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Piceno da Fiaba - LE FATE DELLA SIBILLA di Graziella Marziali

Creato il 24 maggio 2013 da Laperonza

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Montegranaro (FM)

A monte Granario viveva un tempo Matteo di Marco, un vedovo benestante, che aveva una figlia di nome Alisa.

Alisa era una bella fanciulla, educata e rispettosa, ma anche molto determinata e risoluta.

Sua madre era morta dodici anni prima, durante un’epidemia di peste, e di lei aveva continuato ad occuparsi la nutrice Rosetta. Matteo l’aveva promessa sposa ad un suo lontano cugino, Pietruccio da Spoleto, uomo ricco e molto devoto, ma…non troppo bello, e…neanche tanto giovane.

Nel periodo che interessa la nostra storia, a monte Granario si svolgevano tristi vicende.

Circa un mese prima il castello era stato venduto a Fermo per 7500 ducati. I cittadini più importanti e ricchi si erano dovuti recare a Fermo, per pagare grosse somme di denaro. Tutti i montegranaresi avevano dovuto lasciare il paese, che fu razziato e depredato per giorni e giorni, finché fu venduto al fermano Antonio Aceti, e la maggior parte della gente fece ritorno alle proprie case[i]

AncheMatteoera appena tornato a casaedera molto afflitto.

- Che disgrazia! Che sciagura! So’ dovuto da’ quasci tutti li ducati che c’aìo a illi spilorci de li fermà, semo dovuti istà quasci un mese a casa de illu ‘ntipaticu de Vanni, che c’ha ospitato, bontà sua, perché adèra parente de la vonanima de mammeta, e mo’ che semo rvenuti a casa, ghià è tanto se ce semo rtroato la mobija. E’ statu lu Natà più tristu de la vita mia! Natale 1395: e chi se la scorda, ‘sta data! Non c’aémo più né un pugnittu de farina, né u’ mmecchié d’ojo!

(Che disgrazia! Che sciagura! Ho dovuto dare quasi tutti i ducati che avevo a quegli spilorci dei fermani, siamo dovuti stare quasi un mese a casa di quell’antipatico di Vanni, che ci ha ospitato, bontà sua, perché era parente della buonanima di tua madre, e adesso che siamo tornati a casa, già è tanto se ci abbiamo ritrovato la mobilia. E’ stato il Natale più brutto della mia vita! Natale 1935: chi se la dimentica, questa data? Non abbiamo più né un pugnetto di farina, né un bicchiere d’olio!)

- Padre, non disperate, Vanni ha promesto de ajutacce! - cercava di consolarlo Alisa.

(Padre, non disperate, Vanni ha promesso di aiutarci!)

- Per me sarìa mejo murì de fame, che pijà checcosa da ‘llu travajosu! - ribatté Matteo - Per fortuna che a primavera te vai a marità co’ Pietruccio, armeno te sistemi!

(Per me sarebbe meglio morire di fame, che prendere qualcosa da quell’antipatico! Per fortuna a primavera andrai a sposarti con Pietruccio, almeno ti sistemi!)

- No lo vojo, Pietruccio, è brutto e vecchio! - piagnucolò Alisa.

(Non lo voglio, Pietruccio, è brutto e vecchio!)

- Ma voli scherzà? Questa è ‘n’occasciò che non capita più! Bisogna ‘pprofittanne! E po’ Pietruccio è l’omu più riccu e rispettabile de Spoleto!

(Ma vuoi scherzare? Questa è un’occasione che non capita più! Bisogna approfittarne! Inoltre Pietruccio è l‘uomo più ricco e rispettabile di Spoleto!)

- Padre mio, non vojo sposà Pietruccio; io vojo Cosimo de Vanni!

(Padre mio, non voglio sposare Pietruccio; io voglio Cosimo di Vanni!)

- Ah, bonu quillu! Ma che te credi, che Cosimo te se pija senza la dote? Quillu adè guastu de sordi, come lu patre! Damme retta, fija mia, ‘ngumingia a preparà li vagaji!

(Ah, buono quello! Ma cosa credi, che Cosimo ti sposi senza la dote? Quello è avido di soldi come il padre! Dammi retta, figlia mia, comincia a preparare i bagagli!)

- E che ce duvrìo mette dentro le casse, le ragnatele? - si lamentò Alisa.

(E cosa ci dovrei mettere nelle casse, le ragnatele?)

- Pure tu c’hai rajò! …Che tempi! Che sciagura! Che sfortuna!

(Hai ragione anche tu!…Che tempi! Che sciagura! Che sfortuna!)

Mentre Matteo e Alisa piangevano sulle loro sventure, Ludvico e Casimiro erano in viaggio per monte Granario.

E sì, perché Pietruccio, avuta notizia della disgrazia che aveva colpito la famiglia della promessa sposa tramite il Vescovo di Fermo, di cui era fervente sostenitore, aveva mandato il fido Ludovico e il servo di questi con denari e gioielli.

L’inverno era rigido e il cammino molto faticoso.

I due erano partiti da Spoleto alle prime luci dell’alba con il cielo sereno, ma nel bel mezzo dei monti Sibillini erano stati sorpresi da una tempesta di neve. Ludovico scorse l’ingresso di una grotta.

- Ce duvimo fermà, Casimiro, non putimo proseguì co’ ista bufera. - disse - Ce ripareremo in illa grotta.

(Ci dobbiamo fermare, Casimiro, non possiamo proseguire con questa bufera. Ci ripareremo in quella grotta.)

Una volta al riparo, il servo accese un fuoco e si accovacciarono accanto ad esso. Ludovico si addormentò. La mattina era abituato a dormire fino a tardi, ma quel giorno aveva dovuto fare una levataccia, per intraprendere il lungo viaggio.

Si era appena addormentato, quando gli apparve in sogno una donna bellissima, austera, regale, che cominciò a parlargli con voce cavernosa, ma con tono dolce e suadente:

- Ludovico, lo tuo animo nobile et generoso mereta onni bene et fortuna, ma per ottenerli avrai bisogno delle fate che io impersono e che te proteggeranno; ascoltale, te parleranno attraverso me

Io sono la SIBILLA

Sono nell’acqua che zampilla

Ne la fiamma che scintilla

Nell’aria che sospira

Ne la terra che respira

Al risveglio Ludovico raccontò il sogno a Casimiro.

- Che avrà voluto di’? - gli chiese.

(Che avrà voluto dire?)

- Secondo me, che te spetta un saccu de guai! - gli rispose il servo. Poi aggiunse:

- …Ma… de me…non t’ha ditto co’?

(Secondo me, che ti spettano un sacco di guai….Ma…di me…non ti ha detto niente?)

- No, ma finché stai co’ me, divideremo sventura et fortuna. -Dopo aver guardato fuori aggiunse:

- La bufera è passata, è mejo rmettese in marcia!

(No, ma finché sei con me, divideremo sventura e fortuna. La bufera è passata, è meglio rimettersi in marcia!)

Arrivati a Visso, dopo aver cambiato i muli con i cavalli, si fermarono qualche minuto sulla riva del torrente Nera. Mentre guardava l’acqua scorrere, Ludovico sentì di nuovo la voce della Sibilla:

Io sono LA FATA DELL’ACQUA

Guarda bene e scorgerai colei che sarà tua isposa.

Infatti, tra il luccichio provocato dal sole, il giovane vide una fanciulla che diceva: - “Non vojo sposà Pietruccio, è brutto e vecchio! Io vojo Cosimo!” - E udì anche le parole di Matteo.  

Eh, sì, quella ragazza era proprio Alisa.

Casimiro, vedendo Ludovico fissare l’acqua, gli chiese preoccupato:

- Oh, ma che fai, te sci ‘ncantatu?

- (Che fai, ti sei incantato?)

- Casimiro-disse lui, ancora turbato - ‘na fata m’ha mostrato la mia futura sposa.

(Casimiro, una fata mi ha mostrato la mia futura sposa)

- Ah, e come adè, bella?

(Ah, e com’è, bella?)

- E’ bellissima, ma sai chi adè? Adè la ragazza promessa a Pietruccio, che però issa non vole, ma vole un atru che però no la vole.

(E’ bellissima, ma sai chi è? E’ la ragazza promessa a Pietruccio, che lei però non vuole, ma vuole un altro, che però non la vuole.)

- Ah, ’ngumingimo vè! - commentò Casimiro, e poi - …Ma…per me… non si visto co’?

(Ah, cominciamo bene! …Ma…per me…non hai visto niente?)

- No! Imo, su, imo.

(No! Andiamo, su andiamo.)

E ripresero di nuovo il viaggio.

Era già buio quando arrivarono nei pressi delle mura di monte Granario.

- Ista dev’esse fonte Zoppa; fermimoce pe’ dacce ‘na rinfrescata a la faccia. - propose Ludovico.

(Questa deve essere fonte Zoppa; fermiamoci per darci una rinfrescata al viso)

- Tu c’hai visognu de rinfrescatte? A me me s’è strinatu pure lu cervellu! - ribattè straccamente Casimiro.

(Tu hai bisogno di rinfrescarti? A me si è gelato anche il cervello!)

Smontarono da cavallo, ma all’improvviso furono assaliti da quattro briganti che, dopo avergliene date di santa ragione e averli derubati della preziosa borsa contenente i ducati e i gioielli, se la diedero a gambe, anzi, a cavallo, lasciandoli a terra tramortiti.

- Ma che è statu, c’è passata sopre ‘na mandria de vo’? - domandò Casimiro, appena si riebbe dallo spavento e, soprattutto, dalle botte.

(Ma cos’è stato? Ci è passata sopra una mandria di buoi?)

Anche Ludovico si riprese.

- M’ha pijato alla spruvvista e non so’ avuto lu tempu de reagì. Duvimo ritroalli, rpijacce la vorsa; che je porto a messer Matteo?

(Mi hanno preso alla sprovvista e non ho avuto il tempo di reagire. Dobbiamo ritrovarli, riprenderci la borsa; che gli porto a masser Matteo?)

Risalirono a cavallo e si misero alla ricerca dei ladri, ma, gira e rigira, non riuscirono a trovarli.

In una radura videro il fuoco quasi spento di un bivacco, ma dei briganti, nessuna traccia.

Sfiniti e sconsolati scesero da cavallo e si avvicinarono al fuocherello, quasi a cercare un po’ di conforto in quel fioco tepore.

Fu qui che Ludovico sentì ancora una volta la voce:

Io sono la FATA DE LO FOCO

Guarda bene e scorgerai colui che cerchi.

Il ragazzo fissò la cenere scintillante e vide un giovane che indossava il medaglione e l’anello di Pietruccio e diceva: - “Io so’ Cosimo, lu più bellu e lu più furbu de lu Girifalcu!”

(Io sono Cosimo, il più bello e il più furbo del Girfalco!)

Casimiro, che aveva immaginato ciò che era accaduto, osservò:

- No mme dirai che vedi le persò anche tra la vrascia! …..Eh,… staòta,… c’hai che novella pure per me?

(Non mi dirai che vedi le persone anche nella brace!…..Eh,…stavolta….hai qualche notizia anche per me?)

- Imo! - tagliò corto l’altro - Te racconto tutto per istrada!

(Andiamo! Ti racconto tutto strada facendo!)

Presero per porta Spina e trovarono subito la casa, a rione Castello. Matteo ed Alisa li accolsero con molta cortesia e benevolenza, ma furono dispiaciuti per la brutta avventura occorsa loro, anche perché li privava di un aiuto prezioso.

Anche Rosetta, la nutrice, era contenta dell’arrivo dei nuovi ospiti, soprattutto di Casimiro, che trovava(come confidò poiadAlisa)davvero un bell’uomo, simpatico e gioviale.

Ludovico guardava affascinato Alisa, ma non disse niente della profezia della Sibilla. Raccontò invece della visione del giovane Cosimo.

La ragazza si rifiutò decisamente di credere che si trattasse del “suo” Cosimo:

- Non pole esse issu! Non ce credo! - continuava a ripetere.

(Non può essere lui! Non ci credo!)

- Invece io ce credo! - ribatteva il padre - Lo so’ ditto sempre che adè un pocu de vono!… Senti, Ludovico, domà ci sta ’na festa a casa de Filippo de Giacomo e ce sta pure Cosimo. Io non ce vulìo jire, non è ariade feste, de isti tempi, ma fijema ha ‘nsistito tanto, che so’ dovuto cede. Ce verai pure tu,…non se sa mai…magari se riesce a scuprìcheccosa.- (Invece io ci credo! L’ho sempre detto che era un poco di buono! …Senti, Ludovico, domani c’èuna festa a casa di Filippo di Giacomo e ci sarà anche Cosimo. Io non ci volevo andare, non è aria di feste, di questi tempi, ma mia figlia ha insistito tanto, che ho dovuto cedere. Ci verrai anche tu….non si sa mai…magari si riesce a scoprire qualcosa.)

L’indomani si recarono a casa di messer Filippo.

Durante la festa Ludovico fece notare ad Alisa che Cosimo portava l’anello e il medaglione di Pietruccio, ma Alisa, che non voleva arrendersi nemmeno all’evidenza dei fatti, gli spiegò che comunque non poteva accusarlo di niente, perché non aveva nessuna prova. Poi, però, mentre ballava conCosimo,   suscitandotral’altrolagelosiadi Ludovico,   guardòmegliol’anelloele   venne in mente di averlo già visto da qualche parte.

- Ma certo - ricordò all’improvviso mentre parlava con suo padre - è quillu de lu ritrattu!

(Ma certo! È quello del ritratto!)

- Eh? Che dici? Che ritrattu? -

(Eh? Che dici? Che ritratto?)

Matteo non capiva, ma Alisa gli parlò del ritratto donato dal promesso sposo.

- E’ vero! - ammise il padre.

Cercarono Casimiro.

- Casimiro - gli ordinò Matteo - core a casa mia, svejaa Rosetta e fatte da’ lu ritrattu de Pietruccio che istà ’ppiccatu là la biblioteca. Portulu subbeto da lu magistratu, spiegheje tutto e dije de mannà li sordati a ’rrestà Cosimo. Vanne!

(Casimiro, corri a casa mia, sveglia Rosetta e fatti dare il ritratto di Pietruccio, che è appeso in biblioteca. Portaslo subito al magistrato, spiegagli tutto e digli di mandare i soldati ad arrestare Cosimo. Vai!)

- Vaco, e de corsa! - Il servo filò via.

(Vado, e di corsa!)

Mentre aspettavano il ritorno di Casimiro con gli uomini della giustizia, Alisa si scusò con Ludovico per non averlo creduto; ora aveva capito che lui era sincero e di animo nobile, mentre Cosimo altro non era se non un furfante bugiardo e vanesio.

Il giovane cominciò a credere che la profezia della Sibilla si sarebbe avverata; Alisa gli piaceva molto, ma, sapendo che era promessa a Pietruccio, non osò dichiararle il suo amore. Continuarono a parlare a lungo e rientrarono nella sala giusto in tempo per vedere Cosimo portato via dai soldati fra lo stupore e l’incredulità dei presenti.

Durante il rientro a casa il vento, soffiando leggero fra gli alberi, sussurrò all’orecchio di Ludovico:

Io sono la FATA DELL’ARIA

Pietruccio è caduto ammalato l’istesso jorno che sei partito et non supererà la notte. Te ha voluto bene come a uno fijo, e te ha lasciato erede de tutti li sui averi. Avrìa sicuramente benedicto le tue nozze con Alisa; chiedila in isposa et sarete felici.

Casimiro, che ormai si accorgeva subito quando il padrone sentiva le strane voci, gli chiese:

- Per casu sci sintito parlà le fronne?

(Per caso, hai sentito parlare le fronde?)

Ludovico riferì soltanto la parte che riguardava Pietruccio.

- Me dispiace - disse sinceramente addolorato il servo - era proprio un grand’omu!

(Mi dispiace. Era proprio un grand’uomo!)

Anche Matteo era profondamente afflitto.

Quanto ad Alisa, non si può dire che le dispiacesse aver evitato un matrimonio sgradito, ma era ugualmente rattristata per la perdita di un uomo tanto buono e generoso.

Camminavano tutti in silenzio, mogi mogi.

Casimiro immaginava quanto dovesse soffrire il suo   padrone   per   quella   notizia,così,   per alleggerire l’atmosfera, se ne uscì con quella domanda che non aveva ancora fatto:

- Ma…issa fata dell’aria…de me…

(Ma questa fata dell’aria….di me…)

- …T’ha ditto co’? - finì per lui Ludovico, sorridendo.

(…T’ha detto niente?)

Gli rispose Alisa:

- La fata, no, ma ‘na cosa te la dico io: Rosetta m’ha confidato che je piaci!

- Anche a me me piace tanto, ma non sete aggiornata, madonna Alisa, perché stasera - esclamò felice Casimiro - l’ha ditto anche a me!

(La fata, no, ma una cosa te la dico io: Rosetta m’ha confidato che le piaci!

- Anche a me piace tanto, ma non siete aggiornata, madonna Alisa, perché stasera l’ha detto anche a me!)

I giorni successivi furono frenetici: Ludovico dovette raccontare al giudice la storia della rapina, ottenne di farsi restituire tutti i ducati e i gioielli trafugati, in modo che Matteo non avesse a trovarsi in difficoltà nei mesi seguenti, quindi si preparò per il viaggio di ritorno.

Prima di andarsene, Ludovico riferì alla fanciulla la parte della profezia della Sibilla che riguardava loro due, ma aggiunse:

- Non me devi risponne subbeto, Alisa. Io torno a Spoleto, ma fra due mesi starò de novo qua e, se vorrai, sarai mia isposa.

(Non mi devi rispondere subito, Alisa, io torno a Spoleto, ma fra due mesi sarò di nuovo qua e, se vorrai, sarai mia sposa.)

Alisaapprezzòmoltoleparoledelgiovanee promise di riflettere sulla sua proposta.

Il ragazzo si congedò dai suoi ospiti e partì con il fedele Casimiro.

Man mano che i giorni passavano, Alisa sentiva sempre più la mancanza di Ludovico, tanto che, quando due mesi dopo egli si presentò a casa sua, gli corse incontro e, prima ancora di salutarlo, gli disse:

- Scì, te sposo!

(Sì, ti sposo!)

Ormai il clima si era fatto più mite per il sopraggiungere della primavera e decisero di intraprendere il viaggio verso Spoleto senza indugi, giusto il tempo di preparare i bagagli.

Prima di lasciare monte Granario, Alisa raccolse un pugno di terra e disse:

- Questa la porto co’ me. Me dispiace de lascià lu paese miu, che custudisce tanti belli ricordi: le corse jò pe’ li vufacchi, li capumazzi jò li campi de lu priore, li vagni jò Chienti…

(Questa la porto con me. Mi dispiace lasciare il mio paese, che custodisce tanti bei ricordi: le corse giù per i“gufacci”, le capriole sui campi del priore, i bagni nel Chienti…)

Ludovico prese le mani della fanciulla fra le sue.

Questa volta tutti udirono la voce della Sibilla:

Io sono LA FATA DE LA TERRA

Te concedo l’ultima profezia: fra poco più di un anno sarà a Fermo uno valoroso, fratre de omo sancto, che riporterà lo Castello de monte Granario sotto lo dominio de la Chiesa, rendendolo de novo libero comune(2).

A queste parole tutti esultarono.

Matteo era visibilmente commosso:

- Beh, armeno parto più contentu! - disse.

- Scì, padre, illu jornu non è lontanu, e verremo pe’ festegghiare co’ tutti l’amici e l’atri cittadini, vero Ludovico?

- Certo, se te fa piacere! - la rassicurò il giovane.

Casimiro aggiunse:

- Ce venemo pure noatri,che dici, Rosetta?

- E come no?- rispose allegramente la nutrice - Sento ghià lu campanò!

(- Beh, almeno parto più contento!

- Sì, padre, quel giorno non è lontano, e torneremo per festeggiare con tutti gli amici e gli altri cittadini, vero Ludovico?

- Certo, se ti fa piacere!

- Verremo anche noi; che dici, Rosetta?

- Certo! Sento già il campanone!)

Questa è una storia

Di tanti anni fa

Ma se sia vera

Nessuno lo sa



[i]Nel 1395 monte Granaro era stato conquistato dal Capitano di Ventura Biordo Michelotti da Perugia, ma i Fermani, che precedentemente avevano dominato a lungo sul Castello, fecero di tutto per riaverlo nuovamente sottomesso. Trattarono con il Capitano e monte Granaro fu ceduto per la somma di 7500 Ducati d’oro. Tutti gli abitanti furono costretti a lasciare il paese, che venne razziato e depredato completamente. Il fatto suscitò tale scalpore che a Fermo si riunì un Consiglio, in cui si decise di ristabilire l’ordine nel Paese. Il 17 dicembre si recarono a monte Granaro, insieme al Vessillifero di giustizia e alla sua scorta, alcuni rispettabili cittadini fermani, tra i quali il ricco e potente Antonio Aceti, che, dopo alcune trattative, acquistò il Castello per la stessa somma pagata mesi prima al Capitano Michelotti. L’Aceti conquistò poi anche il dominio della Città di Fermo e del suo Conitato.

(2)Monte Granaro e Fermo facevano parte della Marca Anconitana, che era una provincia dello Stato della Chiesa. Antonio Aceti esercitava dunque il suo dominio a titolo tirannico, non avendo ricevuto l’investitura papale, cosicché, dopo circa due anni, venne mandato a Fermo il fratello di Papa Bonifacio IX, il Marchese della Marca anconitana Andrea Tomacelli, che ottenne dall’Aceti la rinuncia ad ogni diritto su monte Granaro e Fermo. (Daniele Malvestiti, Monte Granaro dallo Stato della Chiesa al Regno d’Italia, Compendio di storia montegranarese, 1995)

     


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