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Piccolo vademecum delle amministrative parmigiane, ovvero “Se le elezioni diventano un referendum” – Parte 1

Creato il 21 aprile 2012 da Ronin

Piccolo vademecum delle amministrative parmigiane, ovvero “Se le elezioni diventano un referendum” – Parte 1

Quanto la nostra democrazia sia imperfetta lo si capisce da una tornata elettorale che nasce e muore intorno a poche variabili chiave di forte impatto emotivo. A livello nazionale Beppe Grillo gioca (ragionevolmente) la carta dell’estraneità alla casta e costruisce le proprie proposte su temi caldi, come digital divide ed energie rinnovabili, di certo giusti ma che non bastano a trasformare un movimento di pressione in una realistica candidatura al governo di una nazione.

Nel piccolo del capoluogo parmense succede una cosa simile, per una serie di ragioni: i recenti scandali dell’amministrazione, con le conseguenti dimissioni del sindaco di centrodestra a pochi mesi dalle elezioni, hanno risvegliato la città da un letargo pluriennale dando spazio e risalto a candidature lontane dall’establishment locale. Personalità “borderline” che in una situazione normale avrebbero avuto poche speranze di raccogliere un numero di voti consistente possono ora sperare di cavalcare l’onda dello sdegno e ottenere un ottimo risultato.

Giovedì scorso ho avuto occasione di partecipare ad una serata di dibattito, organizzato dagli scout dell’AGESCI, in cui erano presenti 8 dei 10 candidati sindaco (anzi, 7 candidati e un delegato, per essere precisi). Le due ore e mezza di domande e interventi sono state utili per dare un’idea del quadro politico a due settimane dalle elezioni, nonché di riflettere su alcuni temi scottanti per la città.

Ed è qui che entra in gioco quello che io chiamo “il referendum dell’inceneritore”: come si fa a trasformare una tornata di elezioni amministrative in un referendum pro-contro determinati temi caldi? E’ molto semplice, basta la giusta dose di arresti e spreco di soldi nell’amministrazione locale, sdegno montante e una questione irrisolta sulla gestione dei rifiuti. Un mix che riesce a rendere la scelta di come amministrare una città di 200mila abitanti subordinata alla realizzazione o meno di un’opera per smaltire i rifiuti.

Da un certo punto di vista, il ritrovato impegno civico dei parmigiani, dimostrato sia in occasione delle manifestazioni sotto ai Portici del Grano (sede del Comune) che nell’attività di pressione contro alla costruzione del termovalorizzatore sviluppata dall’associazione “Gestione Corretta Rifiuti” è ammirevole. Il problema è, a mio avviso, che la scelta di voto non può basarsi su una singola questione ritenuta cruciale, quando la gestione di un comune di tali dimensioni ha ben altri aspetti di complessità che non si possono risolvere a slogan e senza tenere conto della realtà.

Prendiamo ad esempio i due principali “outsider”, il grillino Federico Pizzarotti (dal cognome a boomerang, vista l’omonimia con il colosso dell’edilizia parmense di certo poco simpatico a una larga fetta di elettori) e la lista “Parma Bene Comune” di Roberta Roberti. Dalla loro hanno una capacità comunicativa notevole nei confronti di giovani ed elettori di sinistra, oltre alla forza di provenire dalla c.d. “società civile” e di non avere collegamenti con le passate amministrazioni (attualmente al minimo storico di popolarità), permettendogli quindi di proporsi come una forza di rinnovamento e vicina ai cittadini. In questo le peculiarità del M5S, che propone il limite di mandati e l’autofinanziamento ai partiti, oltre alla giovane età del candidato sindaco (nemmeno quarantenne), avvicinano il partito (sorry, movimento) alla fascia 18-30 anni, mentre la popolarità del GCR anche fra famiglie di centro-sinistra e l’oggettivamente intenso lavoro di lobbying rendono la Roberti appetibile ad un elettorato anche più ampio.

Ci sono però motivi per pensare che questo non sia sufficiente. Spesso si tende infatti a confondere la voce degli “attivi” (sul web e nelle piazze) con quella dell’intero corpo elettorale. Allo stesso modo per cui quando parte una campagna su twitter o facebook molte persone inferiscono erroneamente che quel particolare tema sia sentito da tutta la popolazione. Ovviamente non è così, e oltre ad una minoranza che fa rumore c’è una maggioranza più silenziosa che darà comunque il proprio voto, e questo aspetto invita a fare attenzione a collegare un seguito ampio (o percepito come tale) in particolari contesti ad una disponibilità effettiva di voti per essere eletti. E soprattutto, puntare la maggior parte delle proprie energie comunicative su alcuni temi specifici ambientali ed etici può avere l’effetto boomerang di far allontanare chi chiede risposte ad altre esigenze, magari ben più pratiche e “venali”.

Pensando infatti ad altre fasce di elettori (gli industriali, i professionisti, i piccoli imprenditori e commercianti, i pensionati, il mondo cattolico, ecc) risulta certo meno marcato l’appeal potenziale degli outsider, guardati con sospetto da chi ha posizioni più conservatrici e meno permeabili a istanze rinnovatrici.

Da questo punto di vista potrebbe sorprendere il risultato del candidato Roberto Ghiretti della lista “Parma Unita”, che unisce il fatto di essere parzialmente fuori dal coro (pur avendo fatto parte della giunta precedente come assessore allo sport non sembra che questo stia incidendo sulla sua campagna elettorale) ad un’immagine maggiormente rassicurante per le fasce di popolazione sopra considerate: un’età (chiamiamola “esperienza”) maggiore e una carriera di rilievo come manager sportivo (quindi non un “professionista della politica) rendono Ghiretti un candidato che potrebbe incontrare i favori di molti parmigiani delusi dalla Casta ma non abbastanza rivoluzionari da volere un sindaco giovane e “outside-the-box”.

Caratteristiche non certo presenti nel candidato del PdL Paolo Buzzi, per il quale il fatto di essere l’ex vicesindaco del dimissionato Vignali non gioca certo a favore. Ci si chiede infatti perché il PdL non abbia pensato a candidare qualcuno di esterno alla giunta, visto l’astio generalizzato della città nei loro confronti. Un’ipotesi è che non ci fossero candidati all’altezza oppure, idea più bizantina, che il partito in carica abbia voluto giocare il tutto per tutto mettendosi nell’arena a testa alta nella convinzione di non aver fatto nulla di male. E’ un’ipotesi surreale, ma da un certo punto di vista sensata: ammettendo un comportamento disonesto e/o irresponsabili i risultati sarebbero disastrosi chiunque venga candidato. Invece, cercando di difendersi dalle accuse, anche arrampicandosi un po’ sugli specchi, può essere una strategia almeno per limitare i danni.

Infine, ma non certo per ultimi, ci sono gli elementi mainstream: Elvio Ubaldi della lista civica “Civiltà Parmigiana” (sì, a Parma le liste civiche fanno furore) insieme all’UDC, già sindaco di Parma per due mandati dal 1998 al 2007, e Vincenzo Bernazzoli, presidente della provincia in carica e aggregatore di una mezza dozzine di liste, che vanno dal PD all’IDV, da SEL ai Comunisti Italiani. Parlo di “mainstream” per l’inevitabile identificazione dei due candidati con il “potere” nelle sue varie forme, politico, economico e mediatico. L’esperienza politica ventennale (trentennale nel caso di Ubaldi) dei due amministratori, unita alla rete di contatti nel mondo imprenditoriale e all’esposizione sopra la media (sono indubbiamente le due “facce” politiche più conosciute in città) li rendono i candidati più ovvi per il ballottaggio. Per una strana alchimia di paura del cambiamento e di tradizionalismo parmigiano, sembra infatti probabile che gli elettori finiscano per votare due facce già viste, percepite come meno “sporche” della giunta attuale, piuttosto che rivoltare il Comune come un calzino piazzando candidati esterni.

Già le primarie del centrosinistra, nelle quali Bernazzoli ha superato, pur senza un plebiscito, almeno un paio di candidati credibili (a partire da Nicola Dall’Olio, esperto di ambiente riuscito ad ottenere un invidiabile 36% di voti) hanno palesato una riluttanza degli elettori di centrosinistra a mescolare eccessivamente le carte, scegliendo il candidato più noto. D’altronde si può vedere l’altra faccia della medaglia, cioè che un perfetto sconosciuto sia riuscito ad insidiare il nome favorito, segnale di un’insoddisfazione almeno parziale della base alla candidatura “scontata” di Bernazzoli. E in questo senso è stata strategica la scelta di Bernazzoli di mettere Dall’Olio capolista per il Consiglio, come ad ammettere che un tale numero di preferenze non poteva essere ignorato, e che le volontà degli elettori andavano rispettate riconoscendo un ruolo di primo rilievo allo sfidante (che con ogni probabilità otterrà un assessorato in caso di vittoria). E allo stesso modo è encomiabile lo spirito di Dall’Olio nel mettersi a disposizione della lista pur con un ruolo di secondo piano: ora siamo 50 a 1 come rapporto rottura-unità post-primarie del PD nelle amministrazioni locali (Palermo, insieme a Napoli, Milano e Genova fra gli altri, docet).

Ubaldi invece, nonostante l’appeal di politico navigato ed ex-democristiano che può (forse) ancora far presa su qualcuno, paga la doppia esperienza da sindaco e l’accusa di aver dato il via ad un’impostazione di governo “megalomane”, basata su grandi opere pubbliche, rinnovamenti più d’immagine che di sostanza e progetti sovradimensionati (la c.d. “Città cantiere”, termine coniato in senso positivo ma rapidamente degradato soprattutto a seguito del peggioramento della situazione patrimoniale del Comune). Ubaldi ripone le sue speranze nel riuscire a fornire un’immagine positiva e rassicurante delle sue amministrazioni passate (che non si può negare abbiano migliorato esponenzialmente alcuni aspetti del vivere cittadino, a partire dalla mobilità) e nello scollegarsi del tutto dalla giunta e dall’ex-sindaco Vignali, già assessore di Ubaldi e suo “delfino” dichiarato alle elezioni del 2008  (endorsement che di certo ha fatto la differenza nella sua elezione).

Sullo sfondo restano i pesci piccoli, presenti più che altro per questioni di immagine (la piccola imprenditrice Wally Bonvicini, candidata per un partito dalle istanze francamente confuse), in corsa da soli per rotture di portata nazionale (come il leghista Andrea Zorandi), oppure per la marginalità dei propri partiti di appartenenza (Priamo Bocchi de La Destra e Liliana Spaggiari del Partito Comunista dei Lavoratori). In realtà non è che la Lega Nord sia propriamente un pesce piccolo, ma c’è motivo di credere che avrà un notevole crollo nei voti rispetto alle precedenti elezioni, per due motivi: da un lato correre da soli toglie tutti i voti di quei pidiellini che simpatizzano per la Lega e danno il loro voto per incrementarne il peso e le istanze all’interno della coalizione, pur non essendo leghisti veri e propri. Correndo in proprio, oltretutto un partito così estremo nelle forme e nei contenuti, è difficile andare oltre ai voti dei fedelissimi. Oltretutto, visti i recenti scandali a livello nazionale è probabile che fra gli stessi fedeli ci saranno forti diaspore.

Questa carrellata serviva a dare un quadro approssimativo delle forze in gioco in queste elezioni molto particolari della storia cittadina, che arrivano dopo uno scandalo di notevole portata a livello locale e nel bel mezzo di un ciclo economico e politico del tutto peculiare a livello nazionale. Ma ci sono alcuni aspetti, come accennato nel titolo dell’articolo, che influenzeranno particolarmente il voto del 5-6 maggio, in particolare la questione dell’inceneritore e quella del debito.

Ne parlerò nella seconda parte del reportage. Stay tuned.

Piccolo vademecum delle amministrative parmigiane, ovvero “Se le elezioni diventano un referendum” – Parte 1

Jacopo Volta

Twitter: @jacopovolta

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