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Pietro Vierchowod, lo Zar

Creato il 06 aprile 2020 da Dariofratoni

È il suo compleanno oggi, e dato che è nato il 6 aprile del 1959 compie sessantuno anni, ma chissà come lo festeggerà… in fondo Pietro Vierchowod è sempre stato un duro, un tipo estremamente serio, professionale fino in fondo, quasi glaciale tanto che raramente lo si vedeva ridere. Era così Lo Zar, ma forse è stato proprio grazie a questo modo di fare serio e professionale che Pietro Vierchowod è riuscito a disputare tre Mondiali e venticinque stagioni da calciatore. Poche interviste, rare apparizioni in tv. “Non c’è bisogno di parlare o mettersi in mostra. Io fino a 41 anni ho giocato perché mi piaceva. A Piacenza arrivavo all’allenamento un’ ora prima degli altri. Cosa ci può essere di più bello di un mestiere che ti fa stare all’aria aperta e ti fa divertire?“.

Vierchowod ha giocato per molte maglie: Como, Fiorentina, Roma, Sampdoria, Milan, Juventus e Piacenza, e in ognuna di queste squadre ha giocato da leader ed è entrato nei cuori dei tifosi. Con la maglia del Como ha esordito tra i professionisti, partecipando alla rinascita dei bianco blu che scesi dalla B in C1 hanno saputo tornare in A con due promozioni consecutive. Con la maglia viola della Fiorentina indosso gioca una sola stagione in prestito ma farà parte di quella squadra che nella stagione 81-82 si classificò seconda dietro alla Juventus. Nella stagione 82-83 viene ceduto ancora in prestito dalla Samp ma questa volta alla Roma: con la maglia giallorossa vincerà uno storico scudetto, vittoria che fu possibile anche grazie al reparto difensivo sul quale poteva contare quella squadra ( Vierchowod, Nela, Maldera e Di Bartolomei) allenata dal grande Liedholm. Tornò a Genova nel 1983 e ci rimase per dodici stagioni: con la Sampdoria vinse quattro Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, uno scudetto e una Supercoppa italiana, mentre gli sfuggì la Coppa dei Campioni, persa in finale a Wembley contro gli spagnoli del Barcellona. Vierchowod diventò uno dei leader e una bandiera della compagine doriana, rifiutando più volte il trasferimento ad altre squadre. Nell’estate del 1995 Lo Zar accettò il trasferimento alla Juventus, all’età di 36 anni, dove rimase per una sola stagione ma anche grazie alle sue ottime prestazioni la Vecchia Signora vinse la Champions League in quell’annata e Vierchowod entrò subito nel cuore dei tifosi bianconeri. Il 3 settembre 1996 firma col Milan per una stagione, andando a sostituire l’infortunato Baresi. Al termine della stagione, nonostante molte voci lo dichiararono come prossimo al ritiro, Pietro Lo Zar Vierchowod non si rassegnò ed a 38 anni, nell’estate del 1997, firmò un contratto col Piacenza dove rimase per tre stagioni (contribuendo a due salvezze!). Vierchowod appese gli scarpini al chiodo nell’estate del 2000, a quarantuno anni, con la soddisfazione di aver marcato e giocato alla pari con moltissimi attaccanti fenomenali (e ben più giovani di lui) che in quegli anni giocavano in Serie A.

Pietro Vierchowod prese parte a tre spedizioni Mondiali: Spagna 1982, Messico 1986 e Italia 1990, rifiutandosi di andare ad USA 1994 perché “non mi andava di sperare negli infortuni dei compagni. E pensare che poi si fece male Baresi…», visto che Sacchi non lo vedeva come un titolare. Con la Nazionale gioca 42 partite e segna 2 gol, diventando campione del mondo nel 1982.

Considerato tra i più forti interpreti del ruolo tra gli anni ‘80 e ‘90, Vierchowod era uno stopper tenace e grintoso, duro nei contrasti e velocissimo in campo aperto, tanto che Bearzot lo definì «il difensore più rapido del mondo». Seppur non eccezionalmente alto Lo Zar era dotato di grandissima elevazione che lo portava a vincere numerosi contrasti aerei e a segnare molti gol (38 gol in A, tra i più prolifici difensori). Considerato come uno dei più bravi nella marcatura a uomo, seppe adattarsi anche all’innovazione della difesa a zona grazie alla sua professionalità e all’impegno.

La serietà Lo Zar la dimostra anche a sessantuno anni, nell’intervista odierna rilasciata a Libero: “Fa male sentire i numeri dei contagi e dei morti -ma non serve prendersela col calcio parlando di Atalanta-Valencia: il virus circolava già prima. Se per una volta i calciatori dovessero lavorare a giugno non sarebbe la fine del mondo. I club possono dare il buon esempio anche con gli sconti per i biglietti, il pubblico compenserà le perdite. E’ giusto, in giorni in cui tutti i lavoratori non sanno se avranno lo stipendio, che i calciatori facciano un sacrificio. La Juventus ha fatto una mossa giusta e i giocatori sono stati bravi ad accettare”.

Disse di sé Un leader io? No, uno che da’ una mano, umile fino al midollo come solo i grandi campioni sanno essere. Tanti auguri Zar!


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