatti

Il Memoriale di Yalta

Promemoria sulle questioni del movimento operaio internazionale e della sua unità

Yalta, agosto 1964

La lettera del P.C.U.S., con l’invito alla riunione preparatoria della conferenza internazionale giunse a Roma pochi giorni prima della mia partenza. Non abbiamo quindi avuto la possibilità di esaminarla in una riunione collettiva della direzione, anche per l’assenza di molti compagni. Abbiamo soltanto potuto avere uno scambio rapido di idee fra alcuni compagni della segreteria. La lettera sarà sottoposta al Comitato Centrale del partito, che si riunirà alla metà di settembre. Rimane intanto fermo che noi prenderemo parte, e parte attiva, alla riunione preparatoria. Dubbi e riserve circa l’opportunità della conferenza internazionale rimangono però in noi, soprattutto perché è ormai evidente che a questa non parteciperà un gruppo non trascurabile di partiti, oltre quello cinese. Nella stessa riunione preparatoria ci sarà senza dubbio offerta la possibilità di esporre e motivare le nostre posizioni, anche perché esse investono tutta una serie di problemi del movimento operaio e comunista internazionale. Di questi problemi farò un rapido cenno nel presente memoriale, anche allo scopo di facilitare ulteriori scambi di idee con voi, qualora questi siano possibili.

Sul modo migliore di combattere le posizioni cinesi

Il piano che noi proponevamo per una lotta efficace contro le errate posizioni politiche e contro l’attività scissionista dei comunisti cinesi era diverso da quello che effettivamente è stato seguito. In sostanza il nostro piano si fondava su questi punti:

• non interrompere mai la polemica contro le posizioni di principio e politiche cinesi;

• condurre questa polemica, a differenza di ciò che fanno i cinesi, senza esasperazioni verbali e senza condanne generiche, su temi concreti, in modo oggettivo e persuasivo, e sempre con un certo rispetto per l’avversario;

• in pari tempo procedere, per gruppi di partiti, a una serie di incontri per un esame approfondito e una migliore definizione dei compiti che si pongono oggi nei differenti settori del nostro movimento (Occidente europeo, paesi dell’America latina, paesi del terzo mondo e loro contatti col movimento comunista dei paesi capitalistici, paesi di democrazia popolare, ecc.). Questo lavoro doveva farsi tenendo presente che dal ’57 e dal ’60 la situazione in tutti questi settori è seriamente cambiata e senza un’attenta elaborazione collettiva non è possibile arrivare a una giusta definizione dei compiti comuni del nostro movimento;

• solo dopo questa preparazione che poteva occupare anche un anno o più di lavoro, avrebbe potuto essere esaminata la questione di una conferenza internazionale, la quale potesse veramente essere una nuova tappa del nostro movimento, un suo effettivo rafforzamento su posizioni nuova e giuste.

In questo modo avremmo anche potuto meglio isolare i comunisti cinesi, opporre loro un fronte più compatto, unito non soltanto per l’uso di comuni definizioni generali delle posizioni cinesi, ma per una più profonda conoscenza dei compiti comuni di tutto il movimento e di quelli che concretamente si pongono in ognuno dei suoi settori. Del resto, una volta ben definiti i compiti e la linea politica nostra settore per settore, si sarebbe anche potuto rinunciare alla conferenza internazionale, qualora ciò fosse apparso necessario per evitare una scissione formale.

È stata seguita una linea diversa e le conseguenze non le giudico del tutto buone. Alcuni (forse anche molti) partiti si attendevano una conferenza a brevissima scadenza, allo scopo di pronunciare un’esplicita solenne condanna, valida per tutto il movimento. L’attesa può anche averli disorientati.

L’attacco dei cinesi si è intanto sviluppato ampiamente e così la loro azione per costituire piccoli gruppi scissionistici e conquistare alle loro posizioni qualche partito. AI loro attacco si è risposto in generale con una polemica ideologica e propagandistica, non con uno sviluppo della nostra politica legato alla lotta contro le posizioni cinesi.

Alcuni atti sono stati compiuti in quest’ultima direzione dall’Unione Sovietica (firma del patto di Mosca contro gli esperimenti nucleari, viaggio del compagno Krusciov in Egitto, ecc.) ed essi sono stati delle vere e importanti vittorie conseguite contro i cinesi. Il movimento comunista degli altri paesi non è però riuscito a far nulla di questo genere. Per spiegarmi meglio, penso, per esempio, all’importanza che avrebbe avuto un incontro internazionale, convocato da alcuni partiti comunisti occidentali, con un’ampia sfera di rappresentanti dei paesi democratici del “terzo mondo” e dei loro movimenti progressivi, per elaborare una concreta linea di cooperazione e di aiuto a questi movimenti. Era un modo di combattere i cinesi coi fatti, non soltanto con le parole.

Ritengo interessante in proposito la nostra esperienza di partito. Abbiamo nel partito, e ai suoi margini qualche gruppetto di compagni e simpatizzanti che inclinano verso le posizioni cinesi e le difendono.

Qualche membro del partito ha dovuto essere cacciato dalle nostre file perché responsabile di atti di frazionismo e di indisciplina. In generale però noi conduciamo su tutti i temi della polemica con i cinesi ampie discussioni nelle assemblee di cellula e di sezione, e negli attivi cittadini. Il maggior successo lo si ha sempre quando si passa dall’esame dei temi generali (carattere dell’imperialismo e dello Stato, forze motrici della rivoluzione, ecc.) alle questioni concrete della nostra politica corrente (lotta contro il governo, critica del partito socialista, unità sindacale, scioperi, ecc.). Su questi temi la polemica dei cinesi è completamente disarmata e impotente.

Da queste osservazioni ricavo la conseguenza che (anche se oggi già si lavora per la conferenza internazionale) non si deve rinunciare a iniziative politiche che ci servano a sconfiggere le posizioni cinesi e che il terreno sul quale è più facile batterle è quello del giudizio sulla situazione concreta che oggi sta davanti a noi e dell’azione per risolvere i problemi che si pongono, nei singoli settori del nostro movimento, ai singoli partiti e al movimento in generale.

Sulle prospettive della situazione presente

Noi giudichiamo con un certo pessimismo le prospettive della situazione presente, internazionalmente e nel nostro Paese. La situazione è peggiore di quella che stava davanti a noi due-tre anni fa.

Dagli Stati Uniti d’America viene oggi il pericolo più serio. Questo paese sta attraversando una profonda crisi sociale. Il conflitto di razza tra bianchi e negri è soltanto uno degli elementi di questa crisi.

L’assassinio di Kennedy ha palesato fino a che punto può giungere l’attacco dei gruppi reazionari. Non si può in nessun modo escludere che nelle elezioni presidenziali debba trionfare il candidato repubblicano (Goldwater), che ha nel suo programma la guerra e parla come un fascista. Il peggio è che l’offensiva che costui conduce sposta sempre più a destra tutto il fronte politico americano, rafforza la tendenza a cercare in una maggiore aggressività internazionale una via d’uscita a contrasti interni e la base di un accordo con i gruppi reazionari dell’Occidente europeo. Ciò rende la situazione generale assai pericolosa.

Nell’Occidente europeo la situazione è molto differenziata ma prevale, come elemento comune, il processo di ulteriore concentrazione monopolistica, di cui il Mercato Comune è il luogo e lo strumento. La concorrenza economica americana, che si fa più intensa e aggressiva, contribuisce ad accelerare il processo di concentrazione. Diventano in questo modo più forti le basi oggettive di una politica reazionaria, che tende a liquidare o limitare le libertà democratiche, a mantenere in vita i regimi fascisti, a creare regimi autoritari, a impedire ogni avanzata della classe operaia e ridurre sensibilmente il suo livello di esistenza.

Circa la politica internazionale, le rivalità e i contrasti sono profondi. La vecchia organizzazione della NATO attraversa un’evidente seria crisi, grazie particolarmente alle posizioni di De Gaulle. Non bisogna farsi illusioni, però. Esistono certamente contraddizioni che noi possiamo sfruttare a fondo; sino ad ora, però, non appare, nei gruppi dirigenti degli Stati continentali, una tendenza a svolgere in modo autonomo e conseguente un’azione a favore della distensione dei rapporti internazionali. Tutti questi gruppi, poi, si muovono, in un modo o nell’altro e in maggiore o minore misura, sul terreno del neocolonialismo, per impedire il progresso economico e politico dei nuovi Stati liberi africani.

I fatti del Viet Nam, i fatti di Cipro mostrano come, soprattutto se dovesse continuare lo spostamento a destra di tutta la situazione, possiamo trovarci all’improvviso davanti a crisi e pericoli molto acuti, in cui dovranno essere impegnati a fondo tutto il movimento comunista e tutte le forze operaie e socialiste d’Europa e del mondo intero.

Di questa situazione crediamo si debba tener conto in tutta la nostra condotta verso i comunisti cinesi. L’unità di tutte le forze socialiste in una azione comune, anche al di sopra delle divergenze ideologiche, contro i gruppi più reazionari dell’imperialismo, è un’imprescindibile necessità. Da questa unità non si può pensare che possano essere esclusi la Cina e i comunisti cinesi.

Dovremo quindi sin da oggi agire in modo da non creare ostacoli al raggiungimento di questo obiettivo, anzi di facilitarlo. Non interrompere in alcun modo le polemiche, ma avere sempre come punto di partenza di esse la dimostrazione, sulla base dei fatti di oggi, che l’unità di tutto il mondo socialista e di tutto il movimento operaio e comunista è necessaria e che essa può venire realizzata.

In relazione con la riunione della commissione preparatoria il 15 dicembre, si potrebbe già pensare a qualche particolare iniziativa. Per esempio, all’invio di una delegazione, composta dei rappresentanti di alcuni partiti, che esponga ai compagni cinesi il nostro proposito di essere uniti e collaborare nella lotta contro il nemico comune e ponga loro il problema di trovare la via e la forma concreta di questa collaborazione. Si deve inoltre pensare che se come noi pensiamo sia necessario tutta la nostra lotta contro le posizioni cinesi deve essere condotta come una lotta per la unità, le stesse risoluzioni a cui si potrà giungere, dovranno tener conto di questo fatto, lasciar da parte le generiche qualifiche negative e avere invece un forte e prevalente contenuto politico positivo e unitario.

Sullo sviluppo del nostro movimento

Noi abbiamo sempre pensato che non era giusto dare una rappresentazione prevalentemente ottimista del movimento operaio e comunista dei paesi occidentali. In questa parte del mondo, anche se qua e là si sono fatti progressi, il nostro sviluppo e le nostre forze sono ancora oggi inadeguati ai compiti che ci si presentano. Fatta eccezione per alcuni partiti (Francia, Italia, Spagna, ecc.) non usciamo ancora dalla situazione in cui i comunisti non riescono a svolgere una vera ed efficace azione politica, che li colleghi con grandi masse di lavoratori, si limitano a un lavoro di propaganda e non hanno un’influenza effettiva sulla vita politica del loro paese. Bisogna in tutti i modi ottenere di superare questa fase, spingendo i comunisti a vincere il loro relativo isolamento, a inserirsi in modo attivo e continuo nella realtà politica e sociale, ad avere iniziativa politica, a diventare un effettivo movimento di massa.

Anche per questo motivo, pur avendo sempre considerato errate ed esiziali le posizioni cinesi, abbiamo sempre avuto e conserviamo forti riserve sull’utilità di una conferenza internazionale dedicata soltanto o in prevalenza alla denuncia e alla lotta contro queste posizioni, appunto perché temevamo e temiamo che, in questo modo, i partiti comunisti di paesi capitalistici siano spinti nella direzione opposta a quella necessaria, cioè a chiudersi in polemiche interne, di natura puramente ideologica, lontane dalla realtà. Il pericolo diventerebbe particolarmente grave se si giungesse a una dichiarata rottura del movimento, con la formazione di un centro internazionale cinese che creerebbe sue “sezioni” in tutti i paesi. Tutti i partiti e particolarmente i più deboli, sarebbero portati a dedicare gran parte della loro attività alla polemica e alla lotta contro queste cosiddette “sezioni” di una nuova Internazionale”. Tra le masse ciò creerebbe scoraggiamento e lo sviluppo del nostro movimento sarebbe fortemente ostacolato. È vero che già oggi i tentativi frazionistici dei cinesi si svolgono ampiamente e in quasi tutti i paesi. Bisogna evitare che la quantità di questi tentativi diventi qualità, cioè vera, generale e consolidata scissione.

Oggettivamente esistono condizioni molto favorevoli alla nostra avanzata, sia nella classe operaia, sia tra le masse lavoratrici e nella vita sociale, in generale. Ma è necessario saper cogliere e sfruttare queste condizioni. Per questo occorre ai comunisti avere molto coraggio politico, superare ogni forma di dogmatismo, affrontare e risolvere problemi nuovi in modo nuovo, usare metodi di lavoro adatti a un ambiente politico e sociale nel quale si compiono continue e rapide trasformazioni.

Molto rapidamente faccio alcuni esempi.

La crisi del mondo economico borghese è molto profonda. Nel sistema del capitalismo monopolistico di Stato sorgono problemi del tutto nuovi, che le classi dirigenti non riescono più a risolvere con i metodi tradizionali. In particolare sorge oggi nei più grandi paesi la questione di una centralizzazione della direzione economica, che si cerca di realizzare con una programmazione dall’alto, nell’interesse dei grandi monopoli e attraverso l’intervento dello Stato. Questa questione è all’ordine del giorno in tutto l’Occidente e già si parla di un programmazione internazionale, a preparare la quale lavorano gli organi dirigenti del Mercato Comune. È evidente che il movimento operaio e democratico non può disinteressarsi di questa questione. Ci si deve battere anche su questo terreno. Ciò richiede uno sviluppo e una coordinazione delle rivendicazioni immediate operaie e delle proposte di riforma della struttura economica (nazionalizzazioni, riforme agrarie, eccetera), in un piano generale di sviluppo economico da contrapporre alla programmazione capitalistica.

Questo non sarà certo ancora un piano socialista, perché per questo mancano le condizioni, ma è una nuova forma e un nuovo mezzo di lotta per avanzare verso il socialismo. La possibilità di una via pacifica di questa avanzata è oggi strettamente legata all’impostazione e soluzione di questo problema. Un’iniziativa politica in questa direzione ci può facilitare la conquista di una nuova grande influenza su tutti gli strati della popolazione, che non sono ancora conquistati al socialismo, ma cercano una via nuova.

La lotta per la democrazia viene ad assumere, in questo quadro, un contenuto diverso che sino ad ora, più concreto, più legato alla realtà della vita economica e sociale. La programmazione capitalistica è infatti sempre collegata a tendenze antidemocratiche e autoritarie, alle quali è necessario opporre l’adozione di un metodo democratico anche nella direzione della vita economica.

Col maturare dei tentativi di programmazione capitalistica si fa più difficile la posizione dei sindacati.

Parte essenziale della programmazione è infatti la cosiddetta “politica del redditi”, che comprende una serie di misure volte a impedire il libero sviluppo della lotta salariale, con un sistema di controllo dall’alto del livello dei salari e il divieto del loro aumento oltre un certo limite. È una politica destinata a fallire (interessante l’esempio dell’Olanda); ma può fallire solo se i sindacati sappiano muoversi con decisione e con intelligenza, collegando anch’essi le loro rivendicazioni immediate alla richiesta di riforme economiche e di un piano di sviluppo economico che corrisponda agli interessi dei lavoratori e del ceto medio.

La lotta dei sindacati non può però più, nelle odierne condizioni dell’Occidente, essere condotta soltanto isolatamente, paese per paese. Deve svilupparsi anche su scala internazionale, con rivendicazioni e azioni comuni. E qui è una delle più gravi lacune del nostro movimento.

La nostra organizzazione sindacale internazionale (FSM) fa soltanto della generica propaganda. Non ha finora preso nessuna iniziativa efficace di azione unitaria contro la politica dei grandi monopoli. Del tutto assente è anche stata, finora, la nostra iniziativa verso le altre organizzazioni sindacali internazionali. Ed è un serio errore, perché in queste organizzazioni già vi è chi critica e tenta di opporsi alle proposte e alla politica dei grandi monopoli.

Ma vi sono, oltre a questi, molti altri campi dove possiamo e dobbiamo muoverci con maggiore coraggio, liquidando vecchie formule che non corrispondono più alla realtà di oggi.

Nel mondo cattolico organizzato e nelle masse cattoliche vi è stato uno spostamento evidente a sinistra al tempo di Papa Giovanni. Ora vi è al centro, un riflusso a destra. Permangono però, alla base, le condizioni e la spinta per uno spostamento a sinistra che noi dobbiamo comprendere ed aiutare. A questo scopo non ci serve a niente la vecchia propaganda ateistica. Lo stesso problema della coscienza religiosa, del suo contenuto, delle sue radici tra le masse, e del modo di superarla, deve essere posto in modo diverso che nel passato, se vogliamo avere accesso alle masse cattoliche ed essere compresi da loro. Se no avviene che la nostra “mano tesa” ai cattolici, viene intesa come un puro espediente e quasi come una ipocrisia.

Anche nel mondo della cultura (letteratura, arte, ricerca scientifica, ecc.) oggi le porte sono largamente aperte alla penetrazione comunista. Nel mondo capitalistico si creano infatti condizioni tali che tendono a distruggere la libertà della vita intellettuale. Dobbiamo diventare noi i campioni della libertà della vita intellettuale, della libera creazione artistica e del progresso scientifico. Ciò richiede che noi non contrapponiamo in modo astratto le nostre concezioni alle tendenze e correnti di diversa natura; ma apriamo un dialogo con queste correnti e attraverso di esso ci sforziamo di approfondire i temi della cultura, quali essi oggi si presentano. Non tutti coloro che, nei diversi campi della cultura, nella filosofia, nelle scienze storiche e sociali, sono oggi lontani da noi, sono nostri nemici o agenti del nostro nemico. È la comprensione reciproca, conquistata con un continuo dibattito, che ci dà autorità e prestigio, e nello stesso tempo ci consente di smascherare i veri nemici, i falsi pensatori, i ciarlatani dell’espressione artistica e così via. In questo campo molto aiuto ci potrebbe venire, ma non sempre è venuto, dai paesi dove già dirigiamo tutta la vita sociale.

E lascio da parte, per brevità, molti altri temi che potrebbero essere toccati.

Nel complesso, noi partiamo, e siamo sempre convinti che si debba partire, nella elaborazione della nostra politica, dalle posizione del XX Congresso. Anche queste posizioni hanno però bisogno, oggi, di essere approfondite e sviluppate. Per esempio, una più profonda riflessione sul tema della possibilità di una via pacifica di accesso al socialismo, ci porta a precisare che cosa noi intendiamo per democrazia in uno Stato borghese, come si possono allargare i confini della libertà e delle istituzioni democratiche e quali siano le forme più efficaci di partecipazione delle masse operaie e lavoratrici alla vita economica e politica.

Sorge così la questione della possibilità di conquista di posizioni di potere, da parte delle classi lavoratrici, nell’ambito di uno Stato che non ha cambiato la sua natura di Stato borghese e quindi se sia possibile la lotta per una progressiva trasformazione, dall’interno, di questa natura. In paesi dove il movimento comunista sia diventato forte come da noi (e in Francia), questa è la questione di fondo che oggi sorge nella lotta politica. Ciò comporta, naturalmente, una radicalizzazione di questa lotta e da questa dipendono le ulteriori prospettive.

Una conferenza internazionale può, senza dubbio, dare un aiuto per la migliore soluzione di questi problemi, ma essenzialmente il compito di approfondirli e risolverli spetta ai singoli partiti. Si può persino temere che l’adozione di formule generali rigide possa essere un ostacolo. La mia opinione è che, sulla linea del presente sviluppo storico, e delle sue prospettive generali (avanzata e vittoria del socialismo in tutto il mondo), le forme e condizioni concrete di avanzata e vittoria del socialismo saranno oggi e nel prossimo avvenire molto diverse da ciò che sono state nel passato. In pari tempo assai grandi sono le diversità da un paese all’altro. Perciò ogni partito deve sapersi muovere in modo autonomo. L’autonomia dei partiti, di cui noi siamo fautori decisi, non è solo una necessità interna del nostro movimento, ma una condizione essenziale del nostro sviluppo nelle condizioni presenti. Noi saremmo contrari, quindi, a ogni proposta di creare di nuovo una organizzazione internazionale centralizzata. Siamo tenaci fautori dell’unità del nostro movimento e del movimento operaio internazionale, ma questa unità deve realizzarsi nella diversità di posizioni politiche concrete, corrispondenti alla situazione e al grado di sviluppo in ogni paese.

Vi è, naturalmente, il pericolo dell’isolamento dei partiti l’uno dall’altro e quindi di una certa confusione. Bisogna lottare contro questi pericoli e per questo noi crediamo si dovrebbero adottare questi mezzi: contatti assai frequenti e scambi di esperienza tra i partiti, su larga scala; convocazione di riunioni collettive dedicate allo studio di problemi comuni a un certo gruppo di partiti; incontri internazionali di studio su problemi generali di economia, filosofia storia, ecc.

Accanto a questo noi siamo favorevoli a che tra i singoli partiti e su temi di comune interesse, si svolgano dibattiti anche pubblicamente, in modo da interessare tutta l’opinione pubblica: ciò richiede, ben s’intende, che il dibattito sia condotto in forme corrette, nel reciproco rispetto, con argomentazioni oggettive, non con la volgarità e violenza adottate dagli albanesi e dai cinesi!

Rapporti col movimento dei paesi coloniali ed ex coloniali

Attribuiamo una importanza decisiva, per lo sviluppo del nostro movimento, allo stabilirsi di ampi rapporti di reciproca conoscenza e di collaborazione tra i partiti comunisti e i movimenti di liberazione dei paesi coloniali ed ex coloniali. Questi rapporti non devono però essere stabiliti solo con i partiti comunisti di questi paesi, ma con tutte le forze che lottano per l’indipendenza e contro l’imperialismo e anche, nella misura del possibile, con ambienti governativi di paesi di nuova libertà che abbiano governi progressivi. Lo scopo deve essere di giungere a elaborare una comune piattaforma concreta di lotta contro l’imperialismo e il colonialismo. Parallelamente dovrà essere da noi meglio approfondito il problema delle vie di sviluppo dei paesi già coloniali, di che cosa significhi per essi l’obiettivo del socialismo, e così via.

Si tratta di temi nuovi, non ancora affrontati sino ad ora. Per questo, come ho già detto, noi avremmo salutato con piacere una riunione internazionale dedicata esclusivamente a questi problemi e ad essi bisognerà in ogni modo dare una parte sempre più grande in tutto il nostro lavoro.

Problemi del mondo socialista

Credo si possa affermare, senza tema di sbagliare, che la sfrenata e vergognosa campagna cinese e albanese contro l’Unione Sovietica, il PCUS, i suoi dirigenti e in special modo il compagno Khrusëv, non ha avuto, tra le masse, conseguenze degne di grande rilievo, nonostante essa venga sfruttata a fondo dalle propagande borghesi e governative. L’autorità e il prestigio dell’Unione Sovietica tra le masse rimangono enormi. Le più grossolane calunnie cinesi (imborghesimento dell’URSS, ecc.) non hanno alcuna presa. Qualche perplessità esiste, invece, circa la questione del richiamo dei tecnici sovietici dalla Cina.

Ciò che preoccupa le masse e anche (almeno nel nostro paese) una parte non indifferente di comunisti è il fatto in sé del contrasto così acuto tra due paesi che sono diventati entrambi socialisti attraverso la vittoria di due grandi rivoluzioni.

Questo fatto pone in discussione i princìpi stessi del socialismo e noi dobbiamo fare un grande sforzo per spiegare quali sono le condizioni storiche, politiche, di partito e personali che hanno contribuito a creare l’odierno contrasto e conflitto. Si aggiunga a questo che in Italia esistono ampie zone abitate da contadini poveri, tra i quali la rivoluzione cinese era diventata assai popolare come rivoluzione contadina. Ciò obbliga il partito a discutere delle posizioni cinesi, criticarle e respingerle anche nei pubblici comizi. Agli albanesi, invece, nessuno fa attenzione, anche se abbiamo, nel Mezzogiorno, alcuni gruppi etnici di lingua albanese.

Oltre al conflitto con i cinesi vi sono però altri problemi del mondo socialista ai quali chiediamo si presti attenzione.

Non è giusto parlare dei paesi socialisti (e anche dell’Unione Sovietica) come se in essi tutte le cose andassero sempre bene. Questo è l’errore, per esempio, del capitolo della risoluzione del ‘60 dedicato a questi paesi. Sorgono infatti continuamente, in tutti i paesi socialisti, difficoltà, contraddizioni, problemi nuovi che bisogna presentare nella loro realtà effettiva. La cosa peggiore è di dare l’impressione che tutto vada sempre bene, mentre improvvisamente ci troviamo poi di fronte alla necessità di parlare di situazioni difficili e spiegarle. Ma non si tratta solo di fatti singoli. È tutta la problematica della costruzione economica e politica socialista che è conosciuta, in Occidente, in modo troppo sommario e spesso anche primitivo. Manca la conoscenza della diversità delle situazioni tra paese e paese, dei diversi metodi della pianificazione e della loro progressiva trasformazione, del metodo che viene seguito e delle difficoltà che si incontrano per la integrazione economica tra i diversi paesi e così via. Alcune situazioni risultano scarsamente comprensibili. In parecchi casi si ha l’impressione che esistano, nei gruppi dirigenti, diversità di opinioni, ma non si comprende se sia veramente così e quali siano le diversità. Forse potrebbe essere utile, in qualche caso, che anche nei paesi socialisti si svolgessero dibattiti aperti cui prendessero parte anche dei dirigenti, su temi attuali.

Ciò contribuirebbe certo a un accrescimento di autorità e di prestigio del regime socialista stesso.

Le critiche a Stalin, non bisogna nasconderselo, hanno lasciato tracce abbastanza profonde. La cosa più grave è una certa dose di scetticismo con la quale anche elementi vicini a noi accolgono le notizie di nuovi successi economici e politici.

Oltre a ciò, viene considerato in generale non risolto il problema delle origini del culto di Stalin e come esso diventò possibile. Non si accetta di spiegare tutto soltanto con i gravi vizi personali di Stalin. Si tende a indagare quali possono essere stati gli errori politici che contribuirono a dare origine al culto. Questo dibattito ha luogo tra storici e quadri qualificati del partito. Noi non lo scoraggiamo, perché spinge a una conoscenza più profonda della storia della rivoluzione e delle sue difficoltà. Consigliamo però la prudenza nelle conclusioni e di tener presenti le pubblicazioni e ricerche che si fanno nell’Unione Sovietica.

Il problema cui si presta maggiore attenzione, per ciò che riguarda tanto I’URSS quanto gli altri paesi socialisti, è però, oggi, in modo particolare, quello del superamento del regime di limitazione e soppressione delle libertà democratiche e personali che era stato instaurato da Stalin. Non tutti i paesi socialisti offrono un quadro eguale. L’impressione generale è di una lentezza e resistenza a ritornare alle norme leniniste, che assicuravano, nel partito e fuori di esso, larga libertà di espressione e di dibattito, nel campo della cultura, dell’arte e anche nel campo politico. Questa lentezza e resistenza è per noi difficilmente spiegabile, soprattutto in considerazione delle condizioni presenti quando non esiste più accerchiamento capitalistico e la costruzione economica ha ottenuto successi grandiosi. Noi partiamo sempre dall’idea che il socialismo è il regime in cui vi è la più ampia libertà per i lavoratori e questi partecipano di fatto, in modo organizzato, alla direzione di tutta la vita sociale. Salutiamo quindi tutte le posizioni di principio e tutti i fatti che ci indicano che tale è la realtà in tutti i paesi socialisti e non soltanto nell’Unione Sovietica. Recano invece danno a tutto il movimento i fatti che talora ci mostrano il contrario.

Un fatto che ci preoccupa e che non riusciamo a spiegarci pienamente è il manifestarsi tra i paesi socialisti di una tendenza centrifuga. Vi è in essa un evidente e grave pericolo, del quale crediamo che i compagni sovietici si debbano preoccupare. Vi è senza dubbio del nazionalismo rinascente. Sappiamo però che il sentimento nazionale rimane una costante del movimento operaio e socialista, per un lungo periodo anche dopo la conquista del potere.

I progressi economici non lo spengono, lo alimentano. Anche nel campo socialista, forse (sottolineo questo “forse” perché molti fatti concreti ci sono sconosciuti), bisogna guardarsi dalla forzata uniformità esteriore e pensare che l’unità si deve stabilire e mantenere nella diversità e piena autonomia dei singoli paesi.

Concludendo, noi riteniamo che anche per quanto riguarda i paesi socialisti bisogna avere il coraggio di affrontare con spirito critico molte situazioni e molti problemi, se si vuole creare la base di una migliore comprensione e di una più stretta unità di tutto il nostro movimento.

Sulla situazione italiana

Molte cose dovrei aggiungere per informare esattamente sulla situazione del nostro Paese. Ma questi appunti sono già troppo lunghi e ne chiedo scusa. Meglio riservare a spiegazioni e informazioni verbali le cose puramente italiane.



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