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Per non dimenticare: il femminicidio di Desirée Piovanelli

Da Marypinagiuliaalessiafabiana

Per non dimenticare: il femminicidio di Desirée Piovanelli

Sono ormai passati dieci anni dal femminicidio più cruento che più ha sconvolto il mondo: quello di Desirée Piovanelli, una ragazzina di soli 14 anni che il 28 settembre del 2002 fu uccisa perché aveva resistito ad uno stupro di gruppo. (QUI tutta la vicenda) A quell’epoca avevo la stessa età di Desirée per questo ricordo benissimo la storia che mi sconvolse, come mi sconvolge tutt’oggi nel rileggerla a distanza di 10 anni, quando ormai alla mia innocenza prende posto la razionalità di una persona adulta che riesce ad analizzare il contesto in cui è avvenuta la mattanza: lo stesso contesto patriarcale che fa ancora stragi di donne, poiché pensate ancora come oggetti e non come una persone capaci e libere  di esprimere i propri diritti quale l’autonomia del proprio agire e del proprio corpo.

Quando ero una ragazzina, come Desirée, non sapevo darmi una risposta sul perché accadono certe atrocità e sicuramente anche questa bambina stuprata e uccisa senza pietà, mentre agonizzava lentamente a causa delle coltellate inferte da tre suoi coetanei che volevano violentarla assieme ad un adulto, si chiedeva “cosa ho fatto di male per meritarmi questo?”. E’ proprio immaginandomi questa scena e mettendomi nei panni di una ragazzina massacrata perché ha detto “no” che ho sentito nel corpo un brivido di orrore misto a rabbia che non saprei spiegare se non conoscessi la parola indignazione.

Non so spiegarmi come mai, nonostante l’insistenza di queste società che si ritengono più evolute rispetto al mondo arabo, accade che una ragazzina di soli 14 anni venga massacrata solo perché era bella e non aveva scelto i suoi assassini. E’ un punto di partenza per comprendere come l’Italia sia tutt’altro che un paese che riconosce alle donne diritti e libertà relazionali, sopratutto nella sfera sessuale, perché Desirée fu uccisa a causa delle voci di paese che l’avevano etichettata come “una di facili costumi”.

Questo è anche un punto di partenza che ci consente di capire le logiche patriarcali di un paese che “mette sotto processo le donne” nelle loro scelte, di solito attraverso la malelingue o calunnie, ma alcune volte infierendo contro con una vera e propria esecuzione violenta che riempie le nostre cronache quotidiane. Lo stupro, in questo caso chiamato “stupro correttivo”, per punire la ragazza o la donna che è ritenuta da tutti una di facili costumi, perché nella nostra cultura una donna che fa scelte sessuali o relazionali è deprezzata a tal punto che il proprio corpo deve diventare pubblico e accessibile a tutti:  “se vai con gli altri devi andare a letto anche con me”, quelli che non accettano le scelte e ti considerano una che ha perso il suo valore, perché nel nostro Paese il valore di una donna dipende ancora dalla sua castità.

Accade molto spesso che le donne sono costrette a limitare la propria libertà attuando meccanismi di difesa per proteggere non solo la propria reputazione ma anche la propria vita, dunque proteggere sé stesse da un paese di fatto repressivo per le donne. Desirée fu infatti “processata” per ore dal branco prima di essere massacrata in una vecchia cascina abbandonata a pochi metri dal paese, Leno in provincia di Brescia. Desy fu attirata in una trappola da tre ragazzini minorenni che volevano vendicarsi perché non ricambiava le loro attenzioni, assieme ad un adulto che da tempo aveva “un debole” per la ragazzina che anche lui considerava di facili costumi. Dopodiché si ritrova accerchiata e minacciata di morte se non avesse fatto “quelle cosine che faceva agli altri”. Infatti i ragazzi si procurarono nastri adesivi per immobilizzarla, sacchetto per far sparire i vestiti sporchi e un coltello; insomma uno stupro-omicidio pianificato a tavolino.

I ragazzi avevano creduto alle malelingue di paese, i quali sostenevano che Desy assieme alle amiche frequentavano abitualmente la cascina per partecipare a feste dove consumavano rapporti sessuali e droghe con altri uomini, da cui loro erano esclusi. Desy li conosceva, erano tutti vicini di casa e da tempo riceveva da loro delle molestie. Si era fidanzata con un suo coetaneo, Tony e nessuno di loro sopportava questo.

Dopo il “processo” i quattro mettono in atto il tentativo di stupro pianificato secondo l’ordine previsto, dove il primo, Nicola B. quattordicenne del gruppo, tentò di spogliarla con l’aiuto degli altri coetanei che la percuotevano al volto; ma Desy era più forte e riesce a divincolarsi, grida “Mi fai schifo, mi fai pena” e viene colpita da Nico con una coltellata al petto. Tenta di scappare con le poche forze che le rimangono ma viene raggiunta da Giovanni Erra, l’unico maggiorenne, sposato e padre di un bambino di 8 anni che la riporta dagli assassini verso l’esecuzione. Fu colpita da un’altra coltellata che la lascia ad una sofferente agonia a terra durata almeno un’ ora, sorvegliata dai quattro aguzzini che due giorni prima avevano pianificato come doveva avvenire il delitto e sgozzata da uno di loro per colpo di grazia.

Dopo il delitto uno di loro si procura un caricabatterie adattabile al telefonino di Desy e manda un messaggio al padre della ragazza che disperato aveva fatto degli appelli in tv per ritrovare sua figlia scomparsa, rassicurandolo e informandolo che si era trattenuta con il suo fidanzato. Ma il messaggio fu poco credibile anche perché si rilevò che era stato spedito da Jesolo, dove i ragazzini stavano passando le loro vacanze poco dopo il delitto.

La cosa più sconvolgente di questa triste vicenda è che mentre il “processo” i Desy si è concluso con la condanna a morte, i tre ragazzini furono condannati a pene piuttosto lievi nonostante l’efferatezza del reato e la premeditazione, di cui per Nicola B che ha avuto un ruolo attivo nello stupro-omicidio, fu condannato a 18 anni di reclusione, Nico che le aveva dato la seconda coltellata per darle il colpo di grazia, fu condannato a soli 15 anni (oggi in semi-libertà), e Mattia che ebbe un ruolo fondamentale nel trattenere la ragazza per consentire lo stupro ebbe una pena ancora più bassa: 10 anni (ora è già libero)! Erra, la mente ispiratrice del delitto e unico adulto, invece fu condannato a 30 anni di reclusione.

L’altra cosa più sconvolgente è che i ragazzi risero durante il processo e la famiglia degli assassini non chiese mai scusa alla famiglia di Desy,  ritenendo perfino che i quattro erano innocenti.  La famiglia della ragazza ha dovuto trasferirirsi dall’altra parte del paese per non vedere i volti dei suoi carnefici (presto liberi) e delle loro famiglie. Un femminicidio in piena regola, dove la donna viene uccisa in quanto donna nell’ottica di un delitto a sfondo sessuale, le cui vittime sono quasi esclusivamente di sesso femminile. Noi vogliamo ricordare una delle pagine nere di cronaca che hanno coperto di vergogna il nostro Paese, per dire basta alla violenza contro le donne e dare la più piena solidarietà alla famiglia Piovanelli se solo potesse leggerci.



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