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PITTURE NERE n.4: Uno sguardo sul porto. Marino Magliani, “La Tana degli Alberibelli”

Creato il 11 novembre 2013 da Retroguardia

PITTURE NERE n.4: Uno sguardo sul porto. Marino Magliani, “La Tana degli Alberibelli”Uno sguardo sul porto. Marino Magliani, La tana degli Alberibelli,  ed. Longanesi, 2009 – pagg. 329, € 18,00

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di Lorenzo Muratore

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Dovunque lo conducesse il vento e il flutto spumeggiante l’uomo dei navigli di mare era felice.

I nostri cuori sono liberi e sconfinati quando sono inghiottiti dall’azzurro.

Ora, per Jean Martin è diverso. Egli è autorizzato da una commissione di governo, e l’operazione a cui sta lavorando, per quanto riempita di presentimenti, non è che un lavoro normale.

Egli s’abbassò e prese quel bell’ordigno cavato in Olanda, il quale conduceva gli oggetti così vicini all’occhio, e così grandi e distinti glieli rappresentava.

Anche dalle parti del molo, gli parve tutto tranquillo. Erano quasi sicuramente lenti pensionati senza meta.

Gli balzò come una lama che taglia il collo di quelle tenebre; e gli fu messo nel corpo di quelle ombre il cubo ottico, per il quale uscì quel giovane che avanzava sul muraglione spavaldo, vestito di scuro, se pure non lo distinguesse bene; dai movimenti doveva esser lui.

In quel Porto non fa comparsa il simulacro più abbagliante: la nave.

È proprio questa rimozione dell’antica allegoria quel che rende quel molo infinitamente misterioso.

Non tanto la maledizione di quella pietra, che violerà presto quelle chiare e fresche linfe dei campi signoreggianti dal dio del luogo: la Natura che deve indietreggiare, arrendersi ed umiliarsi davanti ai lavori e alle astuzie dell’uomo; che ha ridimensionato quello che Dio aveva già fatto prima.

Il nodo, che è come una fascinazione lugubre, è che quel porto gli è stato quasi imposto da un Bureau siderale.

Quel molo in realtà rappresenta, forse, per Marino Magliani, o nel suo inconscio, la durezza dell’educazione: quell’incubo che si abbatte sull’infanzia.

Egli dapprima non desidera parlarne. Desidera avviarsi per altre vie, ma l’incarico è l’incarico: il Bureau è là.

Dalla parte amara dei padri nascono le banchine; e dal pargoletto nevrotico che è dentro ognuno di noi la città è intesa come allegoria di madre. Il fanciullino non ne vede il lato duro, la cifra matematica; egli della città ne vede solo l’estasi del suo grembo sabbioso ai limiti di arcani mondi, che stanno al di là; e, tra la meraviglia e lo spavento, l’unico attrezzo che abbiamo, per partire verso di essi è la barca; vero strumento di iniziazione alla più arcana felicità.

Non mancava dunque che qualcuno schizzasse con mano sicura, o per lo meno con quel certo ininterrotto slancio, la linea.

Quel molo era, per giunta, già legato alla agghiacciante storia, pubblicata molti anni prima, di un cane portato a perdersi; e annunciava, sia pure di lontano, un ruggito di sdegno: era la storia di un cane mezzo annegato, salvato, ma non veramente soccorso; deriso. Egli l’aveva dato alle stampe su una rivista, e poi ne “Il collezionista di tempo”.

Marino Magliani vorrebbe avere sonno e scordare ogni cosa. Quel molo sarebbe stato un risveglio troppo pauroso; e lo aggiunse infatti per ultimo, anche se è l’inizio del libro. Ma, forse, egli lo aveva sempre scritto: era il dramma che ognuno trasogna tra sé.

Il porto di Oriana, nella sua pace, non disturbava nessuno. Su di lui le palme altissime s’inchinano.

Lo vede il mare? Ah, gli iddii, i grandi iddii del vasto cielo, che presto saranno offuscati dai velieri dei ricchi.

Ma perché quel nuovo molo, inserito in un romanzo sui lati notturni della resistenza?

Lo stupore di essere stati ingannati; e, in qualche modo, avvertiti di una ostilità, è ciò che muove quelle acque.

Ebbene, sentiamo però che senza quel molo mancherebbe “qualcosa” nelle stanze profonde, nell’arpeggio dattilico del mare.

Attraverso quel molo il fanciullino che è dentro di noi può dire: ecco le durezze dei padri. Ecco, la Natura ti promette il paradiso, e poi ecco quei muri.

Un giorno Marino Magliani apparve. Sentii intorno a me scivolare gli sguardi che si chiedevano perché egli disparisse così a lungo; questa domanda lasciò di sé un oscuro vapore di un velo di nebbie, perché parve ovvia; o sia perché egli sapesse ancora cogliere la dolente melodia di tutto ciò; e lasciasse intatti i ricordi.

Quella non è soltanto la strana malinconia.

Egli sa liberare le tenebre attive. E conosce così bene la faccia oscura di Diana.

Marino Magliani è sempre alla ricerca di un contrappunto di ghiaccio. Come dire, alberi divorati dalla brace; paesaggi invernali; buchi o blocchi, i quali condensano come in un grumo l’energia delle origini; e che incontrati per caso divengono come selvaggi ideogrammi di un altro romanzo possibile. La caverna è il grande ventre della storia; presso cui si ha per sorte di aspettarsi quasi di sentire aleggiare un’upupa.

Jan Martin doveva dirsi archeologo; il che “giustificava” appunto la sua frequentazione delle grotte.

Nondimeno alcuni temevano che egli invece indagasse su certi altri antichi fatti.

Quella stanza ha, al suo ingresso, come prima sosta, la morte che “esclude”, sfiorato dai suoi denti, il suo collega Pangloss. Jan Martin resta solo, che è la più perfetta situazione romanzesca; straziato fra la fascinazione e il rigetto del progetto.

Il ronzio dell’infelicità gli indurì il volto, e si trovava adesso tra i grandi castagni carbonizzati. La notte lo colse quando l’altalena oscillante del destino lo introdusse nel buco. Uno stupore arresta il cuore di Jan Martin, che ai vaganti incubi cede dei segni ritrovati…

Certo era categorico venire a sapere come fosse finito il suo collega; ma anche altre cose c’erano da sapersi.

Solo qualche vecchia voce flebile, velata, gemeva dalle tenebre; o gettava alla riva dei “vivi” delle occhiate pietose da qualche Ospizio. Quel soffio malinconico della povera anima che si dibatte, poteva ancora supporre che il mondo si regolasse ancora con i mesi passati sulle pietraie.

Poi, come un uccello migratore che s’è scordato di partire, Jan Martin, o forse perché era un piacere vedere terre che decadevano, − dalle sue parti era sempre tutto così intatto! − si era fermato a studiare alcune assurdità della storia partigiana; ad esempio egli non riusciva proprio ad afferrare l’utilità di un gesto: tirare fuori da dentro la Tana degli Alberibelli il corpo di Iliev prima di far saltare le stanze; e l’averlo gettato lontano, negli strapiombi. Era come se non si volesse far sapere qualcosa.

In quei paesi non c’era quasi nulla: qualche carriola vuota, mattoni e asfalti bagnati dalla nebbia.

In questo vagare senza meta, per le vie del borgo brumoso, e nei portici, quasi un desiderio di parlare s’è svelato in lui più forte di quel lampo velocissimo d’argento; di quel mestolo che errava dietro il giovanile incanto dei tre armigeri di Napoleone.

È un graffio di coscienza in fondo alla vita, quel ch’egli notò.

Quel vecchio “stava lì, seduto sulla panchina, a disegnare figure invisibili sul marciapiede col bastone…”.

E, nella tomba in cui siam vivi, se per noia o per cortesia egli volesse mostrargli i segni di tutte le spine che aveva superato, o degnarlo d’una occhiata minima…

Per puro equivoco Jan Martin s’era affacciato su ben altre tragedie, egli che, arrampicato a una scala di corda, avrebbe dovuto fingersi come archeologo, per tesoretti da schiudere alle televisioni da un crollo di pietrame; mentre i signori del porto, tra computi e risagomature, misuravano il tutto.

Tuttavia un minimo d’impostura è necessario, si disse; recitiamola pure, la parte. Ma è ragionevolezza tutto questo filo spinato, ed altre spine ed essere continuamente seguito?

I grandi giochi muovevano le mani in altri uffici.

Ma lì, in quella penombra, si conservava qualcosa di più antico, ogni pietra angolare di una storia circoscritta e generica; “questo era un posto su cui scendeva subito il buio, anche sui delitti”.

Se poi ad uno gli lasciavano guardare qualche roba, era solo per attirarlo in qualche trappola.

Chi si illude di aver decifrato il segreto, nelle gole buie e profonde, ed è però indifferente al grido remoto, non riesce a capire perché il contadino, che pure sa tutto, continui a lavorare la sua terra con indifferenza, e prosegua la sua rotta, come l’enigma delle vele calme.

Così un Cavaliere, Savonese, quando pensava a quella cosa strana, le voci altrui lo assalivano; ed era come se le parole che sentiva inconsciamente gli guidassero gli occhi verso qualcosa di potato inutilmente…

Quando qualcuno cerca i segreti della montagna, abbracciati ad anziane selve, non sa mai quale fibra dell’universo gli spalanchi quell’ombra.

Jan Martin giunse a un prato ove l’ombra negli occhi s’addensava di strane felci fiorite, che avevano inghiottito ogni cosa. Era una pianta dal gambo carnoso e cupo. Presto faranno saltare con le mine tutte le sorgenti, perché hanno progettato un nuovo acquedotto; per questo hanno fatto sparire l’acqua.

Batticuore dell’acqua tolta a colpo di mina, che languiva e rifioriva.

Ed ecco il nostro quasi infantile stupore innanzi al recitativo atroce (grazia d’una breve favola, o destino futuro del mondo?): la intensissima e primordiale presenza che unisce la vitalità e la morte; in cui ci si urta come a spigoli.

Poi, sempre più conscio di quelle misteriose connessioni, spesso simulate e sfuggenti, svela una costruzione di sapienza mirabile, scavata nella sua vita, come un abisso lugubre.

L’occuparsi di partigiani, gli era parso dapprima quasi un controdolore; quasi una capacità di straniamento verso cui veleggiano le similitudini di queste larve più recenti.

Di loro non c’è più materia o voce. Quei rimorsi, qualche prete li avrà certamente confessati, se ci sfiorano pur ora; o egli è anche lui già rassegnato ai suoi confini?

Ma al poeta, non al prete, si dibatte il cuore fanciullo. Or che quasi si spiana il groppo torbido di qualche indizio e gli rivolge, come ai dì che li videro tra i vivi: che oltre allo Sfollato − spia per professione; ma travestito da sfollato −, doveva esserci anche qualche altro…

Ma in vallata ci sono molte più macchine che anime… I cani riposati trovano una bestia ancora sognante, incantata dalla rugiada… Ed ecco, tutti sono felici!

Per un attimo si sentì così incredibilmente vicino a tutto, e al tempo stesso gli pareva che persino le rupi lo ingannassero coi loro magici spiriti.

Qui, dove tutto, anche un solo minuto di vita iniziale, è sotto controllo, giunta la sera, cosa possono fare questi vecchi se non riposare sopra l’erba monotona dei ricordi; e brontolare per qualche brama senza fine.

La cenere dell’alba si posava sul buio dentro cui rotolava il torrente. E se ne staccava sempre un po’ straniero, da quella spalliera di montagna nella nebbia, dove dormono le vallate intorno; e quella strada ora anche i rovi la stringevano fino a ridurla a un solco. Giusto il necessario per procedere e perché rivelasse il suo splendore sul calcare anche la firma di Iliev.

Felice chi è sereno e trascorre il suo giorno senza pianto. Gloria a Iliev.

Io non lodo o rimprovero la famosa corifea in alcun modo. Essa spicca come, in mezzo all’armento delle pecorelle, un fierissimo cavallo di battaglia, avrebbe detto un antico greco; ma se penso al vero archeologo che aveva messo il piede nelle stanze del sarcofago, rompendo egli quel torpore sovrumano, in cui riposavano quelle divinità, del resto amabili, e così poco ieratiche, che una maninconiosa penna vi aveva tracciato, mi torna in mente un’idea bizzarra; che questa più umile tana contenga ancora più atroci maledizioni di quelle attribuite agli Egizi.

C’è la maledizione della verità totale e imposta quasi per legge.

Ma all’Antifrode per cui Jan Martin lavora non interessa chi di gran parte di quella gloria antica li defrauda, ma piuttosto chi gettò fuor del corso la fiumara di soldi, e se ne fece gabbo.

Incalappiato in questo presente circoscritto, Jan Martin è tuttavia ricchissimo di apatemi.

“Invidiava di questa gente il divieto di infilarsi in cunicoli assassini, la mancanza di eroi sepolti da qualche parte. Anime prive di ingranaggi a orologeria”.

E, senza essere troppo sballottati come uno di quegli stracci, sapeva che ci dev’essere un viluppo di memorie da disbrogliare nel solenne ammonimento d’un ritaglio scuro di stoffa lasciatogli lì.

“Era l’ora umida e acida in cui il pettirosso insiste a tener vivo il giorno”. L’ora liquida…

Nel destino che si prepara c’è forse, per il vecchio Bacì, la sosta. Egli era stato prepotente, sì.

“Ci fu silenzio, giusto la brace e i respiri…”.

Qualcosa che gli era passato un attimo per la mente; un Teatro di ombre.

La forma più misteriosa di queste ombre era la morte: l’ombra che c’è dentro un volto; o che passa per la mente: qualcosa che non è né corpo né anima; una specie di offuscamento; ed è come nella corda dell’arpa: è un’ombra che però significa qualcosa d’improvviso e drammatico; ombra “viva” di un’idea scontrosa.

Iliev, egli dice, era un prete da cima a fondo. “Ecco che sale il prete”; ma troppo diverso dagli altri amici.

Lasciare nel Dimenticatoio, tra rovi e calcinacci, l’algebra di tale vicenda, sarebbe un po’ come desistere.

Se il graffito dell’indecifrabile memoria si anima di presenze vive, è la soglia di un nuovo risveglio.

Entro i nascondigli, nei nidi vuoti, più ancora  che quei lumicini di due secoli prima, − che fanno ancora luce nel presente − questo occhio impavido non troverebbe quel breve pertugio dentro della notte; non gli sarebbe mostrato per lo suo forame quello squarcio di tutti i palpiti intimissimi.

Ma all’Ufficio Supremo piace soltanto tutelare una Europa mercantile in una legittimità presente.

Sul sottosuolo dei profanatori, e possessori di cartine segrete, in “Quattro giorni per non morire” s’affacciava una timida luna: sogno di madre, e di città morte.

Nella “Tana degli Alberibelli”, è come uno scavo geologico, che recupera traumi ancora più struggenti.

Se il cielo dei geroglifici non mi cade in testa, è sempre la sagacità di ritrovare una colpa prima, che ci è stata nascosta, quel che brilla nella catacomba e nei passaggi sotterranei di ogni suo romanzo.

Ma, tra le varie congetture, l’aria si muove nel venticello aspro di una crescente spoliazione; di un impoverimento voluto; di una rarefazione ascetica.

Le autostrade aspettano al varco il nostro personaggio negli insonni abissi, che stanno sotto la formale ubbidienza.

Abbiamo sostato nelle ombrose e amare grotte che guardano il mare da lassù.

Interrogati dal fondo, gli eventi paiono divenire grandi architetture della vita; i geroglifici lame scoccanti luce.

Nasceva da lassù la patria sognata. Da quell’impietrito soffrire.

Ma è proprio quella disperata materia a rinnovarti l’incanto di una patria trans-nazionale: Iliev è russo, e tuttavia cattolico, combatte da “prete” nelle fila rosse: aerei templi d’un paese incorrotto e liquido come il mare.

Anche un ciottolo roso può guidare il paziente olandese, o un crollo di pietrame.

Egli talvolta rimane a lungo senza idee, a guardare un ponte, con il suo codino e gli orecchini, o il giubbotto inzuppato, e con le gelide mani, disturba la glaciale penombra della grande sala; ma è anche sensibilissimo nel decifrare i bisbigli più ovattati, e le penombre più larvali.

Nella sua ossessione, due fantasmi si incontravano, quello del collega ucciso e quello di Iliev, morto nel ’44; e proprio nella penombra d’una Chiesa alla cui guardia stava il pallore trafitto delle carni di un San Sebastiano, applicò l’animo a sfiorare tra i bisbigli inconfessati, quel che le grandi banchine di Oriana, dagli asfalti bagnati e dalle gru inoperose, non dicono.

La pagina è tutto un lavoro fatto di grazia, di particolari invisibili, di allusioni indecifrabili, come fossimo in una cieca prigione dell’anima: Jan Martin non ha altre finestre dove affacciarsi che quelle della propria immensa socievolezza. Cerca una concatenazione impossibile, ma vera. Ha pure il genio di capire che il gesto più importante era proprio quello che fece il vecchio Bacì, − quello col passo incerto e ciondolante − di passarsi una mano sulla faccia…

Certo alludeva…

Chi poteva avere qualcosa sul viso, se non una donna?

Lo straniero che andava rovistando nelle urne della loro memoria e che aveva cominciato cercando quel mestolino nelle grotte, cosa voleva sapere?

L’amore cos’è? È forse ascoltare i singhiozzi delle grondaie, una scaglia, un’estasi di nirvana alle Beate Pause; che, in filigrana, si aprono nell’al di là…

Quel gesto della mano sul volto, unito a quella maschera di donna con cartavelina e quel pezzo di stoffa; se pure separati nel tempo, componevano un ritratto; come anche quegli incendi all’orizzonte.

Erano segni di gloria e di distruzione, che forse andavano sepolti nell’oblio. Il vecchio disse di non ricordare.

“Fino a un certo punto, olandese, la fatica sembra che voglia premiarti, poi è solo un castigo”.

Ed è come quando, tra le gazzarre degli uccelli, tu miri l’albero; e quella nostra ricchezza che è l’odore dei limoni, quel profumo che dovrebbe dilagare, si spegne tra i rami amici; se più mesto si ascolta, ci si mostrano i gialli più incerti; e giù la cenere a proteggere il ceppo, come d’un malato.

Forse, per il vecchio Bacì, il voler capire non significa per questo anche voler sapere, ed egli “tirerà fuori manate di fotografie… ti obbligherà a guardarle una a una e poi si metterà a piangere come i bambini”; senza per questo far progredire la tua ricerca; ma gli altri, assai peggiori di lui, tenteranno invece di venderti una verità storica con la stessa tecnica con cui vendono gli appartamenti; facendoti credere introvabili le cose da te desiderate − per fartele apparire in ultimo “miracolosamente”.

Mentre il vecchio Bacì, che viveva tra gli spettri che scivolano e sgusciano: le bambole senza testa − nel luogo del nichilismo − era il signore di iscrizioni o “geroglifici” assai più veri.

Sono quelle le parole fondatrici che non si possono dire, ma che sole hanno il potere di rappresentare l’irrapresentabile. Nel segreto delle vecchie reliquie tarlite, così gelosamente custodite da tanto tempo, aprì la stanza buia delle bambole: autentica perfidia e parodia di poveri esseri di paglia.

C’erano cose a questo mondo che poteva dividere solo col nonno (o con qualcuno che somigliasse a un nonno).

“Abbracciò quella camicia ossuta, odorante di vecchio, di troppo umido, di troppa terra, di paura”.

Con la potenza del negativo, Jan Martin poteva attraversare quell’incendio e quella memoria d’un mondo così arso e spinoso, senza divenirne un saltimbanco.

L’olandese che girava nelle tane e annoiava il bar con faccende di partigiani stava edificando la propria perennità assieme ai suoi fantasmi, “e ciò che di loro restava nell’aria doveva essere eterno…”.

Ma il “lapis philosophorum” scrive che la via del genio − ossia quella che conduce alla vita attraverso la morte − non è molto diversa da quella seguita da Jan Martin nella sua indagine; e, quando la memoria entra in crisi, e con essa la saldezza del mondo, le parole che vengono usate per rimetterla in funzione possono essere quelle bambole o altri capricci, dettati dalla follia.

Chi fu a barricarsi sotto le lenzuola?

Bastò qualche leggera musichetta da trivio a scompigliare tutta una perfettissima marcia guerriera.

Fascino? Disgusto?

Con crude fitte di gelo Marino Magliani ci dice che fu l’una e l’altra cosa.

Esatto come una macchina da guerra, il suo teorema si alza; e agli dèi della mattinata proclama che il mondo può fare a meno di tutto, ma non dell’immane farsa dei Musei e delle Fondazioni; ma prima di rifugiarsi nella zona intermedia − che può chiamarsi nausea o indulgenza − quelli come Jan Martin hanno tentato almeno di essere angeli salvifici.

Da questo giorno che languisce essi non sono contagiati.

“Fuori era buio, un cane abbaiava da qualche parte. Ma sul far del chiaro, sentì la voce di là… Hai sognato”, si disse. “Era sul far del chiaro. Poi accese e riprese a guardare verso il nord”.

Quel Mar del Nord che esclude i lievi contatti amorosi con le potenze il cui abbraccio sarebbe annientante:

Lassù “le onde si arrestavano al largo, infrangendosi sulla barriera di sabbia e ciò che arrivava a riva era solo l’eco della loro morte”.

Qui invece, c’è un ruscelletto; e le onde sembravano respingere le acque verso l’alto.

 

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