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Per sopravvivere alla pandemia lo sport italiano deve ripensare il suo modello di business

Creato il 30 giugno 2020 da Epierandrei @shotofwhisky
Per sopravvivere alla pandemia lo sport italiano deve ripensare il suo modello di businessItaly's Daniel Hackett (C) goes to the basket during the Basketball World Cup Group J second round game between Puerto Rico and Italy in Wuhan on September 8, 2019. (Photo by HECTOR RETAMAL / AFP)

Con la ripartenza di Serie A e Serie B il calcio italiano ha trovato una nuova normalità, nel rispetto delle norme sul distanziamento e dei protocolli sanitari. Ma è il primo e finora unico sport ad aver trovato un equilibrio che si può definire tale. Tutti gli altri - che non vivono nella bolla del calcio, con i suoi numeri e i suoi standard - sono ancora in fase di riprogrammazione dopo l'impatto della crisi economica dovuta al lockdown.

Anche i campionati più solidi e strutturati, come la Lega Serie A di basket, hanno accusato il colpo. La pallacanestro italiana ha un giro d'affari che vale circa 130 milioni di euro, ma i bilanci delle società sono sbilanciati: le sponsorizzazioni da sole "sommano circa i tre quarti del totale", ha detto il presidente della Lega A di Basket Umberto Gandini. Una proporzione che, secondo l'ex allenatore della nazionale italiana di pallavolo Mauro Berruto, per il volley "potrebbe essere perfino più alta, anche se su un volume economico inferiore, perché altre voci come i diritti tv sono solamente un corollario".

Dipendere così tanto da aziende esterne che immettono liquidità nelle casse societarie e arrivano ad affiancare i loro nomi a quelli dei club è un elemento di fragilità in questa situazione di stress economico. Perché le aziende che sponsorizzano gli sport "minori" (intenso solo in termini di visibilità ed economia) spesso sono medie o piccole imprese, "che a loro volta sono impoverite dalla crisi, e chissà se al momento della ripartenza potranno permettersi di investire in qualcosa che non è la loro sopravvivenza", spiega a Linkiesta Berruto.

Il caso della pallavolo è simbolico. L'Italia è uno dei Paesi più costanti in termini di talenti prodotti e risultati a internazionali raggiunti: gli Azzurri sono sempre stati nelle prime cinque posizioni ai Giochi Olimpici dal 1992 a oggi. Inoltre la Fipav è la seconda federazione del Coni con più iscritti dopo quella calcistica. Ma le gravi perdite dovute a un'improvvisa carenza di entrate dalle sponsorizzazioni stano decimando i budget dei club.

L'esempio più evidente è quello del Modena Volley, la società più titolata d'Italia, la cui presidente Catia Pedrini ha annunciato sui social le difficoltà nello stanziare il budget per la prossima stagione e nel convincere a restare in gialloblu i migliori giocatori della squadra, compreso il capitano della nazionale Ivan Zaytsev.

Chiaramente non vale per tutti gli sport allo stesso modo. "Nel mondo della pallanuoto - spiega a Linkiesta Zeno Bertoli, pallanuotista visto anche in Azzurro appena trasferitosi dal Brescia al Posillipo - la crisi era iniziata nel 2008 e non si è mai fermata. Quindi economicamente si è ridimensionato tutto, anche il valore delle sponsorizzazioni. Questo ha costretto le società a diversificare le proprie entrate. La crisi si sia sentita, ad esempio al Brescia hanno tagliato gli ingaggi del 15 per cento, ma deve aver avuto un impatto relativamente minore rispetto ad altri sport".

Al momento alcuni campionati sperano di trovare una sponda nel governo. È nato così il "Comitato 4.0". che rappresenta diverse leghe italiane - Lega basket Serie A maschile e femminile, Lega pallavolo maschile e femminile, la Lega nazionale pallacanestro e la Fidal - e che con il supporto gli avvocati e commercialisti di Pwc Tls ha elaborato alcune proposte per salvaguardare lo sport.

In particolare il comitat oha chiesto al governo di introdurre incentivi sulle sponsorizzazioni alle società professionistiche e dilettantistiche: opzione necessaria per salvare le piccole e medie società sportive, le più colpite dal blocco delle attività.

Mentre gli sport, o lo sport italiano, più in generale, cerca una soluzione ai suoi problemi, chi vive di e con lo sport inizia ad accusarne le conseguenze. Vale soprattutto per gli atleti non riconosciuti come professionisti: nella pallanuoto, ad esempio, o nella pallavolo. "Sono giocatori che lavorano e vivono con lo sport, si dedicano solo a questo, ma legalmente non sono professionisti", dice Berruto. "Colpa di un sistema che è ha scelto di mantenere i parametri del dilettantismo, per ovvi vantaggi sulle spese, ma che diventa insostenibile in situazioni come quella attuale. Perché gli atleti, come i preparatori, gli scout e gli allenatori, non sono coperti dalle tutele degli sportivi professionisti. Oggi un allenatore di Serie A che va in banca per accendere un mutuo torna a casa a mani vuote perché il suo contratto non ha nessuna garanzia".

Dall'equazione vanno chiaramente esclusi tutti gli atleti d' élite che possono diversificare i propri guadagni con sponsorizzazioni e investimenti, indipendentemente dalla disciplina.

"Negli sport acquatici - dice l'ex nuotatore olimpico Mattia Aversa - molti atleti che non fanno parte del circuito internazionale durante il lockdown non hanno potuto allenarsi in vasca, hanno dovuto stravolgere le proprie abitudini e non hanno potuto mostrare il loro valore in gara. E lì si giocherebbero una fetta di carriera. C'è una grossa differenza rispetto ai migliori in assoluto, come Federica Pellegrini o Tania Cagnotto, e ai migliori che potevano allenarsi nelle piscine messe a disposizione dal Coni".

Per molti nuotatori, tuffatori, e atleti di diverse discipline almeno c'è un salvagente, come spiega a Linkiesta Diego Occhiuzzi, schermidore specializzato nella sciabola, medaglia d'argento alle Olimpiadi di Londra del 2012: "Raggiunto un certo livello di solito si accede a un gruppo sportivo, che può essere quello dell'Esercito, dell'Aeronautica militare, dei Carabinieri, della Guardia di finanza. Poi possono arrivare sponsorizzazioni e contributi dalla federazione, ma sono pochissimi casi. In generale sono i gruppi militari a permettere la sopravvivenza di sport come la scherma, il nuoto, il pugilato, l'atletica, il canottaggio e tanti altri".

Per gli atleti l'appartenenza a un gruppo militare significa avere una certezza finanziaria e la possibilità di concentrarsi al cento per cento sulla propria disciplina. E in periodi di assenza di gare, come questo, si possono contenere i danni visto che percepiscono lo stipendio da dipendenti statali.

Ma per tutti gli altri occorre una strategia di rilancio. Allora, come suggerisce Mauro Berruto, questa deve essere anche un'occasione per pensare in positivo e immaginare un futuro diverso per lo sport, riprogrammando il sistema: "Il modello che si è retto per decenni in molti sport va ripensato. Occorre una riflessione congiunta fra tutti i soggetti, imprenditori, atleti, dirigenti. Nella situazione attuale, parlo soprattutto della pallavolo, ma non solo, o si sceglie dichiaratamente il dilettantismo, quindi chi gioca si allena la sera e fa un altro lavoro, a discapito della qualità dello sport e dello spettacolo della pallavolo italiana. Oppure si investe per dei cambiamenti strutturali che sono più che mai necessari".

Cosa può fare lo Stato? "Deve farsi carico di una defiscalizzazione per le aziende che permettono materialmente di mandare avanti la pratica sportiva. Poi si può pensare di dare dei bonus alle famiglie e a chiunque scelga di fare sport. Non sono favorevole alle misure assistenziali però magari in mezzo a tutti questi bonus farne uno sull'attività sportiva, che di per sé è anche un investimento di lungo periodo, in termini culturali, sanitari, economici, non sarebbe male".


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