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Perché Detroit?

Creato il 12 gennaio 2020 da Francosenia

Perché Detroit?

Detroit, fucina permanente di situazioni estreme, è una specie di teatro in cui si rappresentano senza mediazioni o aggiustamenti le dinamiche di trasformazione cui va soggetto l’Occidente.
Motor City, la capitale dell’automobile, in espansione vertiginosa per tanta parte del Novecento, da oltre mezzo secolo è precipitata nel baratro della deindustrializzazione, della povertà e della protesta razziale, diventando sinonimo di degrado urbano e di pericolosità sociale.
Come è passata Detroit da un estremo all’altro? Il libro racconta l’evoluzione della città soprattutto attraverso i luoghi e le personalità che l’hanno segnata: il trionfo della fabbrica fordista con Henry Ford e Diego Rivera, chiamato a realizzare i celebri murales sull’industria; le lotte sindacali e sociali con la figura del sindacalista Walter Reuther; le proteste razziali con Rosa Parks, Martin Luther King e Malcolm X, che qui tennero alcuni dei loro discorsi più importanti. E il futuro dell’auto, dopo Sergio Marchionne. Alla fine, Detroit appare come una sorta di teatro delle contraddizioni della contemporaneità occidentale esposte nella loro forma più diretta, talvolta brutale.

(dal risvolto di copertina di: "Detroit: Viaggio nella città degli estremi", di Giuseppe Berta. Il Mulino)

Nascita e declino di una città
- di Paolo Bricco -

Detroit è prima di tutto un luogo di rumori, di voci e di silenzi. Detroit è il silenzio spettrale del 2009, quando nelle strade - all'indomani del default di General Motors e di Chrysler - non si trovava un'anima viva. Ma è anche il rumore delle fabbriche che, dieci anni dopo, sono tornate a funzionare, costruendo un meccanismo di cooperazione e di competizione con la Silicon Valley che ha riaffermato la centralità dell'America nelle cartine dell'automotive industry internazionale. Detroit è il cicaleccio degli autisti dei taxi - unico mezzo di trasporto per lo straniero, in un sistema che ha portato all'estremo la riduzione dei mezzi pubblici - con cui è possibile lambire i suoi tanti cuori ed accarezzare le sue molte anime.
I tassisti sono fra i protagonisti di un libro anomalo, profondo e - cosa quanto mai rara, sul nostro mercato delle idee - divertente che Giuseppe Berta, storico dell'economia nei suoi molti saggi sulla cultura industriale e sulla società del Novecento europeo e storico del presente (secondo la definizione di Alberto Cavallari) in qualità di commentatore sui giornali, ha pubblicato: Detroit. Viaggio nella città degli estremi.
Scrive Berta: «Why Detroit?: il portiere dell'albergo mi rivolge uno sguardo di sconcerto. La risposta lo sorprende, perché non si capacita che ci possa essere partiti dall'Italia alla volta di Detroit. Mi accorgo anche del mio disagio sottile a giustificare il viaggio: è per una ricerca che sto compiendo, spiego, sulle trasformazioni sviluppatesi sulla scia del declino industriale degli ultimi decenni». Nell'incipit del libro ci sono, dunque, il senso e il metodo di un libro che, secondo una tradizione poco praticata in Italia e molto frequentata invece nella cultura anglosassone fra accademia e il giornalismo, è scritto usando la prima persona singolare, in uno stile narrativo-temporale che Grazia Cherchi avrebbe definito di «presa diretta». Questa presa diretta - risultato di due viaggi nel Midwest, il primo nell'aprile del 2018 e il secondo nell'aprile del 2019 - permette al libro di trasformarsi in un racconto, che utilizza codici linguistici differenti e che, proprio per questa polisemia e questa versatilità, restituisce la complessità del destino di una città, che è anche il destino di una nazione e che è pure una forma, particolare ed estrema ma proprio per questa paradigmatica e nitida, di destino dell'Occidente. Una forma di destino composta, appunto, da voci. Ma, anche, dalle policromie del paesaggio industriale, dei quartieri abbandonati negli anni Sessanta dalla borghesia bianca e abitati soltanto dal proletariato nero, delle opere d'arte che, insieme ai profili delle fabbriche, hanno composto la civiltà industriale in questa particolare specificazione: «Sospesa fra una storia maestosa, un presente dai contorni labili e un domani imperscrutabile, Detroit non ha una cifra identitaria che ne possa riassumere il carattere. I suoi simboli rinviano giocoforza a ciò che la città non è più, all'immagine di una potenza industriale trapassata la cui eco trasmette ancora le proprie vibrazioni. Come nel murales che Diego Rivera dipinse fra il 1932 e il 1933 sulle parteti del giardino interno dell'Institute of Arts, la prima istituzione culturale di Detroit: essi riverberano ancora la più espressiva delle forme della modernità cui la città è legata inscindibilmente, qualsiasi possa essere il suo futuro. Detroit ha finito per consegnare la propria visione dell'industrialismo all'opera di Rivera, che i Ford vollero come omaggio permanente al luogo che avevano plasmato».
Nella materiale immaterialità del viaggio di Berta, esiste il timbro del ricordo di personalità carismatiche che hanno modellato cento anni fa, la dimensione di senso e la cifra simbolica di Detroit, dell'America e dell'Occidente: «L'universo mentale di Henry Ford si compendiava in una razionalità della meccanica estesa alla società e nel culto dei valori di un America rurale, congelata per sempre ai tempi della sua giovinezza. Era la visione intimamente contraddittoria di una personalità che, se da un lato aveva sempre aspirato all'integrazione verticale del sistema produttivo e al gigantismo industriale, dall'altro non era disposta a rinunciare all'idea che l'America giusta, autentica, fosse quella in cui era nato e cresciuto».
Fuori dal finestrino del taxi c'è il sole. Piove sull'ombrello di Giuseppe Berta viaggiatore. La vista e l'udito, la memoria individuale e corale, metropolitana e storica si fondono. Nell'indice dei nomi, il manager Sergio Marchionne viene citato cinque volte; il predicatore sovversivo Malcom X, che predicava nella Historic King Solomon Baptist Church, compare sei volte; la regina della musica nera Aretha Franklin, i cui funerali si sono tenuti nel Greater Grace Temple, sei volte; il jazzista John Coltrane quattro volte. Detroit sembra una biglia nera e bianca che riproduce il nostro mondo, in cui c'è anche l'autore di My Favorite Things e di A Love Supreme: «Esiste una percepibile consonanza fra il timbro dei discorsi di Malcom X e il ritmo del jazz che modellò la stagione musicale sviluppatasi fra la metà degli anni Cinquanta e la metà dei Sessanta. Come se un impronta ne svelasse l'origine, riportandone la genesia a una condizione comune da cui si sprigionava la loro forza e capacità evocativa. Una radice che la testimonianza della moglie del jazzista più grande di quella generazione, John Coltrane, in certa misura avvalora. Ricorderà Alice Coltrane che John andò ad ascoltare in più occasioni Malcom X e che una volta, al ritorno, le disse che la sua lecture era stata "superba"». Tutto questo è successo - succede - a Detroit.

- Paolo Bricco - Pubblicato sul Sole del 15/12/2019 -


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