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Perché non basta dire “chi ha di più paghi di più”

Creato il 04 ottobre 2019 da Informasalus @informasalus
CATEGORIE: Salute
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L’idea dei ticket differenziati in base al reddito non è nuova. Tutt’altro. Risale ai tempi di Rosy Bindi, ministra della Sanità del primo governo Prodi, quello del 1996. Ma già allora, come oggi, sorsero dubbi sulla applicabilità della misura economica, perché in un Paese di grande evasione, ed elusione, fiscale è sempre stato complicato agire per fasce di reddito. E infatti la Bindi propose il Sanitometro, che però rimase sulla carta.

Il neo ministro Speranza adesso riformula la proposta, mettendo come paletto per l’esenzione quello attuale, a 36 mila euro di reddito complessivo familiare. Oltre questa soglia si procederà a differenziare. È una base accettabile o sarebbe preferibile una soglia leggermente più alta? Difficile rispondere, però è ovvio che più si sale con la cifra da esentare, più diminuisce la platea dei cittadini che pagheranno il ticket. Intanto sappiamo che nel territorio italiano esistono grandi differenze di incasso dei ticket per esami e visite. Gli abitanti del Sud pagano molto di meno: ad esempio i siciliani spendono in media 8,7 euro, e i veneti 36,2. Il divario è abissale (come anche quello economico). A dirlo è l’Agenzia nazionale delle Regioni (Agenas) secondo cui in Toscana, Veneto, Friuli, Trento e Bolzano, si spendono in media 36 euro a testa, mentre c’è chi non arriva neppure ai 10 euro, come la Campania e appunto la Sicilia, o li sorpassa di poco, tipo Puglia e Calabria. Le altre Regioni stanno sotto i 23 euro di spesa media.

Comunque il principio “chi ha di più paghi di più” è giusto e condivisibile da ogni “latitudine” politica. Però i princìpi vanno applicati in modo saggio ed equilibrato. Vediamo perché.

1) Il furto al Fisco in Italia, che poi viene “coperto” dai cittadini che pagano le tasse, è enorme. Siamo nell’ordine di centinaia di miliardi non incassati dallo Stato negli ultimi anni. E parliamo non solo di grandi evasori, ma di quell’esercito di artigiani, di meccanici, di elettricisti, di architetti, di ingegneri, di falegnami e tanti altri, che elude le tasse. Se dicessi che sono tutti evasori sbaglierei. Ma sono tanti, troppi, e appartengono in particolare a quelle categorie che conoscono vagamente le ricevute fiscali.

In teoria larga parte di queste persone dovrebbe pagare il ticket, se si comportasse onestamente. In realtà figurano al di sotto della attuale cifra prevista per ottenere l’esenzione. È sempre l’Agenas a dire poi che nel Sud sono presenti numeri elevati di “false esenzioni” (per patologia, invalidità o reddito-età e riguardano chi ha meno di 6 o più di 65 anni e un reddito familiare sotto i 36mila euro). Secondo l’Agenzia nel Sud l’80 per cento degli italiani che usa la sanità pubblica presenta un certificato di esenzione. Per cui, se non si agirà sull’evasione, il ticket sanitario ricadrà soltanto sulle spalle degli onesti.

2) Oggi per quanto riguarda i ticket, in Italia è una giungla, perché varia da Regione a Regione. In qualcuna c’è ancora il super ticket generalizzato, in altre si applica la compartecipazione in base al reddito. Unificare il sistema in base ai Livelli essenziali di assistenza sull’intero Paese è dunque necessario. Purché il metodo scelto funzioni.

3) Negli ultimi tempi la Sanità privata si è molto sviluppata. In particolare a livello ambulatoriale ha dimostrato di essere molto competitiva. Sui costi e sulla tempistica dei servizi offerti. Se il SSN non vuole perdere questa “partita” (perché sull’assistenza ospedaliera non c’è confronto: è meglio e più sicuro il servizio pubblico), deve essere in grado di competere. Per essere più chiaro: se devo pagare il ticket per una qualsiasi prestazione sanitaria “in giornata”, preferisco farlo nel privato, perché mi garantisce tempi di minima attesa, pagando magari solo qualche euro in più. Se invece sono esente, e posso aspettare, allora scelgo il servizio pubblico. Perché il nodo principale è sempre il solito: i tempi di attesa del SSN. I ticket sono un aspetto relativo rispetto alla propria Salute: si è sempre disposti a fare sacrifici per difenderla. Mentre è fondamentale, nella malattia, il tempo: quello che serve per prevenirla, per diagnosticarla, per curarla. Quando manca uno di questi 3 “fattori tempo”, la malattia prevale.

4) Ma la coperta è comunque corta. Perché per abbattere i tempi di attesa, servono una migliore organizzazione del lavoro, le strutture, e più personale. Senza l’assunzione di medici e infermieri, l’intervento sui ticket rimane parziale, con un minimo effetto sui conti, e senza possibilità di incidere sulla qualità della Sanità.

Non sono un catastrofista, e non vedo, in questo intervento, dei rischi ulteriori per il nostro welfare, ormai in crisi da parecchi anni. Però se il neo ministro Speranza ha intenzione di riformare il SSN deve sapere che non basta un intervento palliativo, non basta dire “chi ha di più paghi di più”, se non si migliora il funzionamento dell’intero sistema sanitario.



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