Quello che colpisce immediatamente il fruitore delle opere pittoriche dell’artista veneta ,Rosa Carazzai (la Carazzai espone in questi giorni all’Alexander Museum Palace Hotel di Pesaro),è la differenza coloristica e timbrica dei differenti periodi di produzione dei suoi lavori.
E non ci sono spiegazioni, né l’artista, a giusta ragione, ne dà.
Le proposte artistiche di Rosa vanno lette esclusivamente per il piacere della lettura stessa.
Non c’è d’acchitto un sovrasenso ma tantissimi momenti esperienziali, che lei ci squaderna, che possono condurre, se poi si vuole, al sovrasenso.
Si passa dalla fase estremamente coloratissima e, quindi, piacevolissima, che è in un certo senso quasi un invito accorato all’ascolto di fiabe, leggende, saghe, in momenti di gioiosa vita familiare e comunitaria degli abitanti delle sue valli ai “graffi” rabbiosi, che puoi quasi avvertire, anche tu sulla tua pelle se, per un istante, sospendi il giudizio e operi un piccolo transfert.
E quei “graffi” sono la vita, la vita dell’artista certamente, e quella di tutti noi, del tempo che scorre, che procede dritto come una schiacciasassi e arreca su tutti e tutto le inevitabili trasformazioni.
Trasformazioni talora irreparabili sulla persona ma, ahimé, anche sull’ambiente. Ed ecco, allora,accanto a quelle della persona-ostaggio anche le ferite della natura, che l’uomo,la bestia più insensata, ignorandone le disastrose successive conseguenze, arreca per il proprio immediato ed esclusivo profitto.
E il tutto costruito, tanto il primo che il dopo, fase coloristica e no, con un’immancabile dose d’ironia di chi intelligentemente, nella propria denuncia di uomini e cose, non prende mai troppo sul serio se stesso e proprio per questo tu puoi dire che è “grande”.
a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)