Pirandello e Martoglio: i Due Piatti della Bilancia

Creato il 17 maggio 2012 da Dietrolequinte @DlqMagazine
Postato il maggio 17, 2012 | TEATRO | Autore: Laura Cavallaro

Ci sono momenti in cui il fato contribuisce a cambiare in positivo la vita; è così che nella girovaga esistenza di Luigi Pirandello l’incontro a Roma con Luigi Capuana rappresentò un momento fondante per incentivare la sua produzione letteraria. Altrettanto importante era risultato l’intervento di Nino Martoglio nell’introdurlo al teatro dialettale. Nonostante l’iniziale scetticismo di Pirandello per il vernacolo, credendo che l’utilizzo del dialetto limitasse fortemente il veicolare del messaggio, dal sodalizio con l’autore belpassese presero vita due opere a quattro mani: Cappiddazzu paga tuttu e ‘A vilanza. ‘A vilanza (la bilancia) è un dramma in tre atti scritto nel 1916 che si snoda in un doppio finale, dove ognuno dei due autori fornisce una propria versione dell’epilogo. Lo spettacolo venne rappresentato per la prima volta nel 1917 al Teatro Olympia di Palermo. Equilibrio tra comicità martogliana e pirandellismo intriso di drammaticità: è questa l’interpretazione che il regista Federico Magnano San Lio dà dell’opera, riadattata per l’occasione in un atto unico. La rappresentazione influenzata dal realismo, infatti, inizia proprio da uno dei due finali e l’intera recita è costruita sull’alternarsi, come in una scacchiera, tra la dimensione di commedia e quella di tragedia.

Le tematiche della passione e della vendetta sono cardini dell’intero testo teatrale. Due coppie: Orazio e Ninfa, Anna e Saru. La passione che scoppia tra Saru Mazza (Angelo Tosto) e Ninfa sarà la colpa della quale si macchieranno, un atroce delitto ai danni dei rispettivi coniugi: Orazio e Anna. Ninfa è la donna estroversa, istintiva, «‘na frevi maligna» che scuote Saru fin nelle viscere, interpretata con grande impatto drammatico da Egle Doria e nella versione più leggera dalla verve di Olivia Spigarelli. Anna invece è l’angelo del focolare, impersonata dalla strabiliante esuberanza sicula di Margherita Mignemi e dalla tensione tragica di Luana Toscano. Consapevole del tradimento Orazio decide di mettere alla pari i due piatti della bilancia: «Vilanza: tantu di cca e tantu di cca banna». Dapprima segue la legge del taglione “occhio per occhio, dente per dente”, obbligando con la forza bruta Anna/Toscano a passare la notte con lui e d’altro canto viene sottomesso dall’esuberanza martogliana di Anna/Mignemi, che non aspetta occasione migliore per concedersi una scappatella; poi, reclama il pagamento col sangue, come previsto dal secondo finale, più cruento.

Grandi esempi di capacità attoriale quelli dei versatili Mimmo Mignemi e Angelo Tosto, rispettivamente nei panni del marito cornificato Orazio Pardo e in quelli di Saru Mazza. Decisivo il supporto della scenografia curata da Angela Gallaro. La scenografa siracusana ha usato quinte mobili, sul velatino sono dipinti volti stilizzati ora in bianco e nero ora policromatici, che si spostano a seconda del momento interpretativo. La scena è essenziale ma di grande impatto. Questa tendenza di giocare con le trasparenze e le luci dà un risultato straordinariamente ammaliante. Inoltre le sedie e i fucili, che sono lavorati con la tecnica del découpage, mettono in risalto un tripudio di colori sullo sfondo nero. Gli abiti di scena curati da Giovanna Giorgianni sono estremamente sobri, richiamano ai primi del ‘900 con tonalità tenui. Condicio sine qua non i netti passaggi musicali supervisionati da Aldo Giordano, che servono ancora una volta a creare lo spartiacque tra le due realtà. Risulta davvero interessante questa duplice chiave di lettura, anche se la dimensione pirandelliana resta di certo quella più intrigante.

Una recita di livello, anche per l’interpretazione di Donna Rachela i cui panni sono vestiti da Clelia Piscitello. Un plauso particolare va ai due protagonisti maschili e alla Doria, perfetto esempio di erotismo e seduzione senza scivolare nella banale oscenità. Nello specifico, ricordiamo il focoso dialogo tra i due amanti e la bellezza del suo corpo scoperto tra i vedo non vedo del tulle. Ancora una volta il Teatro Stabile di Catania dà anima a modelli di donne, e in questo caso anche di uomini, dalle molteplici sfaccettature psicologiche.

Gli scatti inseriti nell’articolo sono stati gentilmente concessi dal Teatro Stabile di Catania

‘A vilanza

di Nino Martoglio e Luigi Pirandello

Regia: Federico Magnano San Lio

Scene: Angela Gallaro – Costumi: Giovanna Giorgianni – Musiche: Aldo Giordano – Luci: Franco Buzzanca

con Mimmo Mignemi, Angelo Tosto, Egle Doria, Margherita Mignemi, Olivia Spigarelli, Clelia Piscitello, Luana Toscano

Produzione: Teatro Stabile di Catania

Catania, Teatro Musco, dal 5 aprile al 6 maggio 2012



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