Perù

Da Lara Ruzza @ruzzieri

Un viaggio di un mese, senz’altro in tasca che un biglietto aereo d’andata e ritorno, zaino in spalla, un itinerario di post-it gialli e annotazioni a margine su una guida sgualcita per la sceneggiatura che hai costruito sul sofà di casa, ma che, inevitabilmente, verrà riveduta e corretta decine di volte.

Il Perù è stato un’illuminazione continua:
dall’imponenza brulicante umanità di Lima alle vette innevate delle Ande;
dalle foreste umide di Aguas Calientes ai brulli altopiani spazzati dal vento;
dal variopinto “ombelico del mondoCuzco, alla maestosità dei lama a Machu Picchu, ultimi imperatori tra pietre megalitiche e orde di turisti;
da quel brillante incastonato tra le vette andine che è il Titicaca a quelle genti che da centinaia d’anni lo vivono;
dalle misteriose e incredibili figure di Nazca alla placida indifferenza dei leoni marini delle Islas Ballestas.

 

Tutto questo ho incontrato in Perù, e molto altro, viaggiando per ore su pullman malridotti a strapiombo di dirupi impressionanti, su sterrati impossibili e ponti improbabili.

Ma, tra tutti, preferisco un posto scolpito tra le pareti di una gola degradante nella valle del Rio Urubamba, valle sacra degli Incas, dove, a più di 3000 metri di altitudine, un bianco accecante lascia senza fiato: le saline di Maras.

La salina più alta al mondo è composta da centinaia di piccole vasche d’acqua, disposte nella tipica conformazione a terrazze, realizzate in epoca inca e ancor’oggi utilizzate dalla popolazione locale.
Ora ci si può arrivare anche in auto, percorrendo la strada sterrata che, lentamente, curva dopo curva, abbandona la valle dell’Urubamba e ti conduce fino alla salina. Preferisco, comunque, la vecchia mulattiera, più faticosa ma diretta, che i muli carichi di sale sotto un sole bruciante percorrono ogni giorno in un andirivieni antico.

Salendo, passo dopo passo, il verde della valle lascia prima spazio all’ocra degli arbusti e delle sterpaglie, poi al rosso mattone della terra brulla ed, infine, al bianco, che da lontano potresti scambiarlo per ghiaccio data l’altitudine, ma che ghiaccio non è.
E’ sale.

Nella salina, con la schiena ricurva tutto il giorno, con i piedi immersi nell’acqua, accecati dal bianco e dai riflessi salati, ci lavora la gente di Maras.

In quest’aria rarefatta, dall’odore pesante che non sa di salsedine*, tutto ha un sapore più salato: le lacrime non piante delle donne, che da secoli lavorano curve e silenziose raschiando il fondo delle vasche, interrogandosi sul futuro dei propri figli;
il sudore degli uomini che caricano sulle spalle sacchi da 50 kg. per poi adagiarli sui dorsi dei muli con cui scenderanno, ancora una volta, al mercato per raggranellare pochi pesos; la lenta ma incessante brezza, che non viene dal mare, ma che, come quella, rinfresca e rincuora questi lavoratori orgogliosi e forti.

In questo luogo, immagine di una cartolina vecchia cent’anni, si respira dignità.

In questo luogo, il vento ricorda di non avere confini, di non fare differenze:
accarezza le rughe bruciate sui volti come solchi nel deserto, sfiora le mani nodose come tronchi di vecchi ulivi, preme leggiadro i bacini, incurante del silenzio rotto solo dal crepitare dei passi sul sale cristallizzato.
Ci si aggira cercando il “mistero” delle saline di Maras, ma non c’è nulla da svelare: tutto nasce dalla grande quantità di sale contenuta nella montagna che si discioglie in un rivolo d’acqua che sgorga in cima alla valle. L’acqua così salata scendendo, si stanzia nelle vasche. Il sole caldo dell’altitudine ne genera la cristallizzazione.

La gente di Maras mastica la coca per sopportare la fatica. La gente di Maras beve la “chicha”** per sopportare la fatica.
Maledice le raffinerie e la miseria del loro salario, la gente di Maras.

Popolo tosto i peruviani. Radicati al loro nobile passato, testardi e forti come muli, instancabili e coraggiosi guerrieri.

Sono i discendenti di coloro che con l’astuzia ingannarono Pizzarro e lo convinsero a costruire la sua capitale in uno dei posti meno belli e più insalubri del paese, in una zona grigia sempre coperta dalla “garua”, la fitta nebbiolina tipica della città di Lima;
gli stessi inca che costruirono città misteriose nascoste nella foresta e che non rivelarono le tecniche per scolpire blocchi di pietra perfettamente quadrati;
gli stessi inca che non conoscevano la scrittura ma che interrogavano le stelle.

Interrogandomi su quale sia il viaggio della vita posso arrivare ad un’unica conclusione. E’ la vita un infinito viaggiare.

Note

*il sale di Maras è privo di iodio e di bassa qualità, viene usato prevalentemente per il bestiame.
** bevanda illegale a base di mais fermentato, molto usata tra la popolazione indigena.

(memorie del Perù – un viaggio di ottobre 2005)



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