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Perché la riforma Ue del diritto d’autore va ripensata

Da Pamelaferrara @PamelaFerrara
Perché la riforma Ue del diritto d’autore va ripensata

Oggi le pagine di Wikipedia sono oscurate per protestare contro le proposte contenute nella nuova direttiva per il copyright e, in particolare, in opposizione a 2 articoli, l'11 e il 13, che rischiano di limitare notevolmente la circolazione delle informazioni online.

L'enciclopedia libera si rivolge direttamente ai lettori con questo messaggio:

Il 5 luglio 2018 il Parlamento europeo in seduta plenaria deciderà se accelerare l'approvazione della direttiva sul copyright. Tale direttiva, se promulgata, limiterà significativamente la libertà di Internet. Anziché aggiornare le leggi sul diritto d'autore in Europa per promuovere la partecipazione di tutti alla società dell'informazione, essa minaccia la libertà online e crea ostacoli all'accesso alla Rete imponendo nuove barriere, filtri e restrizioni. Se la proposta fosse approvata, potrebbe essere impossibile condividere un articolo di giornale sui social network o trovarlo su un motore di ricerca. Wikipedia stessa rischierebbe di chiudere [...]. Chiediamo perciò a tutti i deputati del Parlamento europeo di respingere l'attuale testo della direttiva e di riaprire la discussione [...].

I passaggi incriminati, oltre ad essere pericolosi e controversi, sono anche decisamente vaghi riguardo la loro applicazione e le soluzioni tecniche da adottare.

L'articolo 11 prevede quella che è stata erroneamente definita "tassa per i link": in realtà introduce una tassa non tanto sul link ma sugli "snippet", cioè sugli estratti parziali che i motori di ricerca e gli aggregatori di notizie utilizzano per "descrivere" il link che conduce a un articolo.
In pratica Google & Co dovrebbero trovare un accordo con gli editori e pagare loro una cifra annuale per ricompensare questi contenuti.
Il problema è che così, più che le grandi corporation, si finisce per penalizzare i piccoli editori online, se non addirittura i privati che, benché teoricamente esentati, in realtà potrebbero risultare coinvolti se dalla loro attività ottenessero introiti economici, anche solo attraverso la profilazione degli utenti o aderendo al circuito pubblicitario AdSense.
I grossi player invece, come Google, potrebbero decidere di non indicizzare più le news o di non pubblicarne più le anteprime (come già fatto in Germania e Spagna): in questo caso, il danno sarebbe per il lettore.

Per quanto riguarda l'articolo 13, invece, la riforma obbligherebbe le piattaforme di video-sharing come YouTube a pagare gli aventi diritto per eventuali video o musiche caricate spontaneamente dagli utenti che contenessero materiali protetti da copyright.
Quest'obbligo, però, impone la necessità di verificare preventivamente i contenuti, e quindi di censurarli, adottando algoritmi automatici che finirebbero per penalizzare creazioni, elaborazioni ed espressioni che, in molti casi, dovrebbero essere legittime e consentite, pensiamo solo ai meme o alle parodie.
Ne deriverebbe il consolidamento dello strapotere dei big player a scapito degli utenti e delle startup che verrebbero privati di uno spazio libero, neutrale e gratuito in cui sperimentare e innovare.

Intendiamoci: aggiornare la legge sul diritto d'autore all'epoca digitale e alle nuove esigenze di mercato imposte dalla rivoluzione tecnologica è sacrosanto, ma farlo in modo cieco, pedante, controverso è una sconfitta per tutti.
E non è certo un caso se Tim Berners-Lee (creatore del World Wide Web), David Kaye (esperto ONU per la libertà d'espressione), altri 70 studiosi informatici e 169 accademici suggeriscono di rivedere la proposta e ricominciare daccapo.

La legge statunitense che regolamenta il copyright è stata riscritta in modo tale che nessuno potrà fare alla Disney Corporation quello che Walt Disney ha fatto ai fratelli Grimm.

Questa frase, pronunciata da Lawrence Lessig, inventore di Creative Commons, dovrebbe farci riflettere sulla necessità che una giusta legge sul diritto d'autore non limiti l'espressione creativa, le risorse condivise e la crescita culturale nel tentativo di proteggere i monopoli delle big tech.


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