PERCHÉ PROPRIO A NOI? di Alessia e Michela Orlando

Creato il 02 settembre 2010 da Stefanodonno

Non sappiamo come tutto sia potuto accadere. Da dove nasce davvero l’acqua e la sua necessità di scendere a valle, raggiungere il mare, poi evaporare e riavviarsi a vivere inconsapevolmente una esperienza simile,ma mai uguale? Da dove nasce la forza di coesione che lega ogni atomo della roccia? E c’è differenza tra questa forza e quella che lega gli atomi che formano il corpo di una donna? E da dove nasce la potenza esplosiva della nitroglicerina? È una serie di domande che ruotano intorno alla esigenza di arrendersi, talvolta, alla evidenza, senza tentare di capire come certi fenomeni accadano. Tuttavia, lo si sa, tutto si evolve. Se è così nel mondo fisico, senza aggiungere, ad esempio, nulla di drammatico alla evoluzione del carbonio che si fa brillante e di questo che via via degenera sino a ritornare volgare materia, accade lo stesso nel mondo delle relazioni umane. Accade lo stesso nel mondo delle comunicazioni interpersonali. Tutto si evolve. È stato ed è il destino dell’essere umano; è stato ed è l’evoluzione della comunicazione, della stessa parola. Sappiamo di termini non più usati; di lingue che ogni giorno si estinguono; di altre lingue parlate da così poche persone che al loro morire cessa di esistere quella linfa vitale che lega un popolo, una tribù, una famiglia. Ciò ti induce a tornare a qualche interrogativo. Come mai i giovani di oggi inventano nuovi modi per comunicare? Che senso ha essere rasta o praticarsi piercing? Che senso ebbe essere capellone? Qui tutto pare più facile: è la ricerca della propria identità che ti motiva. Indossare una divisa ti agevola. E tutto sembra muoversi dentro confini precisi; e tutto sembra avere delle frontiere; e tutto sembra rispondere alla logica dell’acqua, della sua evoluzione, irregimentata in un itinerario immodificabile. Certo, vi è chi ha parlato dei giovani chiamandoli bamboccioni. Ma esistono davvero? Quanti sono? E come mai nessuno dice di centinaia di migliaia di giovani che si muovono con ogni mezzo verso altri Paesi europei, verso il mondo in genere? Negli ultimi due mesi abbiamo lavorato a Parigi, Eurodisney: sono tredicimila i giovani che vi lavorano. Provengono da ogni Paese europeo, anche dall’Est; e ve ne sono molti che sono stati pure in U.S.A.. E come mai nessuno si accorge che molti di essi non hanno nella mente alcun cavallo di Troia, nessuna idea di trappola da tendere ad altri, nessun pregiudizio, nessuna idea belligerante? E ci chiediamo nuovamente come ciò sia potuto accadere. Non c’è stata una regola fissa a determinare la cancellazione delle frontiere mentali. Immaginiamo che ognuno potrebbe raccontare la propria vicenda. La faccenda resterebbe priva di regole: non c’è una grammatica da spiegare e fare apprendere per coniugare la voglia di libertà e di stare bene. Ciò significa mangiare i ciib della nazione che ti ospita, parlare la sua lingua, vivere normalmente le sue consuetudini. Raccontiamo qualche vicenda per rendere appena appena meno misteriosa la faccenda. Avevamo sei o sette anni quando ci portarono a Neviano. Fummo ospitati da un signore di quel paese, dove pare che avesse nevicato di agosto, e da ciò il nome: la moglie era napoletana. E che ci faceva lì, come ci era capitata? A noi sembrò normale, anche se Napoli era molto lontana. E quando a dodici anni andammo a Parigi, non ci sembrò di notare alcuna differenza fisica, alcun muro, alcuna frontiera, con l’Italia. Così accadde andando in Grecia, in Spagna

Si torna a porsi domande che non devono essere riscontrate da risposte: cosa fece Guido Piovene quando scelse di viaggiare per l’Italia e raccontarla? Tenne forse presente il luogo dove era nato o volle liberarsi della propria storia, per essere più libero di narrare le altre, quelle in cui di certo si sarebbe imbattuto? E cosa fece Pasolini nel suo proprio viaggio? E cosa fecero lo stesso Pasolini e Moravia nel viaggio in Africa? E cosa fecero Mogol e Lucio Battisti nel loro viaggio a cavallo? Possiamo solo opinare, alla luce di ciò che hanno scritto, ripreso, cantato, che fecero il vuoto mentale, aprendosi alle nuove suggestioni. Era l’unico modo per dire parole nuove attraverso vari strumenti artistici. E, tralasciando le solite categorie, ovvero se questi viaggiatori fossero di destra o di sinistra, c’è chi potrebbe negare che abbiano prodotto una visione innovativa, ampia, chiara del mondo? Ancora: cosa fece Leonardo da Vinci coltivandosi sia come scienziato che artista e letterato? Non allargò forse i confini della mente umana cancellando barriere, confini. E cosa fece Giorgio Bassani aprendo vari fronti polemici per salvare boschi, strade, monumenti, senza badare al luogo geografico dove si trovassero. Per lui era assurdo che la Certosa di Padula (SA), ben lontana dalla sua Ferrara, dopo essere stata impiegata come certosa, caserma, campo di concentramento, crollasse irrimediabilmente verso una condizione di rudere. E cosa fece Zanotti Bianco quando ci fu lo tsunami di Messina e Catanzaro, lasciò che tutto si estinguesse definitivamente o intervenne personalmente rimboccandosi le mani, così come fece anni dopo per la zona di Paestum? Eppure era piemontese! Sembra, ormai, meno rilevante la domanda del titolo: come mai sia accaduto a noi. Ma sia accaduto cosa? Beh, è semplicissimo: ci è semplicemente accaduto di vedere luoghi bellissimi in zone che ci ostiniamo a chiamare Italia, Francia, Spagna, Grecia e così via, dimenticando che tutto si colloca sulla e nella Madre Terra. Altre ce le hanno narrate e sono in Germania, in Ungheria, in Colombia, in mille altri posti. E, come era inevitabile, ci è accaduto di incontrare gente bellissima in ogni luogo. E non parliamo, ovviamente, del solo contenitore, dei corpi fisici. Altre persone bellissime ce le hanno raccontate. Purtroppo il vero limite è quello fisico in genere che non ti consente di mantenere i rapporti a cui tieni, se non al prezzo di estenuanti levatacce: il fuso orario, ad esempio, è un problema serio. È un problema che si affronta, ad esempio, per mantenere i rapporti con Maryury Useche. È una bellissima ragazza colombiana, di Bogotà. È stata in Europa, a Grenoble, per insegnare il suo bellissimo spagnolo-castigliano ai francesi. Così come noi abbiamo insegnato il nostro Italiano, una nella stessa Grenoble e l’altra ad Ajaccio. Grenoble e Ajaccio: due luoghi che non potranno essere dimenticati. Ritornando a Maryury Useche: 22 anni e una anima tanto ampia da non poter essere narrata. Eppure della Colombia si dice peste e corna; di quella nazione si dice solo dei fatti di cronaca peggiori, nessuno che dica mai della sua storia, di una occupazione spagnola cruenta che ne minò finanche la cultura. O tentò di farlo, giacché Maryury è anche la storia dei suoi avi. Con la stessa Maryury Useche compariremo nel libro Mahayavan-Racconti delle terre divise. Si tratta di un nuovo Universo letterario, dove sono confluiti i racconti dei migliori specialisti di genere (i nomi sono sulla bellissima copertina illustrata da Luca Oleastri). Si tratta di narrativa Heroic fantasy. Il nostro racconto si intitola FIGLIO DEL FUOCO; quello di Maryury lo abbiamo tradotto dallo spagnolo-castigliano: si intitola PANDEMONIUMed è bellissimo. Crediamo ci sia tutta la bellezza dell’autrice, della sua terra, della sua gente. Ci siamo chieste come mai Edizioni Scudo abbia inventato questa opportunità. Abbiamo scoperto come è andata la faccenda: una notte Luca Oleastri, illustratore e specialista di fantasy noto in tutto il mondo, si sveglia e telefona a Giorgio Sangiorgi. Sono i titolari di Edizioni Scudo. Noi non c’eravamo, ovviamente, ma sappiamo che il primo dice più o meno: Giorgio, in questo mondo va tutto a rotoli. Che ne dici se inventiamo un nuovo Universo e lo facciamo riempire di tutto ciò che hanno in mente gli scrittori che vorranno farlo? L’altro, che non si adira facilmente, deve aver tratto un respiro profondo e: Va bene. Qualche giorno dopo Giorgio Sangiorgi aveva già predisposto il regolamento (le poche diritte da rispettare) e una mappa dell’Universo da inventare a cura degli scrittori. Inutile dire che gli stimoli offerti da questa vicenda, intriganti quanto misteriosi, ci indussero a scrivere. Lo facemmo con tanta irruenza da sbagliare tutto: avevamo scritto, in non più di un giorno, un racconto che distruggeva il mondo neppure nato. E lo spedimmo. Ci arrivò immediatamente una mail di Giorgio Sangiorgi, per noi un perfetto sconosciuto in quel momento: Stelle, apprezzo molto la buona volontà, ma avete già distrutto un mondo ancora non formatosi. Che ne dite di riprovarci? Cosa era accaduto: avevamo scritto senza leggere le idee guida. C’era da superare una serie di problemi: su quelle terre divise, dalla struttura diversa tra loro (vi era il mare, fiumi, zone aride, zone caldissime, zone gelide, caverne, popoli di diverso grado culturale, un cielo da riempire…) dovevamo sviluppare la loro vita genti per noi sconosciute, inventate da altri autori, ben diverse da quelle la nostra Terra ci ha finora esposto; e tutto sarebbe poi stato ricondotto a unità da raccordi scritti dallo stesso Sangiorgi. Dopo qualche giorno il nostro racconto era pronto. Neppure un’ora dopo la spedizione Giorgio Sangiorgi ci comunicava che andava bene. Ma noi non eravamo contente: è stato poi integrato con altre vicende, altre sette-otto pagine, corretto, riveduto, rispedito, sottoposto a editing. Alla fine di settembre sarà pubblicato. Ripensando, poi, alla storia da noi narrata, ci siamo accorte che non è facile sganciarsi dal nostro mondo. Su questa terra sono accaduti troppi fatti tragici e altrettanti bellissimi, per pensare a un mondo nuovo liberandosi del tutto di quelle esperienze. E perché si dovrebbe farlo? Non è forse meglio conoscere ciò che è successo e costruire un mondo migliore? Quante vicende mai narrate si potrebbero raccontare? Forse che gli indiani di America non hanno fatto la stessa fine di tanti altri popoli di cui non si è detto nulla? E sugli stessi indiani di America è stata detta tutta la verità? E perché ciò è accaduto e accade? Ci siamo date una risposta: solo per ragioni economiche, perché spesso quei popoli vivono in territori ricchissimi di materie prime. È quello il peccato originario che devono pagare: essere nati su falde petrolifere, su bacini diamantiferi, su montagne d’oro o di rame. Ultima domanda: non era più semplice, non saremmo stati anche culturalmente più ricchi, se avessimo capito che tutto ciò che è sulla e nella Madre Terra appartiene a tutti coloro che l’abitano?

PERCHÉ PROPRIO A NOI?

Come può nascere un racconto di genere Heroic fantasy

MAHAYAVAN-Racconti delle terre divise.

Figlio del fuoco (Alessia e Michela Orlando) e Pandemonium (Maryury Useche)massive attack

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